DOSSIER - BIOLOGICO



I prodotti agricoli e il prezzo della qualità nell’alimentazione
chi pagherà i costi della trasformazione del modello produttivo europeo
MARIO CAMPLI *

Agricoltura biologica, ci sono anche molti rischi


Appare sempre più probabile che l’appuntamento della verifica dell’andamento della spesa nelle due Organizzazioni Comuni di mercato nel settore dei seminativi e del latte concordata nell’ambito dell’Accordo di Berlino (dicembre 1999) sulla cosiddetta "Agenda 2000" diventi l’occasione di una nuova e profonda riflessione sulla intera Politica Agricola Comune. E, forse, anche il momento per definire gli elementi di una nuova riforma. Storicamente, la logica del progressivo riadattamento è stata quella di una ricerca continua di strumenti per la riduzione della spesa: avviata nel 1984 con l’introduzione del regime delle quote del latte bovino e l’abolizione del regime delle garanzie illimitate di mercato, proseguita con l’applicazione della politica degli stabilizzatori del 1998 e approdata alle decisioni del maggio 1992 (riforma Mac Sharry). Poi è venuta "Agenda 2000".
Oggi, questo problema di bilancio esiste ancora (soprattutto se traguardato all’entrata dei paesi candidati dell’Europa centrale), ma non costituisce più l’aspetto politicamente prevalente. Per la verità già nel passato era emersa una impostazione riformatrice, che andava oltre gli aspetti di bilancio. Alcuni mesi prima che la Commissione rendesse nota "Agenda 2000", fu reso pubblico anche uno studio (cosiddetto "Rapporto Buckwell", 1997) che, allora, non ebbe un seguito e che oggi ambienti influenti ed autorevoli intendono rimettere alla base di un ulteriore percorso di riforma.
Il rapporto così si esprimeva: "La società europea ha raggiunto un grado di sviluppo tale che la spesa alimentare rappresenta meno di un quinto della spesa media di una famiglia. Oggigiorno l’agricoltura contribuisce per meno del 2% al prodotto lordo interno dei quindici paesi della Comunità ed occupa poco più del 5% della forza lavoro. Quarant’anni dopo il Trattato di Roma, l’approvvigionamento alimentare della Comunità non è a rischio. Pertanto è evidente che sono mutate le priorità sociali per l’agricoltura".
A questo approccio, politicamente molto diverso, si aggiunge, in queste settimane, una spinta della pubblica opinione, del tutto inedita nelle sue proporzioni: una straordinaria mobilitazione del sentimento generale dei cittadini europei si sta indirizzando verso e a volte contro il mondo della produzione del cibo. La "professione agricola" rischia di rimanere prigioniera di questa ondata di sospetto. E, con essa, anche la politica agricola dell’Ue. Le istanze politiche e decisionali, d’altra parte, sono tentate o indotte ad "approfittare del momento". Che fare ?
Ritengo che la globalizzazione dell’economia, in generale, produce, contemporaneamente, una spinta alla ricerca della identità: negli individui, nei gruppi sociali, nei modelli di produzione e nei prodotti.
Per l’Europa, dunque, si dovrà scegliere la strada di una agricoltura che punta le sue carte della competizione nella specializzazione produttiva e nella valorizzazione della eterogeneità degli ambienti produttivi e dei prodotti. Per una strategia di questo tipo c’è bisogno di una diversa politica agricola comune. Ma anche il cittadino (consumatore e contribuente) dell’Europa deve modificare il suo approccio alla spesa alimentare: imparando a diffidare della priorità della competizione e del prezzo basso.
Il reddito annuale dei sette milioni di agricoltori europei corrisponde, oggi, a circa il 9% di quanto i consumatori europei spendono. Non è un livello spropositato! I processi di liberalizzazione intaccheranno ulteriormente la parte di quel reddito proveniente dai prezzi più alti, interni all’Unione. L’agricoltore europeo dovrà essere, dunque, chiamato a "produrre" qualcosa in più, in termini di qualità, sicurezza, originalità.
Ma intanto che il mercato riconosca questo "plus", il contribuente cittadino europeo dovrà ancora "sostenere" il "modello europeo di agricoltura", se non vuole candidare l’Unione ad essere mercato anonimo delle grandi multinazionali del cibo. Ecco il nuovo patto che dovrà essere sottoscritto, con trasparenza e consapevolmente, nella nuova politica agricola comune. Questa sarà profondamente rioerientata, ma non cancellata.
*Presidente COGECA (Comitato Generale Cooperative Agricole U.E.)

05 marzo 2001


Agricoltura biologica, ci sono anche molti rischi
GIOVANNI MARIA PACE


Dal suo laboratorio all'Istituto Max Planck, Francesco Salamini ha fatto un viaggio a ritroso nel tempo, è andato alla ricerca del progenitore selvatico di tutto il frumento di cui il genere umano si nutre e lo ha trovato tra le montagne di Karacà Dag, ovvero nella Mezzaluna Fertile, la regione della Turchia dove, nel Neolitico, fu inventata l'agricoltura. Si tratta di un frumento diploide (con due serie di cromosomi), lo stesso che, addomesticato, è stato coltivato fino all'età del Bronzo. Oggi il nostro frumento è esaploide, cioè derivato dal diploide e dal tetraploide con successive ibridazioni. L'esaploide non ha genitori selvatici perché è nato nei campi coltivati dall'uomo, come dire che la pianta che mangiamo di più è assolutamente artificiale. «La rivoluzione neolitica, diecimila anni fa, ha cambiato il mondo molto più di quella genetica che suscita oggi tanta apprensione». Il Progetto biotecnologia vegetale del ministero dell'Agricoltura, di cui Salamini è tuttora coordinatore, non viene più finanziato ma neppure chiuso, un artificio burocratico per poter dire che continua. Intanto i ricercatori che nel suo ambito lavoravano all'isolamento di geni per la resistenza agli insetti o studiavano i marcatori molecolari nella selezione delle piante sono fermi, con grande spreco di intelligenza. I governi dei paesi europei che hanno all'interno i Verdi aspettano che la bufera passi. «Ora siamo al "no" su tutto», spiega Salamini. «Poi si dirà "sì" alle applicazioni alla salute, quindi si ammetteranno i cibi transgenici per categorie speciali come i diabetici e alla fine si accetteranno tout court i lati positivi delle biotecnologie». Ma il processo è lento e varia da paese a paese.
L'Italia, per esempio, ha congelato l'intero settore mentre altri governi danno oggi meno enfasi alle biotecnologie pur continuando a investire nella genomica delle piante, la branca meno invisa ai Verdi. La Francia ha in proposito un programma da 420 miliardi in quattro anni. Segue la Germania e tra i due paesi si delinea un asse biotecnologico, con forti investimenti per il futuro.
Tornando al nostro Paese, l'Italia rimane importatrice di beni agricoli, o meglio di proteine e di calorie sotto forma di cereali. Esporta essenzialmente acqua sotto forma di frutta e verdure, e importa carne per il 60 per cento del fabbisogno, formaggio per il 40, latte per il 30. «In queste condizioni commenta Salamini è propagandistico chiedere, come fanno i Verdi, il ritorno a una forma diversa di agricoltura. Nella Penisola ci sono poche terre arabili e quindi le aree a vocazione agricola, come la pianura padana o le regioni ortofrutticole del Meridione, devono continuare a essere lo zoccolo forte della produzione». In questo "zoccolo" c'è posto per i prodotti tipici che stanno a cuore al ministro dell'Agricoltura?
«Gli agricoltori padani risponde l'agronomo producono cento milioni di quintali di mais, perlopiù destinati all'allevamento. Come potremmo trasformarli in prodotto tipico per polenta? Il mais è una componente fondamentale del mangime. Se non dai il mais agli animali ma passi al pascolo, cioè all'agricoltura biologica, devi far brucare l'erba fin sulla cima dei monti».
Se da un lato l'agricoltura biologica non può avere che un ruolo ridotto in un Paese conformato come l'Italia, dall'altro aree privilegiate quali Padania, Campania, Puglia, Sicilia non possono che soffrire di un mancato accesso alle biotecnologie. «La Valle Padana continua Salamini è il biotopo più produttivo del mondo. La protezione delle Alpi e l'abbondanza d'acqua lo rendono unico. Per mantenervi la tradizione di alta produttività occorre un concerto di tecnologie nuove che compensino i vuoti lasciati per esempio dall'esodo o dalla peggiorata qualità degli addetti».
Nell'Europa della mucca pazza l'ago dei consumi si sposta sul cibo organico. E' una moda o un modo per salvaguardare la salute? «Sono abbastanza in età per ricordare la rivoluzione alimentare degli anni Cinquanta, quando si riuscì a produrre cibo in modo igienico e di qualità controllata. Nella polemica di oggi i prodotti dell'industria alimentare vengono invece chiamati tossici per via dei residui chimici che conterrebbero. La gente però vive più a lungo, i ragazzi italiani non sono mai stati così alti, il nuovo modo di produrre il cibo ha reso vivibile la vita delle classi meno fortunate. Perché tornare ai pesanti modi di produzione del passato? Oltretutto, nei cibi naturali non sappiamo che cosa ci sia».
Quando non assume toni apocalittici, l'ambientalismo ha il merito di ricordarci i difetti del nostro modello di sviluppo. E le alternative. Anche l'agricoltura ad alta intensità imposta dalla crescita demografica potrebbe essere meno chimica e più biologica. Potrebbe cioè usare artifici biologici, incluso il trasferimento di geni, per ridurre il danno che la presenza delle piante coltivate comporta per l'ambiente. L'agricoltura ecocompatibile interviene sulla pianta e non sui terreni. «Finora abbiamo spianato i campi per irrigarli, li abbiamo concimati per far crescere meglio le piante, abbiamo protetto le piante con gli anticrittogamici, insomma abbiamo fatto di tutto per creare un ambiente favorevole alla pianta spiega Salamini lo schema può ora venire ribaltato intervenendo sulla pianta per renderla adatta all'ambiente. Procurare resistenza al freddo, alla siccità, ai parassiti sono obiettivi alla portata delle biotecnologie. Perché privare l'uomo di un'avventura che, come altre in passato, può migliorare il mondo?»

05 marzo 2001


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