| Confermata
la positività del bovino di Udine ma il consumo di carne riprende a
crescere
Mucca pazza, quattro casi ma la psicosi è passata COMMENTI: Il rischio della mucca pazza e la guerra al cibo biotech |
ROMA
- Quattro casi sicuri di Mucca pazza e uno sospetto ancora in cerca di
conferma non sembrano più in grado di spaventare troppo gli italiani. O
almeno così dicono i dati dell'Osservatorio Ismea Nielsen che fotografano
un aumento di consumi di carne bovina per la terza settimana consecutiva.
Anche se l'effetto negativo si fa sentire quando si prende in esame tutto
il mese. Come dire che dopo il primo spavento, ora le cose migliorano.Ecco i quattro casi italiani. La mucca 103 a Pontevico (Brascia). Il primo caso sospetto risale al 13 gennaio scorso, scoperto sulla mucca 103 della cascina Malpensata di Pontevico, e viene confermato tre giorni dopo dagli esperti dell'Istituto Zooprofilattico di Torino, che è centro nazionale di referenza per l'encefalopatia spongiforme bovina. La mucca di Marmirolo (Mantova). Il successivo caso sospetto positivo di Bse viene rilevato il 14 febbraio in un allevamento di Marmirolo, di Gabriele e Orlando Mantovani, ed è confermato due giorni dopo dalle controanalisi svolte nei laboratori del centro nazionale di referenza per la Bse. La mucca malata, che porta il numero 285, ha cinque anni. La mucca di Verolanuova (Brascia). Il 19 febbraio, un bovino di 5 anni (numero 32) allevato nella cascina Canove di Verolanuova, nella bassa bresciana, viene trovato positivo al test rapido. La conferma tre giorni dopo dal Ministro della sanità durante un'audizione alla Camera. La mucca da latte di Bicinicco (Udine). Il 21 febbraio il test rapido anti-prione è risultato positivo per una mucca di 4 anni di un allevamento in provincia di Udine. La mucca, proveniente da un piccolo allevamento, era stata abbattuta dopo un parto traumatico. La conferma di questo quarto caso di Bse è avvenuta dopo 6 giorni: il 27 febbraio. Il caso sospetto. La Bse arriva al sud: il 24 febbraio scorso, a Montecamplo, tra Castellaneta e Laterza (Taranto), in un'azienda in cui ci sono anche colture biologiche, il test rapido ha dato esito positivo. Si è in attesa di risposta da Torino. La frisona Sissi non è pazza. Il 24 gennaio c'è il timore che sia "impazzita" anche una frisona di quattro anni, allevata in un'azienda agricola di Albaredo d'Adige. L'allarme rientra il 29 gennaio, quando risultano negativi gli ulteriori esami compiuti all'Istituto zooprofilattico di Torino. I dati sulla carne. In base ai dati dell'Osservatorio Ismea-Nielsen dal 12 al 18 febbraio, per la terza settimana consecutiva, i consumi domestici di carne bovina hanno registrato, rispetto a sette giorni prima, una crescita del 22 per cento, mentre rispetto a febbraio 2000 il divario resta fortemente negativo (-44). In particolare, su base settimanale, la tendenza all'aumento ha riguardato sia le carni di vitello (+26 per cento) che quelle di bovino adulto (+18). Dalla ripartizione geografica dei dati emerge un incremento generalizzato. Al nord i consumi sono cresciuti del 4,6, mentre nelle regioni centro-meridionali, dopo i forti ribassi delle precedenti rilevazioni, gli acquisti delle famiglie hanno fatto registrare un balzo in avanti del 47 per cento. Per quanto riguarda i canali distributivi, il dettaglio tradizionale ha incrementato le vendite di carni bovine del 30, mentre è del 16 per cento l'aumento di supermercati e ipermercati. (27 febbraio 2001) Il rischio
della Mucca pazza In questa competizione scientifica che decide i rapporti di forza nella geoeconomia gli Stati Uniti fanno un nuovo scatto. L’Europa osserva impotente, paralizzata dalle sue paure. L’Italia, periferia della periferia, è ancora più indietro. La protesta degli scienziati la mette con le spalle al muro. Quanti di loro saranno ancora lì tra qualche anno, e quanti avranno dovuto emigrare verso i centri di ricerca americani? Arthur C.Clarke, scienziato oltre che scrittore di fantascienza, sostiene che abbiamo sempre tendenza a sopravvalutare gli effetti immediati delle scoperte tecnologiche, e a sottovalutarne gli effetti di lungo periodo. Wall Street sembra dargli ragione: completata la mappa del genoma umano, non c’è una corsa ad accaparrarsi azioni delle società biotecnologiche. Le ricadute industriali, e quelle sulla nostra salute, non si misurano sull’orizzonte di mesi. Ma tra vent’anni la medicina sarà probabilmente irriconoscibile. Si aprono speranze inaudite, dalla cura del cancro alla prevenzione delle malattie genetiche. L’avvio di una rivoluzione scientifica e tecnologica è sempre lento, impercettibile nei suoi effetti: fu così per l’introduzione dei personal computer alla fine degli anni Sessanta, o per il World Wide Web di Internet nei primi anni Novanta. La partenza fu in sordina, ma iniziò da lì una lunga corsa che avrebbe ridisegnato la società industriale, il modo di lavorare e di consumare, la comunicazione, l’economia globale. Con un punto d’arrivo nel bilancio finale: sviluppo economico, ricchezza, occupazione, ma anche un «digital divide», un divario più ampio tra il paese leader delle nuove tecnologie e gli altri, staccati, che arrancano dietro con fatica. Quel divario ha un significato molto concreto per le nuove generazioni: oggi ad un giovane americano si aprono più strade e più prospettive future, che per un giovane italiano. Come avvenne all’alba della società del computer, anche nella corsa della biogenetica l’America è praticamente sola ai nastri di partenza. L’Europa ha deciso di ritirarsi prima ancora che la gara abbia inizio. Il pessimismo degli europei — vizio tipico di una società demograficamente vecchia e conservatrice — tende a vedere di ogni innovazione tecnologica solo il potenziale distruttivo e degradante. Nessuno oggi osa ricordarlo senza provare qualche imbarazzo retrospettivo, ma anche l’arrivo dei primi computer fu salutato da allucinanti profezie su una società dominata dalle macchine intelligenti (e proprio Clarke in «2001 Odissea nello spazio» ne diede conto con l’ammutinamento del supercomputer Hal). La società americana al contrario ha nel suo Dna — quello culturale — la propensione a sperimentare, la sete di progresso, il bisogno di frontiere da conquistare. Non è un caso se oggi la schiacciante maggioranza delle tecnologie che usiamo ha origine in invenzioni brevettate negli Stati Uniti. Spesso da scienziati europei o asiatici. Sull’onda dell’angoscia dei consumatori per la terribile malattia della mucca pazza, Francia e Italia marciano unite in testa al battaglione europeo che respinge il «cibo Frankestein»: bando agli alimenti geneticamente modificati, creatura mostruosa dell’imperialismo Usa. Immersi nel polverone ideologico, pochi europei sanno la verità. Ignorano che l’unico scandalo per la vendita negli Usa di alimenti contenenti un mais transgenico vietato porta il nome di Aventis, multinazionale francese. Ignorano che a trent’anni dalla sua nascita l’ingegneria genetica non ha ucciso nessuno, e ha salvato molte vite. Ignorano i termini del dibattito che anima il Terzo mondo: dove governi e scienziati progressisti si battono senza tregua per ottenere sementi geneticamente modificate — più resistenti ai parassiti, meno bisognose d’acqua — e il loro vero problema è che le multinazionali americane proprietarie dei brevetti non le facciano pagare troppo care. La mucca pazza non c’entra con la biogenetica, ma con irresponsabilità e reati delle lobby agricole e agroindustriali europee, inefficienze e omertà delle burocrazie sanitarie. L’Europa ha venduto ciboFrankestein in America: l’unico rischio di mucca pazza negli Usa deriva da farine infette esportate illegalmente dall’Inghilterra al Texas. Ma il consumatore americano per ora non ha paura. Si fida dei controlli che sta facendo la «sua» Food and Drugs Administration, l’authority più rispettata. Il presidente della Commissione europea Romano Prodi confida: «Mi piacerebbe averla in Europa una Food and Drug Administration, con quel capitale di credibilità». Ci sarà una ragione se gli americani si fidano, mentre gli europei diffidano anche della propria ombra. Dov’è la politica, quando dovrebbe stabilire le regole e i valori, costruire la credibilità delle istituzioni in cui i cittadini possano riconoscersi? Il formidabile scatto americano alla conquista delle biotecnologie è parte di un fenomeno ben più vasto. Il commissario di Bruxelles alla ricerca, Philippe Busquin, rivela che negli ultimi dieci anni gli investimenti europei nella ricerca scientifica e tecnologica sono scesi dal 2 all’1,8% del Prodotto interno lordo mentre quelli americani salivano dal 2,5 al 2,8%. Un punto di Pil è una differenza enorme: 120.000 miliardi di lire all’anno. La grande industria americana finanzia con donazioni generose le migliori università da Harvard a Stanford; il padronato europeo abdica alle sue responsabilità nella ricerca. Un’analisi attenta del modello americano porta lontano dagli stereotipi che lo dipingono come un capitalismo selvaggio. La ricostruzione del genoma è una magnifica storia di emulazione e gara fra pubblico e privato, tra lo scienziato imprenditore Craig Venter della Celera Genomics, e il network di ricercatori e università statali senza le quali la scoperta non sarebbe di dominio universale e gratuito. In tutte le grandi ondate di innovazione tecnologica venute dall’America c’è sempre all’origine un ruolo dello Stato: perfino Internet è nato da un progetto congiunto NasaPentagono. E i rari casi in cui l’Europa tiene testa all’America — dall’Airbus alla telefonìa cellulare Gsm — non esisterebbero senza uno sforzo di pianificazione pubblica e di cooperazione fra governi. E’ questa la semplice verità che hanno gridato i 1.500 scienziati italiani al governo: c’è una responsabilità grave della politica, se il paese si chiama fuori dalla grande competizione tecnoscientifica internazionale. I talenti italiani non meritano questa resa. Sono apprezzati da decenni in tutto il mondo. La storia di Enrico Fermi in America si è ripetuta con scienziati imprenditori come Viterbi, Faggin, Crea: pionieri della New Economy che nelle telecomunicazioni, nell’informatica e nelle biotecnologie hanno segnato tappe storiche del miracolo californiano. Come loro, in questo istante centinaia di giovani ricercatori, docenti e ingegneri italiani arricchiscono delle loro competenze la Silicon Valley, le sue imprese e le sue università. E’ un pezzo dell’Italia migliore, costretto a emigrare perché l’Italia non sa che farsene. 27 febbraio 2001
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