|
LA PESTE CHE
SBANCA L'EUROPA
dal nostro inviato
ANTONIO POLITO
BRUXELLES
- Una pecora "clandestina" sbarca da un'auto nella periferia di
Padova, accompagnata da tre extracomunitari. Qualcuno avvisa la polizia
che accorre sul posto, e trova l'animale con le zampe già legate per il
rituale del sacrificio, la festa musulmana di Id-Al-Kabir, che ricorre
proprio in questi giorni. I fedeli fuggono. La pecora infedele, perché
senza documenti, viene invece arrestata e condotta in un laboratorio.
Milioni di musulmani in tutta Europa non possono ripetere il gesto di
Abramo. Milioni di consumatori europei sono con i nervi a fior di pelle.
Milioni di contadini hanno i conti bancari in rosso. E tutto per un
minuscolo e insignificante virus che vive sei mesi nel gelo dell'inverno
ma muore all'istante in un bicchiere di Coca Cola, innocuo e contagioso
come un'influenza.
L"asiatica" che
sta facendo tremare il continente (questa epidemia nasce in India dieci
anni fa) sta anche svelando la sua follia. Il ministro Pecoraro, che ha
una predilezione per la chiusura di frontiere e laboratori, vuole ora la
serrata del suolo patrio allo zoccolo straniero. Eppure l'Italia ha già
fermato le importazioni di animali dalla Gran Bretagna, e Francia, Belgio
e Irlanda hanno già fermato le esportazioni. Il blocco già c'è.
Stavolta, forse perché
si trovano davanti un nemico noto almeno da cinque secoli e meno
misterioso del prione, i governi nazionali hanno reagito con prontezza e
determinazione. Finora tutti i focolai inglesi - se ne scovano sempre di
meno ogni giorno che passa - sono legati a un'unica fonte infettiva.
La Francia sta
sacrificando 50.000 capi senza avere un solo caso di afta, solo per
precauzione. Perfino i movimenti di tifosi di calcio e di rugby sono
contingentati per bloccare il contagio. Più di così.
"L'afta è
pericolosa, ma è un pericolo che conosciamo bene - mi dice Romano Prodi -
siamo bene attrezzati per circoscriverlo".
A differenza della
"mucca pazza", stavolta il consumatore non rischia nulla. Non si
può dunque aggiungere questa crisi alla bacheca degli allarmi sanitari di
un'Europa che, invecchiando, diventa ipocondriaca: uranio impoverito,
telefonini al cancro, bistecca assassina. Qui rischia solo il portafoglio
degli allevatori. Gli animali non muoiono nemmeno di afta: muoiono perché
vengono uccisi per fermare il contagio, e perché diventano inappetenti,
perdono peso e latte, restano senza valore commerciale. Per questo, più
della Bse, l'afta epizootica mette a nudo il problema vero
dell'agricoltura europea: il denaro.
Un piccolo esempio.
L'Europa ha in stoccaggio abbastanza antigeni al virus dell'afta da
produrre trenta milioni di dosi di vaccino. Ma dal 1991 non li usa più,
né intende usarli adesso, a meno che l'epidemia non esploda anche nel
continente, cosa che non è ancora avvenuta. Perché? Perché se si
vaccinano gli animali si smette di essere registrati negli accordi di
commercio internazionale come "zona indenne" dal male, e si
diventa "zona a rischio". Perché i veterinari americani non
sarebbero più in grado di stabilire, nell'analizzare un maiale
proveniente dall'Europa, se è sieropositivo perché è stato vaccinato o
perché è malato, e non lo comprerebbero più. Dunque il vaccino non
viene usato per proteggere il reddito degli allevatori.
Ogni contadino del
Vecchio Continente ha ricevuto in media nel 1999 trentasei milioni di lire
in sussidi. A pagare è stato ogni consumatore europeo che va al
supermercato, e che spende due milioni e mezzo in più all'anno di un
collega canadese o giapponese. Metà del bilancio comunitario, la bellezza
di 84mila miliardi, se ne va in aiuti a nove milioni di contadini.
Senza contare le frodi,
l'immoralità di chiudere le frontiere ai prodotti del Terzo Mondo per poi
inondarlo con i nostri surplus, e gli enormi ammassi di cibo invenduto per
non far crollare i prezzi. Il caso della "mucca pazza" sembra
fatto apposta per svelare il pasticcio in cui ci siamo infilati: da un
lato la Ue ha l'obbligo di distruggere i bovini a rischio, ma dall'altro
ha un equivalente obbligo a comprare anche quelli sani se il prezzo sul
mercato cade sotto il 60%. Teoricamente potrebbe essere costretta a
comprare ogni singola mucca d'Europa. Il risultato è che non bastano né
i soldi, né lo spazio nei frigoriferi per contenere le due milioni di
tonnellate di manzo in più previste per il 2003.
La Pac, politica agricola
comunitaria, nacque negli anni ‘60, quando gli europei ancora portavano
sulla loro pelle i segni delle privazioni e della fame della guerra.
L'agricoltura fu considerata un settore strategico, al pari di acciaio e
cannoni, che andava protetto per renderci autosufficienti dal punto di
vista alimentare. Oggi non solo siamo autosufficienti - con l'eccezione di
mango, papaya e frutta esotica - ma produciamo troppo. Se lasciassimo fare
al mercato, i prezzi calerebbero, per la gioia dei consumatori e la rabbia
dei produttori. Quindi, nonostante un tentativo molto timido di riforma
fatto nel 1999, si va avanti così. "L'industria tedesca paga per
l'agricoltura francese", questo fu il patto fondativo dell'Europa.
Schroeder, due anni fa a
Berlino, non ebbe il coraggio di rompere il vero asse francotedesco, e
accettò di continuare a mettere soldi in un salvadanaio da cui preleva
Parigi. Guardate con che foga oggi Chirac, già in campagna elettorale,
ripete che la Pac non si tocca fino al 2006, nuova data prevista per fare
i conti. Ma non è solo l'afta e la mucca pazza che la stanno facendo
saltare: è il protezionismo sempre più inaccettabile per il Wto, è
l'allargamento che porterà in Europa un'agricoltura come quella polacca,
che dà lavoro a un quarto del paese e che spesso è ancora a livello di
cavallo e aratro. Se sussidiamo anche quella, qualcuno dovrà pagare. Chi?
E con quali soldi?
Gli ecologisti si sgolano
nel dire che hanno trovato la soluzione: tornare all'agricoltura
tradizionale, alla piccola fattoria dove il maiale nasce, cresce e muore
sul posto senza bisogno di essere trasportato per centinaia di chilometri
fino ai macelli dei grandi supermercati, spargendo lungo il tragitto
contagi e malattie. Ma il ritorno al passato è impossibile per la stessa
ragione di cui sopra: il denaro. L'agricoltura intensiva è l'unica
competitiva per esportare, il cibo organico costa, e in giro non si vedono
molti europei determinati a pagare il 20% di più per mangiare un pollo
ruspante. Una via d'uscita l'ha proposta la Germania, e subito vi si è
accodata Londra: usare una parte dei soldi per far nascere, accanto
all'agricoltura industriale, un'agricoltura "dolce", e farle
raggiungere una quota significativa del mercato, in modo da garantire ai
consumatori una scelta reale: chi vuole mangiar sano spende di più, e chi
è di bocca buona risparmia. Ottima idea, a patto di non trasformare anche
l'agricoltura organica in agricoltura sussidiata. Sono proprio gli aiuti
che distorcono il sistema fino a farlo impazzire. Forse bisognerebbe
lasciar fare un po' di più al mercato. Non resteremo a bocca asciutta se
è lì che si fissano i prezzi, come avviene per ogni altro prodotto.
Prosciutti e salami non sono più affari di Stato.
06 marzo 2001
|