DOSSIER MUCCA PAZZA


Pecoraro Scanio: "Sul latte non metto la mano sul fuoco"
Incentivi agli allevatori per l'abbattimento
dei bovini con più di 30 mesi di età


ROMA - La paura del contagio arriva fino al latte. Dopo la scoperta del primo caso sospetto di mucca pazza in Italia i ricercatori estenderanno al più presto i controlli sui latticini e il ministro delle politiche agricole Alfonso Pecoraro Scanio spiega così i motivi di questa decisione. "Non posso mettere la mano sul fuoco per quel che riguarda il latte", ha detto il ministro intervistato oggi da Radio Popolare. "In una materia così delicata è difficile essere certi e bisogna usare la massima cautela".

Ma prima il premier Amato e poi l'Europa rispondono che si tratta di falso allarmismo. Da Bruxelles un portavoce della Commissione europea fa sapere che il Comitato scientifico esclude che la trasmissione della malattia possa avvenire attraverso il latte: "Non vogliamo scatenare l'allarme soltanto perché abbiamo cominciato delle ricerche - ha detto Beate Gminder - vogliamo conoscere meglio la malattia ed è per questo che stiamo studiando anche il latte".

Accanto ai nuovi test proseguono quelli, partiti con il primo caso di Brescia, su tutti i bovini con oltre 30 mesi di età. E per dare la certezza che non sarà trascurato alcun caso, il ministro delle Politiche agricole fa sapere, a margine di un convegno sulla pesca a Livorno, che tutte le bestie che rimarranno fuori dai controlli per un problema di tempo, non saranno mai macellate ma immediatamente abbattute. Inoltre, gli allevatori che decideranno di sopprimere le bestie di età superiore ai 30 mesi riceveranno un contributo comunitario del 70 per cento e dello Stato del 30 per cento. Saranno cioè completamente rimborsati.

(15 gennaio 2001)

"Il latte? - Consumatelo tranquilli"
Valpreda (Regione)


Dopo la carne, il latte. «Per il latte non metto la mano sul fuoco» dichiara il ministro dell’agricoltura Alfonso Pecoraro Scanio, e subito scatta l’allarme. Non tra i consumatori, non ancora (i primi effetti sulle vendite si vedranno oggi quando telegiornali e giornali avranno portato la paura in tutte le case), ma tra gli allevatori in un settore che per l’agricoltura piemontese è tra i più importanti: sono circa 300 mila le vacche da latte nella nostra regione (per 8 milioni di quintali di latte prodotti ogni anno). Un giro d’affari di circa 800 miliardi che diventano 4 mila, se si considera l’indotto, vale a dire i formaggi e tutti gli altri derivati.
«Noi non possiamo che fare appello agli scienziati» dice Lorenzo Becotto, leader degli allevatori della Coldiretti Piemonte. Gli scienziati per ora rassicurano, ma senza esclamazioni, con quella prudenza che ormai è prassi per chiunque parli di mucca pazza e dintorni. Enrico Beccaria, direttore dell’istituto Zooprofilattico di Torino dice: «Finora nessuna ricerca scientifica ha accertato che il prione della Bse possa passare dall’animale al latte. Però — aggiunge subito — questo non vuol dire che tale trasmissione sia del tutto impossibile». Più deciso Mario Valpreda, responsabile regionale della Sanità pubblica: «Il problema per adesso non esiste. Nessuno ha dimostrato la presenza del prione nel latte e nemmeno nelle mammelle. Non bisogna creare allarmismo e si può tranquillamente continuare a consumarlo. Ma è giusto essere prudenti e fare ulteriori ricerche, perché oggi su questa malattia è difficile avere certezze».
Ad aumentare l’allarme è poi il fatto che le vacche da latte, le «fattrici», sono tutte di mezz’età, quelle più a rischio, secondo la vulgata corrente almeno. «Sì — conferma Becotto — una vacca può iniziare a riprodursi dopo i due anni e in genere continua la carriera riproduttiva fino ai sei o sette anni». Rischi più alti dunque? «No. Le garanzie sono quelle che già vengono fornite per la carne. I test per questa valgono anche per il latte. In più da anni in Piemonte, sono operative procedure rigorose: ogni produttore che consegna latte a un caseificio subisce almeno tre o quattro controlli a campione ogni mese, oltre a quelli delle Asl, per verificare i parametri di qualità del prodotto». Insomma conclude Becotto «i consumatori non devono farsi prendere dal panico. E lo stesso dobbiamo fare noi allevatori che dobbiamo procedere sulla strada della qualità senza incertezze. Certo la preoccupazione c’è: credo che tutto ciò che sta accadendo sia anche figlio della mondializzazione, della deregulation che porta da noi prodotti che arrivano da chissà dove, sui quali è difficile dare garanzie».

16/01/01


per aggiornamenti sul morbo della "mucca pazza" bse:

L'ENCEFALOPATIA SPONGIFORME DEI BOVINI 

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