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LA
GUERRA DEL LATTE dalla prima pagina de " IL
VENERDI
"
Sono
quelli che devono disinnescare la bomba latte, prima che si trasformi in
una vera guerra commerciale. Il primo passo lo ha fatto la Parmalat. Il
colosso alimentare di Calisto Tanzi ha lanciato sul mercato un latte
fresco che scade dopo otto giorni, anziché quattro previsti dalla legge. Qualcuno però sostiene che è solo un problema di linguaggio. Basta capire cosa si intende quando si dice che un alimento è fresco. Significa che è stato appena fatto? O forse che è ancora integro e commestibile, come al momento della produzione? Non è una differenza da poco, soprattutto alla luce dell'evoluzione delle tecniche di conservazione dei cibi. Un tempo prima di Pasteur e dei frigoriferi, il latte fresco era quello appena munto. Oggi il latte fresco, pastorizzato e tenuto a 3 gradi centigradi, dura (a rigor di legge) quattro giorni. Insomma il concetto di freschezza è cambiato. E le leggi si sono adeguate. Un
decreto del 1992 stabilisce quali sono gli alimenti ad "alta
deperibilità microbiologica", quelli cioè che si deteriorano
rapidamente e possono provocare gravi intossicazioni. Ci sono poi i cibi di "ordinaria deperibilità". Sono quelli con su scritto da consumarsi preferibilmente entro... E questa volta la data non è un termine tassativo, il commerciante può continuare a vendere il prodotto anche nei giorni successivi, a patto di avvertire i clienti e di assumersi la responsabilità di eventuali danni. Infine, i cibi che non hanno data. Alcuni perché non scadono davvero, come i superalcoolici, il sale o i confetti. Altri (come pane e ortaggi) perché si suppone che vengano consumati entro 24-48 ore dall'acquisto. E il legislatore affida al consumatore il compito di capire se sono ancora commestibili. Ma
perché i cibi si deteriorano, al punto di divenire tossici? E perché
alcuni si guastano prima di altri? Nel corso della storia abbiamo imparato a far convivere nelle dispense alimentari, alimenti e microrganismi. Anzi, spesso abbiamo saputo sfruttarli: senza le fermentazioni innescate da funghi e batteri non esisterebbero il pane, il vino, la birra e lo yogurt. Ma quella con i microrganismi è stata anche una lunga battaglia In palio:la possibilità di conservare il cibo più a lungo. Anche perché, mangiare un cibo avariato, guasto, insomma <<scaduto>>, può riservare qualcosa di più che un semplice mal di pancia. <<Alcuni germi>> dice Aureli, <<se hanno il tempo di agire provocano alterazioni molto pericolose per la salute. Si pensi all'istamina, una sostanza che può provocare gravi intossicazioni e che si sviluppa quando i batteri contaminano il pesce. O alla tossina el botulino, prodotta dal batterio Clostridium botulinum che si sviluppa in conserve e salumi avariati>>. Le massaie
prima e l'industria poi sono corse ai ripari. Formaggi, carne e caffè
sono spesso confezionati sotto vuoto per evitare che l'ossigeno dell'aria
li <<ossidi>>, modificando odori e sapori. Il principio è semplice: i batteri per vivere e moltiplicarsi hanno bisogno di acqua e togliendo l'acqua dai cibi si condannano a morte gli ospiti indesiderati. Poi, ma siamo già alla fine del XIX secolo, si è compresa l'utilità del calore nella conservazione degli alimenti. Fu lo scienziato francese Louis Pasteur a scoprire che con temperature comprese tra 60 e gli 85 gradi centigradi si possono uccidere quasi tutti gli agenti patogeni salvaguardando le caratteristiche nutritive dei cibi. Ora la pastorizzazione (il nome viene appunto da Pasteur) è usata per proteggere il latte, i succhi di frutta, la pasta, perfino il vino. Ma se la pastorizzazione è <<blanda>> (come quella usata per il latte fresco: 15 secondi a 72 gradi) qualche batterio sopravvive. E diventa fondamentale consumare il prodotto entro pochi giorni. Naturalmente si possono usare anche temperature più alte, olre i cento gradi, ma allora si parla di sterilizzazione: il caldo distrugge tutti i batteri ma fa diminuire anche il valore proteico. Altra
arma recente nella lotta alla <<scadenza>> è il freddo. Le
basse temperature rallentano l'attività batterica e permettono di
allungare la vita di quello che mangiamo. Questione di giorni, comunque.
Se si vuole andare oltre bisogna scendere sotto zero. <<I metodi
sono due>>, dice Paolo
Aureli,
<<la surgelazione e il congelamento. Entrambi si basano sul
principio che i batteri, già intorpiditi dal freddo, non possono usare
l'acqua perché ghiacciata. La surgelazione però preserva meglio gli
alimenti. E' un processo di raffreddamento più rapido e i cristalli di
ghiaccio che si formano sono così piccoli da non rompere la struttura
cellulare del cibo>>. Che fare allora? In alcune nazioni i surgelati hanno un bollino che cambia colore se il prodotto è salito al di sopra di una certa temperatura. <<Ma prima di adottarli dobbiamo essere sicuri che siano sistemi affidabili>>, dice Aureli. <<In certi casi è sufficiente che il cliente tenga tra le mani l prodotto per pochi secondi, per esempio per leggere gli ingredienti, perché il bollino cambi colore>>. Insomma, la ricerca di prodotti più sicuri continua. Una ricerca fatta di innovazione, ma anche di rispetto delle tradizioni. E che parte da lontano, come dimostra un mosaico sumero che ritrae un gruppo di uomini intenti a filtrare latte appena munto. Latte fresco. Di cinquemila anni. Luca Fraioli 29 marzo 2002
La polemica tra i produttori, che cosa dice la legge Che sia
blu non ci sono dubbi, basta vedere la bottiglia. Che sia buono anche dopo
otto giorni lo dicono gli esperti che lo hanno analizzato. Ma è anche
fresco? Il
punto del contendere è il processo che trasforma il Frescoblu da normale
latte pastorizzato in un latte a lunga durata. <<La
microfiltrazione usata dalla Parmalat>>, dicono al ministero delle
Politiche agricole e forestali, <<non rientra tra i trattamenti
ammessi dalla legge 169 del 1989>>. Ma il legislatore non ha voluto escludere eventuali progressi dell'industria: altri trattamenti, si legge, possono essere autorizzati dai ministri della salute e dell'agricoltura. Il fatto, dicono al ministero, è che nessuno ha chiesto agli organi competenti di approvare la microfiltrazione. Caso chiuso? Macché. Le vie della legge, si sa, sono infinite. Così si scopre che esiste una direttiva europea che lascia ai produttori la responsabilità di stabilire i termini di scadenza: in Germania, per esempio, il latte fresco ha una scadenza che arriva fino a otto giorni. Per non parlare di quello che succede fuori dalla UE: in Canada, la scadenza slitta fino a venti giorni... Ma come
funziona la nuova tecnologia che fa tanto discutere in Italia? Quando il
latte crudo arriva nello stabilimento la parte liquida viene separata
dalla panna. Quest'ultima è trattata termicamente per eliminare i
batteri, mentre il latte scremato viene filtrato attraverso una speciale
ceramica, i cui pori sono così piccoli da lasciar passare il latte ma non
i batteri o le cellule estranee che vi nuotano. Non solo.
L'allungamento della scadenza modifica anche i meccanismi della
distribuzione. C'è tutto il tempo per acquistare il latte all'estero (in
Germania appunto), microfiltrarlo e poi importarlo in Italia. <<Quel
prodotto viene ottenuto con un procedimento industriale invasivo, non
regolamentato né In Italia, né in nessun altro paese
dell'Unione>>, dice Luciano
Sita,
presidente della Granarolo, l'azienda bolognese impegnata in un duro testa
a testa con la Parmalat per la leadership nel settore del latte fresco
(28,1 per cento contro 28,4). E i consumatori? Il presidente dell' ADUC, l'Associazione per i diritti degli utenti consumatori, è possibilista. <<Non bisogna chiudere il mercato ai prodotti innovativi>>, dice Vincenzo Donvito. <<Soprattutto se a guadagnarci è la possibilità di avere alimenti più sicuri>>. Ma le altre associazioni si sono schierate contro. <<Non mettiamo in dubbio la qualità del nuovo prodotto Parmalat>>, dice Rosario Trefiletti, segretario generale della Federconsumatori. <<Ma, in base alle leggi attuali, non lo si può certo definire fresco. Lo facciano pure, ma gli cambino nome>>. (l.f.)
Il futuro? Si chiama <<tracciabilità>> Una nuova etichetta racconterà la storia del prodotto Ingredienti
e scadenza. Oggi sono queste le informazioni fondamentali riportate sulle
etichette degli alimenti confezionati. ma presto potremo trovarci scritta
tutta la storia di quello che stiamo per mangiare. I luoghi di origine
delle materie prime, i processi che hanno subito e gi stabilimenti in cui
sono state manipolate. Ad accelerare i tempi ci ha pensato la Coldiretti, che nei giorni scorsi ha presentato una proposta di legge che prevede l'istituzione in Italia di un sistema obbligatorio di rintracciabilità. <<Bisogna coinvolgere tutti, dagli agricoltori alle aziende di trasformazione>>, dice Paolo Bedoni, presidente nazionale della Coldiretti. <<Ma anche le associazioni dei consumatori, affidando loro un ruolo di controllo>>. Quali sono i vantaggi per i produttori? <<Le produzioni italiane finirebbero per guadagnarci>>, risponde Bedoni. <<Lo dimostra quanto è successo per il vino dopo l'emergenza metanolo. Si sono moltiplicati i marchi Doc e ogni produttore ha esasperato le caratteristiche locali del suo vino. Oggi sulle bottiglie c'è scritto non solo quale è il vitigno, m anche quali sono l'area di produzione e la cantina. E la gente ha apprezzato, perché associando un alimento a un territorio si sente più garantita>>. E per il
latte? <<Succede il contrario, importiamo ogni anno 1,7 miliardi di
litri , quasi il 20 per cento del consumo totale. E non c'è modo di
distinguerlo da quello prodotto in Italia. VAI AL CONVEGNO ONLINE: "Sicurezza e tracciabilità degli alimenti: latte, yogurt e formaggi freschi" |
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