DOSSIER MUCCA PAZZA


falso in tavola
Ecco gli antenati della mucca pazza
Un testo del professore Salvatore Casillo sulla storia
delle contraffazioni alimentari di tutte le epoche
il libro

STELLA CERVASIO


«Mucca pazza» non è cosa d'oggi: nel ‘500 in varie parti d'Italia furono scoperti macellai che vendevano carne di animali ammalati. Gli effetti? Disastrosi, racconta il cronista dell'epoca: «Le budella stridono come i cadenazzi, lo stomaco ulula come un lupo». La truffa dei beccai è tra le più antiche contraffazioni alimentari. I magistrati non sono poi così severi con chi commette simili reati: un ristoratore genovese che ai giorni nostri ha avvelenato due avventori con i funghi se l'è cavata con una multa di 425 mila lire. Per fare un paragone, 25 mila lire più di un altro che ha servito una Pepsi invece di una Coca Cola.
Il falso è servito è l'ultima fatica saggistica di Salvatore Casillo, patròn del Museo del Falso, ospitato all'Università di Salerno a Fisciano (editore Liguori, lire 30.000). Perché ora il cibo? «Mi sembrava meritevole di approfondimento consistente, e c'è un collegamento molto forte con l'ultima inchiesta sulle frodi agricole comunitarie». Materiale illustrativo, mostre e un volumedossier: si svolge così il lavoro di Casillo, che ha raccolto migliaia di oggetti, dagli orologi con griffe imitate alla perfezione a libri, a detersivi, per arrivare fino al prosciutto col marchio falsificato: sulla singolare raccolta salernitana è stato girato un documentario che in Giappone hanno visto 30 milioni di telespettatori. E ora il «martello» anticontraffazione del professor Casillo si posa su un argomento quanto mai attuale: i cibi. Il sociologo, come un detective della migliore tradizione del giallo, mette insieme tutti i pezzi di un puzzle che spesso ci fa perdere la visione generale. L'autore ha come fonti le relazioni dei Nas, dell'ispettorato centrale Repressione Frodi, le relazioni del Ministero della Sanità e le sentenze passate in giudicato. Ed eccole riunite, le nefandezze di chi manda in tavola pane cotto con copertoni d'auto o «filante» (non dovuto a una distrazione del simpatico fornaio, ma a un bacillo nato nel frumento umido e poi lievitato con l'impasto), pasta colorata per nascondere il grigio di un grano scadente. Non si salva neanche il pomodoro, che, scaduto o avariato, viene rilavorato e spedito in Africa. Un «pranzo degli orrori» condito da olio di palma («una bomba per il fegato»). E se credete di scampare a «mucca pazza» ricorrendo alle carni bianche, dovete pur sapere che in 25 allevamenti di conigli nel '96 propinavano clorantefenicolo e conglogumina cancerogeni oltre a stricnina per far assimilare i farmaci alle povere bestie. A volte il latte viene annacquato, e nel burro finisce il «giallo Somalia», una disgrazia per la salute. Non sono esenti acqua e vino: fino a «mucca pazza» per schiarire il nettare di Bacco qualcuno usava sangue di bue secco. E per finire la mela di Biancaneve e un bel dolce ai coloranti, magari come quelli trovati dai carabinieri nelle cartucce di stampante per computer, «riciclate» dopo aver contenuto inchiostri chimici. Quel che non fa l'alambicco, poi, lo fa la pubblicità «ingannevole»: asiago spacciato per formaggio d'altopiano mentre è fatto in pianura, parmigiano dal Doc onnipotente, latte «fresco» a lunga conservazione, merendine «gelato» che non sono tali, polli che di artigianale hanno solo il nome, caffè «unici», aceto anticancro: Casillo elenca le pronunce delle autorità in materia: l'Istituto dell'Autodisciplina Pubblicitaria e dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. Nel capitolo «Nuovi falsi annunciati» si affronta il tema del biologico: «Una moda dietro la quale ci sono interessi miliardari ancora con scarse garanzie per il consumatore». Professore, vuole spaventarci? «No, ma dobbiamo renderci conto che siamo minacciati e non da poco tempo, mucca pazza è la punta di un iceberg, una serie di messaggi tranquillizzanti non sono affatto tali».

(29 maggio 2001)


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