LATTE
A VOLONTA' Sicuro e necessario
Secondo gli
esperti è esente dal rischio "mucca pazza". Ed è
indispensabile
di arturo cocchi
Il latte ed i suoi derivati?
Assolutamente a prova di morbo da "mucca pazza". Lo ha detto e
ripetuto più volte Umberto Veronesi. «Il latte è sicuro», ha detto il
ministro della Sanità, «perché se fosse stato portatore di prione (la
proteina anomala che, con tutta probabilità, causa la Bse, o morbo della
mucca pazza, n.d.r.), avremmo già assistito ad un’epidemia di
dimensioni straordinarie. Va inoltre sottolineato il fatto che il prione
si annida nel sistema nervoso e le ghiandole mammarie sono quasi del tutto
prive di nervi».
In sintesi, i livelli di infettività del morbo sono massimi laddove più
elevata è la concentrazione nervosa (nel cervello, dove la presenza
dell’agente patogeno è però rilevabile con specifico test); sono
minimi nelle radici dei nervi dorsali, nell’ileo e nel midollo osseo;
estremamente bassi o sostanzialmente nulli altrove.
A favore del latte, poi, depongono altri elementi. «La ricerca», spiega
Oliviero Sculati, responsabile dell’unità di nutrizione all’Asl di
Brescia», ha appurato che l’Encefalopatia Spongiforme Bovina (Bse) non
si trasmette da mucche che hanno contratto il morbo ai vitelli alimentati
con il loro latte. Inoltre, a nostro favore, gioca la "barriera di
specie": in altre parole, una malattia che si trasmette con
difficoltà, o non si trasmette affatto, tra animali della stessa specie,
avrà ancora meno chances di "passare" ad un animale di specie
diversa».
Ancora, il latte, che è sempre stato uno dei cibi più controllati in
assoluto, è un alimento fresco, che viene consumato entro 5 giorni dalla
sua produzione; per i formaggi invecchiati la stagionatura arriva a 2432
mesi. Ora è noto che dal ’94 in Italia è vietato somministrare
proteine derivate da animali ai ruminanti, mentre dal ’97 il divieto è
stato esteso alle farine con proteine derivate da tessuti animali. In
altre parole, se qualche rischio ci fosse stato, sarebbe stato corso in
passato.
«Anche perché», conclude Sculati, «in Italia i controlli sugli
alimenti sono più seri che in molti paesi europei. E sbagliano i media a
servirsi della recente iniziativa degli inglesi di avviare nuove ricerche
su "mucca pazza" per fare dell’allarmismo: in realtà, su una
malattia di cui si hanno così poche certezze, è assolutamente opportuno
continuare a svolgere ricerche a tutto campo, senza che ciò significhi
significa un rischio aumentato per il prodotto che viene indagato. Sarebbe
gravissimo non farlo».
Dunque, via libera a latte e derivati, alimenti ricchi di nutrienti
indispensabili per l’uomo. Come vediamo in queste pagine.
|
LA
DOSE NUTRIZIONALE DEI LATTICINI |
| |
porzione |
calorie
porzione
(gr) |
proteine
porzione
(gr) |
grassi
porzione
(gr) |
calcio
porzione
(mg**) |
| latte
intero |
250
ml |
160 |
8,25 |
9 |
297,5 |
| latte p.screm. |
250 ml |
115 |
8,75 |
3,75 |
300 |
| latte
magro |
250
ml |
90 |
9 |
0,5 |
312,5 |
| yogurt intero* |
250 ml |
162,5 |
9,5 |
9,25 |
312,5 |
| ricotta
di vacca |
200
gr |
298 |
17,6 |
21,8 |
590 |
| mozzarella di vacca |
125 gr |
321,2 |
20,9 |
24,4 |
625 |
| stracchino |
100
gr |
300 |
18,5 |
25,1 |
567 |
| fontina |
65 gr |
223 |
15,9 |
17,5 |
565 |
| parmigiano |
65
gr |
252 |
21,8 |
18,3 |
753 |
| emmenthal |
65 gr |
262 |
18,5 |
19,9 |
744 |
| pecorino
romano |
65
gr |
261 |
16,9 |
21,5 |
585 |
| **
raccomandazione giornaliera perl'adulto: 800 mg |
| *
esclusi i recenti yogurt cremosi o creme di yogurt che presentano
valori superiori per calorie, zuccheri e, a volte, grassi |
fonte:
Elaborazione di "SALUTE" su dati ricavati da:
tabelle di composizxione degli alimenti, Istituto nazionale della
nutrizione, 1997; LARN Raccomandazioni nutrizionali per la
popolazione italiana, Società italiana di nutrizione umana, 1996 |
Proteine e
calcio ma anche zinco
In poche
calorie un pieno di nutrienti essenziali
Il latte è il nostro primo
fornitore di calcio, ma anche un’importante fonte di proteine e zinco.
Un alimento ricco di nutrienti che ha costi più che ragionevoli in
termini di calorie e grassi. Riguardo a questi ultimi, non c’è cibo che
meglio consenta di dosarli in base alle necessità: intero per sani e
normopeso, parzialmente o del tutto scremato, senza sacrificare più di
tanto il gusto, per tutti gli altri. «Chi vi rinuncia», spiega Sculati,
«senza le opportune compensazioni, di rado incamera più di 500
milligrammi al giorno di calcio, contro gli 800 auspicabili. Se poi la
dieta è anche povera di frutta e verdura, in particolare di quelle più
ricche del minerale come arance o spinaci, l’introito può scendere a
300 milligrammi: troppo pochi».
Il ripiego può essere un’acqua ricca di calcio: recenti ricerche hanno
dimostrato che l’organismo lo accetta con la stessa facilità, sia che
esso provenga da latte e formaggi, sia che a fornirglielo sia una
"minerale". «Scartate in blocco le oligominerali», dice il
nutrizionista, «andrà verificato, sull’etichetta, che il contenuto di
calcio sia di almeno 300 milligrammi per litro: bevendo quanto si dovrebbe
(un 1/2 al giorno) l’introito dalla sola acqua raggiungerebbe i 450
milligrammi al dì».
Oltreché di calcio, fondamentale per la salvaguardia della massa ossea e
per innumerevoli processi metabolici, il latte è però ricco di proteine
peculiari. «Queste, una volta digerite», prosegue Sculati, «vengono
ridotte a catene di aminoacidi più piccole ma fondamentali, i peptidi.
Alcuni rinforzano la struttura di difesa delle pareti intestinali, altri
possono contribuire ad accelerare o rallentare l’assorbimento
intestinale dei nutrienti. Infine, il latte è anche un discreto fornitore
di zinco, che non solo rafforza l’immunosistema, ma partecipa alla
costituzione di molti enzimi che favoriscono l’assorbimento di
carboidrati e proteine». E poi c’è la via biologica. Con il 1015 per
cento di sovrapprezzo, si ottiene un prodotto a prova di bomba. «Il
gusto, a volte» conclude il medico, «è un po’ diverso. Ma basta farci
l’abitudine».
Rischi seri?
Sì, se non lo bevete
di Eugenio Del Toma
Sul tema della "mucca
pazza" un’informazione sguaiata, catastrofista e certamente
sproporzionata alla documentazione esistente sui casi di contagio umano,
ha travolto gli italiani, inondandoli di supposizioni e preoccupazioni.
Ovviamente, non è da sottovalutare il pericolo della trasmissione
all’uomo (in Inghilterra purtroppo è accaduto), ma in Italia non si è
avuto neppure un caso di morte sicuramente riconducibile al consumo di
carni bovine. Sarà merito dei nostri agricoltori e dei nostri veterinari,
sarà la preferenza tutta italiana per le carni giovani e per il muscolo
dei quarti posteriori, ma questa è la situazione, anche se lo spettro di
una lunghissima incubazione giustifica pienamente l’attenzione e la
preoccupazione delle Autorità sanitarie.
Una cosa è la prudenza, tutt’altra faccenda l’esagerazione ed il
terrorismo che qualcuno avrebbe voluto estendere anche al consumo del
latte. Ci sono già troppi pericoli reali da cui cautelarsi (salmonella,
botulino, pesticidi, metalli pesanti e ogni altro genere di inquinanti dei
nostri alimenti) che non mi sembra il caso di gettare altri sospetti
quando non esistono prove reali e precise documentazioni scientifiche e
legittimarne la consistenza.
In questo Paese, così emotivo, suggestionabile e poco abituato a valutare
l’attendibilità delle fonti d’informazione (la pubblicità e non la
scuola è tuttora la principale fonte di "educazione"
alimentare) ci manca soltanto che si cancelli anche quel rispetto
millenario che si deve al latte e ai suoi derivati. Generazioni di
pediatri, di medici e di specialisti in Scienza dell’alimentazione,
hanno raccomandato da sempre il consumo del latte, per un insieme di
vantaggi. Tanto più è diventato opportuno consumare il latte (non
importa se intero, scremato o in forma di yogurt o di latticini e
formaggi) per il suo apporto di calcio facilmente assorbibile.
Oggi che l’aspettativa di vita ha raggiunto un’età così avanzata da
rendere quasi inevitabile l’osteoporosi senile, la carenza di calcio si
tramuterebbe in una moltiplicazione del numero delle fratture ossee e
quindi in un aumento reale della mortalità. Soprattutto ai giovani si
dovrebbe insegnare che nei primi 2025 anni della vita si completa il picco
osseo del calcio e non per niente anche l’ultima edizione delle Linee
Guida dell’alimentazione ha ribadito la necessità di aumentare
l’introduzione di calcio nei giovani e negli "over 60".
Senza il consumo del latte e dei suoi derivati, che nella dieta italiana
forniscono quasi il 70 per cento dell’apporto di calcio, queste
direttive sarebbero vanificate. Allora, non è il caso di dar corpo alle
ombre! Il latte è sano e soltanto i pochi che non lo digeriscono (anche
l’intolleranza al latte è stata sopravalutata con metodi di
accertamento grossolani e talvolta inattendibili) hanno un motivo per
astenersene.
Quando il grasso
è meno proibito
L’eterno
dilemma: freschi o stagionati?
Chi ha detto che i formaggi sono
grassi? Certo, se si toglie acqua da un alimento, le percentuali delle sue
componenti solide aumentano in proporzione, ma ciò accade anche
essiccando albicocche o arance. Parlando di formaggi, dunque, la quota
liquida va sempre tenuta conto, anche quando si confrontano freschi e
stagionati, e si tende a considerare più leggeri i primi. «In realtà,
spesso formaggi molli come la mozzarella», spiega Oliviero Sculati, «si
rivelano più grassi e meno ricchi di nutrienti degli stagionati. Almeno
se ci si riferisce ai valori per porzione, anziché a quelli per etto di
alimento».
Si immagini il confronto più classico, mozzarella contro parmigiano. In
apparenza (vedere tabella) meno calorica e grassa, la prima ha però un
contenuto d’acqua quasi doppio (58 contro 30 per cento). Forse anche per
questo il palato la percepisce meno pesante, e ci invita a mangiarne di
più: secondo i nutrizionisti, la porzione più usuale è doppia (125
grammi) rispetto a quella del parmigiano (5060). Ma se il confronto è in
questi termini, il formaggio emiliano ci dà più sazietà, oltreché
proteine e calcio, con meno calorie e grassi. Anche perché, come il
grana, è ricavato da latte parzialmente scremato e non intero.
"Buoni" o "cattivi", i formaggi sono il classico
alimento per il quale il fine (alto tasso di proteine nobili e calcio)
giustifica i mezzi (introito di calorie e grassi elevato). Tant’è che
ogni dieta ragionevole, per soggetti sani, deve prevederne una frequenza
settimanale di 23 porzioni, in aggiunta alla dose quotidiana di latte o
yogurt.
Infine la ricotta. È il più magro dei formaggi. «A patto», conclude il
dietologo, «che sia quella "all’antica", la cui quota
lipidica si aggira intorno all’8 per cento. Alcune versioni in
commercio, infatti, sono prodotte con aggiunta di panna, e la percentuale
di grassi raddoppia. Insomma, va consumata solo conoscendone la
composizione».
Chi è
intollerante scelga lo yogurt
I
microrganismi amici
Yogurt, l’altro modo di dire
latte, ovvero la versione fermentata da particolari microrganismi, i
lattobacilli. Simili per contributo calorico, quote di grassi, proteine,
carboidrati e calcio, i due alimenti sono perfettamente intercambiabili: a
colazione, tutti i giorni, 200250 ml dell’uno o dell’altro sono un
must.
Lo yogurt ha un piccolo vantaggio: i lattobacilli "predigeriscono"
i suoi zuccheri, rendendolo accessibile anche a molti tra i sofferenti di
intolleranza al lattosio, che invece devono rinunciare al latte. La
capacità dei fermenti lattici di colonizzare l’intestino e proteggerlo
non è invece dimostrata, almeno per i due organismi, lactobacillus
acidophilus e streptococcus bulgaricus, di cui è composto quello che la
legge italiana definisce yogurt.
01 febbraio 2001
| NOI
E VOI |
giovedi
01 Febbraio 2001
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Certificato di
qualita’come difesa dal "virus"
di guglielmo pepe
Le emergenze da mucca pazza
all’uranio impoverito (una miscela davvero esplosiva per l’immaginario
collettivo) , fanno dimenticare gran parte dei problemi quotidiani. Tra
questi, per ora accantonata, c’è sempre la "malasanità" che
incurante delle campagne d’informazione, delle denunce dei cittadini,
del maggiore impegno di medici, infermieri, amministratori, politici,
continua imperterrita a colpire. Ritardi, insipienza, imperizia,
disorganizzazione sono sempre in agguato, pronti al "colpo
basso" che manda l’utente al tappeto. Un giorno è il 118 che non
garantisce un adeguato servizio (nonostante le continue e impegnative
promesse), un altro è l’indifferenza dei sanitari di fronte alle reali
necessità del malato, un altro ancora è l’incapacità dei medici di
intervenire in modo rapido ed efficace.
Soltanto nel mese di gennaio sono avvenuti troppi episodi di "malasanità".
Una donna incinta di otto mesi è morta, insieme alla sua creatura, nelle
vicinanze di Bologna perché l’ambulanza è arrivata troppo tardi. A
Genova una ragazza in crisi asmatica è deceduta perché nessun ospedale
aveva letti a disposizione. In una casa di cura di Livorno è morta una
donna dopo un intervento chirurgico alla tiroide, e i parenti hanno fatto
riesumare la salma. A Roma un malato di polmonite è stato ricoverato nel
reparto "sbagliato", ortopedia: l’ha ucciso un infarto.
Nell’ospedale di Nola (vicino Napoli) un immigrato polacco di 42 anni,
è morto in seguito ad un trauma cranico riportato dopo essere caduto
dalla barella.
Potremmo dilungarci con gli esempi, anche minori, ma la casistica
ricordata è abbastanza ampia. Il "virus" della cattiva sanità
colpisce al Nord e al Sud, coinvolge ospedali pubblici e cliniche private,
mette sotto accusa i medici e gli infermieri, la disorganizzazione e la
mancanza di mezzi. Va da sé che questi episodi, presi singolarmente o
sommati, non inficiano quanto c’è di buono nel nostro sistema
sanitario. L’Oms l’anno scorso ci ha assegnato una bella pagella.
L’autorevole giudizio è stato una conferma: sappiamo che gli uomini e
le donne che ci assistono quando abbiamo bisogno di cure, non sono secondi
a nessuno. Eppure il "virus" è diffuso e l’attuale terapia è
insufficiente. Forse, come sostiene De Rita del Censis, la sanità per
inseguire l’economicismo "ha perso l’anima".
Intanto il cittadino, giustamente, non si rassegna. Anche se gli strumenti
di difesa non sono adeguati. E’ vero che quando un parente scompare per
"malasanità", le cartelle cliniche finiscono sui tavoli della
magistratura oppure arrivano alle associazioni dei malati. E i colpevoli
qualche volta vengono condannati. Nel frattempo una moglie, un figlio,
persone care, sono già al cimitero. Allora c’è da chiedersi cosa si può
fare prima.
Un’opportunità viene dalla "certificazione di qualità", in
atto da qualche anno. Non è una garanzia toutcourt, bensì una specie di
"diploma": la struttura che l’ha conquistato, possiede alcuni
requisiti importanti. Non è il momento di estendere il "marchio di
qualità" ai servizi di emergenza? E’ proprio qui l’anello più
debole e delicato dell’assistenza, perché quando la salute è a rischio
basta poco per decidere il destino di una vita: se l’ambulanza arriva in
tempo ti salvi, dieci minuti di ritardo e sei finito.
Che cosa serve per stilare una "classifica", da rendere pubblica
all’intera collettività? Secondo noi basta la buona volontà.
Soprattutto da parte delle Regioni. E visto che molti
"governatori" rivendicano un pieno Federalismo, questa
iniziativa rientra nelle loro possibilità di intervento. Una "top
ten" regionale delle strutture di emergenza, sarebbe una forma di
tutela per i contribuenti, e uno stimolo per quegli addetti ai lavori
impegnati ogni giorno a curarci, senza che nessuno gli riconosca qualità,
dedizione, professionalità.
g.pepe@repubblica.it
01 febbraio 2001
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