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Latte fai-da-te, sigilli a due aziende

escluse conseguenze per la salute, nessun sequestro nei negozi. ma i dubbi restano
Operazione congiunta di polizia e finanzieri: sei arresti, accertato giro d’affari milionario


ANDREA ACCORSI

Milàn - Latte allungato con l’acqua, “costruito” con sottoprodotti quali il siero, scaduto o contaminato ma messo in commercio come se nulla fosse. Sugli scaffali dei negozi italiani si cela una nuova minaccia per i consumatori, scoperta per caso dalla polizia che indagava su un sospetto riciclaggio di denaro. Sei persone sono state arrestate per associazione a delinquere, adulterazione e sofisticazione di prodotti alimentari; un’altra è ricercata in una operazione che travalica i confini nazionali per estendersi a mezza Europa. Il giro d’affari era enorme, talmente redditizio che chi lo aveva avviato ha tirato su dal nulla uno stabilimento su misura, con tanto di tecnici e laboratori specializzati.
Presentando i risultati dell’inchiesta, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano, gli investigatori hanno posto l’accento sul rischio di suscitare allarmismo nell’opinione pubblica: l’adulterazione del latte durava da anni, almeno cinque, e al momento del blitz sono stati sequestrati dodici silos per complessivi 500 mila litri, una quantità impressionante. Mentre gli agenti della Mobile milanese ponevano i sigilli alla “Centro Latte Mantova srl” di Roverbella (Mantova), nell’azienda continuavano ad arrivare autocisterne cariche di prodotto. Solo il 2,5% del latte trovato nell’azienda proveniva da allevatori locali, il rimanente dall’estero.

VENDUTO COME UHT DA «MARCHI CONOSCIUTI»

Per il gip Nicola Clivio, che ha firmato le ordinanze di custodia cautelare richieste dal sostituto procuratore Ilda Bocassini, le adulterazioni avvenivano con «modalità igienico sanitarie tali da rendere i prodotti finali pericolosi per la salute pubblica». Ma sulla tossicità del latte non c’è alcuna certezza: bisognerà aspettare i risultati delle analisi affidate alla Scientifica e all’Ispettorato centrale repressione frodi. Anche se gli stessi produttori, come intercettato dagli investigatori, dicevano di quel latte che «non è buono neanche per i maiali».
In ogni caso, sembra scongiurata una emergenza sanitaria: «Non abbiamo alcuna notizia di avvelenamenti, tantomeno di decessi collegati a quel latte - getta acqua sul fuoco il capo della Mobile di Milano, Vittorio Rizzi -. Di sicuro il prodotto non è a norma, ma non possiamo dire se sia tossico». Non è previsto alcun ritiro di confezioni di latte Uht in commercio.
Nessuna replica del vino al metanolo, dunque. Semmai, l’ipotesi prevalente è che quel latte non facesse né male né bene, nel senso che non poteva certo definirsi un alimento, ma i trattamenti di pastorizzazione e di sterilizzazione lo avrebbero reso comunque inoffensivo. Anche se i dubbi restano.
Ma di cosa era fatto quel latte, e sotto quali marchi si celava? A quest’ultima domanda non è data al momento risposta: si parla genericamente di «cinque-sei società di distribuzione», di «marchi conosciuti» e nulla più. Le società acquirenti in alcuni casi venivano convinte a comprare le partite di latte contraffatto da dipendenti “assoldati” dall’organizzazione a suon di tangenti: nel cassetto di uno di questi, Paolo Ori Giarola, 42 anni, c’erano 50 mila euro in contanti.
Il giro di affari era milionario. Del resto, le tecniche per produrre quel latte erano talmente economiche da consentire ampi margini di guadagno: dopo essersi servita della “Centro Latte Mantova”, operativa dal 2000, la banda aveva aperto uno stabilimento ex novo, a Ludriano (Brescia), dove stava per avviare una produzione su vasta scala.
Per “fabbricare” il latte venivano usate tecniche diverse, tutte sconcertanti: il latte veniva ricostituito con il permeato, un filtrato del latte simile al liquido delle mozzarelle e impiegato per produrre farine animali, oppure prodotto con siero di latte, o allungato con acqua e sale. Ancora, veniva riutilizzato latte scaduto e in alcuni casi nel prodotto erano presenti contaminazioni batteriche, quali sporigeni, derivanti da processi di sterilizzazione a temperature insufficienti.
Il prodotto finale era venduto come normale latte a lunga conservazione.

UN “CONTABILE” RICICLAVA I PROVENTI ILLECITI

Ideatore della truffa è ritenuto Francesco “Chicco” Pergola, 45 anni, figlio di Pasquale Pergola, uomo di Cosa Nostra trapiantato a Milano, ben noto alle cronache giudiziarie. Il padre sarebbe stato però all’oscuro del traffico organizzato dal figlio, che aveva precedenti penali di scarso rilievo.
Francesco Pergola controllava una società di intermediazione a Milano, la Agricomex srl, che faceva da tramite tra una società casearia di Moyon, in Normandia, la “Delice Lait”, e la “Centro Latte”. A fornire le materie prime provvedeva un cittadino francese, Pascal Devaux, 41 anni, mentre due fratelli italiani, Marco e Claudio Tellini, di 45 e 53 anni, erano il “braccio operativo” di Pergola nella contraffazione.
La collaborazione con la Guardia di Finanza e con le autorità svizzere ha poi permesso di portare alla luce il livello finanziario, oltre a quello industriale e commerciale, sviluppato dall’organizzazione. I proventi illeciti erano gestiti da un “contabile”, Francesco Spillmann, di 48 anni, che attraverso società di comodo, definite “scatole vuote”, li girava a una società inglese con conti bancari a Lugano e da qui a una fiduciaria svizzera.


[Data pubblicazione: 06/03/2005] 


Cultura & Società ( 06 Mar 2005 )

TRAFFICO DI LATTE ADULTERATO, SEI IN MANETTE

«Non è buono nemmeno per i maiali». «Trova qualcuno che non si fa scrupoli con l’ammoniaca». Due aziende lombarde utilizzavano siero e panna scaduti allungati con l’acqua, spacciando il prodotto per latte a lunga conservazione. ll simil-latte è finito, e per un paio d'anni, sulla tavola degli italiani, commercializzato da molte delle più importanti aziende del settore. 

Un business da milioni di euro, ottenuto grazie alla commercializzazione su vasta scala di un prodotto alimentare simile al latte Uht, ma che latte non può definirsi, è stato scoperto in Lombardia dalla Polizia, in collaborazione con la Guardia di Finanza. 
Il «simil-latte», prodotto in grandi quantità sin dal 2000, risulterebbe essere commercializzato dai più noti marchi. 
Durante una conferenza stampa in Questura, a Milano, la Polizia e l’Ispettorato centrale repressione frodi, che nell’indagine sono stati coordinati dalla Dda milanese, hanno precisato che «al momento non esiste allarme sanitario», e che quindi i presunti prodotti contenenti simil-latte non sono stati ritirati dal commercio, in attesa di più approfondite analisi di laboratorio, i cui risultati dovrebbero essere pronti a giorni. 
Le indagini, condotte dalla Squadra mobile di Milano e dal Nucleo delle Fiamme Gialle presso la Procura della Repubblica, coordinati dal pm Ilda Boccassini, hanno portato al sequestro di due importanti impianti di produzione a Roverbella (Mantova) e a Ludriano (Brescia), e all’arresto di sei persone (una settima è ricercata) accusate di associazione a delinquere per l’adulterazione e la sofisticazione di alimenti. 
Si tratta di Francesco Pergola, 46 anni, organizzatore e promotore dell’illecita commercializzazione (figlio di Pasquale, pregiudicato affiliato a Cosa Nostra), Francesco Spillmann, 48 anni, ritenuto il contabile dell’organizzazione, i due fratelli Marco e Claudio Tellini di 45 e 54 anni, che avrebbero operato tecnicamente le adulterazioni, Pascal Devaux, 42 anni, sospettato di essere uno dei fornitori delle sostanze poi spacciate per latte, e Paolo Ori Giarola, 43 anni, dipendente della Sterilgarda, trovato con 50mila euro che sarebbero, secondo l’accusa , una mazzetta per cercare di favorire l’acquisto del simil-latte. In sostanza, secondo quanto spiegato dagli investigatori, una società milanese, l’Agricomex srl, avrebbe fatto arrivare in Italia grandi quantitativi di scarti del latte (siero, panna, latte scaduto e altro) dalla Francia, che poi sarebbero finiti nelle aziende di Riverbella e Ludriano. 
Entrambi gli stabilimenti sono posti sotto sequestro e la Scientifica ha effettuato campionature su 500mila litri di latte. 
Una volta giunti negli stabilimenti mantovano e bresciano, latte scaduto e panna venivano allungati con acqua, e gli scarti del latte, grazie a dosi massicce di permeato (in uso per la produzione di farine animali ma vietata nei prodotti alimentari), diventavano un simil-latte uht. Un prodotto che gli stessi arrestati, al telefono, avrebbero definito «roba che non daremmo nemmeno ai maiali». Invece il simil-latte è finito per due anni sulle tavole italiane commercializzato, pare inconsapevolmente, da molte importanti aziende del settore. 
«La legge che obbliga, da giugno, ad indicare l’origine del latte, si rivelerà valido strumento per la sicurezza agroalimentare», ha detto ieri il ministro delle Politiche agricole, Alemanno. 


LE INTERCETTAZIONI 

«Trova qualcuno che non si fa scrupoli con l’ammoniaca» «Aggiungere 30 quintali di acqua e sale? Forse sono troppi» 

ROMA - Era tutto tranne che genuino. 
Latte allungato con acqua, nella migliore delle ipotesi, o scaduto e poi riutilizzato, sofisticato con batteri. Latte adulterato, insomma, che come dicevano gli stessi indagati al telefono, «non era buono nemmeno per i maiali». 
Un business da milioni di euro, ottenuto grazie alla commercializzazione su vasta scala di un prodotto alimentare simile al latte Uht, ma che latte non può definirsi. Il simil-latte, prodotto in grandi quantità sin dal 2000, risulterebbe essere stato commercializzato, inconsapevolmente, dai più noti marchi su tutto il territorio nazionale. 
A gestire l'attività che, nel corso degli anni si era fatta imponente, erano in sette: sei sono stati arrestati con l'accusa di associazione a delinquere finalizzata alla adulterazione e al commercio di latte e prodotti derivati pericolosi per la salute, un indagato è latitante. Due gli impianti di produzione sequestrati a Roverbella (Mantova) e Ludriano (Brescia). 
In sostanza, l'Agricomex srl avrebbe fatto arrivare in Italia grandi quantitativi di scarti del latte (siero, panna, latte scaduto e altro) dalla Francia, che poi sarebbero finiti nell'azienda di Riverbella, e in quella di Ludriano. Entrambi gli stabilimenti sono stati posti sotto sequestro e la Scientifica ha effettuato campionature su oltre 500 mila litri di latte. 
Una volta giunto negli stabilimenti mantovano e bresciano, il latte scaduto e la panna venivano allungati con acqua, e gli scarti del latte, grazie a dosi massicce di permeato (una sostanza che si usa per la produzione di farine animali ma vietata nei prodotti alimentari), diventavano un simil-latte uht. 
Il latte e i prodotti venivano acquistati da una società francese di Moyon, in Normandia, tramite l'Agricomex, la società milanese che faceva da broker. 
Poi veniva rivenduto attraverso il ”Centro Latte Mantova”. 
L’indagine è stata condotta dal pm di Milano Ilda Boccassini, dalla Squadra Mobile e dalla Guardia di Finanza, dallo Sco, dalla Polizia Scentifica e dall'Ispettorato Repressione Frodi. I meccanismi utilizzati per adulterare il latte erano diversi. 
L'organizzazione poteva far arrivare dall'estero le materie prime necessarie alla sofisticazione oppure importava dalla società francese latte già adulterato che successivamente veniva commercializzato su tutto il territorio nazionale. 
Capo del sodalizio era Francesco Pergola, svizzero di nascita, residente a Milano, maggior azionista, con il 90% delle quote sociali, della Agricomex. Era lui, stando alle accuse, a promuovere e organizzare l'associazione di cui amministrava anche i ricavi e gli utili illeciti che venivano poi suddivisi tra i partecipanti attraverso conti e società estere. 
Contabile dell'associazione era invece Francesco Spillmann, amministratore e socio anch'egli della Agricomex. 
Nel gruppo c'erano poi i fratelli Tellini, Marco e Claudio, proprietari di fatto, secondo gli inquirenti, della ”Centro Latte Mantova”, l'azienda attraverso la quale provvedevano all'adulterazione del latte miscelando i prodotti messi a disposizione da Pergola e avvalendosi delle conoscenze tecniche di altri due indagati, Pascal Devaux e un secondo uomo allo stato irreperibile, entrambi francesi. 
C'era anche Paolo Ori Giarola, l'addetto agli acquisti di un gruppo italiano, che ometteva i dovuti controlli sanitari e consentiva l'ingresso nell'azienda, e la conseguente immissione nel mercato, di prodotti con latte adulterato. 
Secondo gli esperti, non si può parlare di prodotto tossico e non c’è al momento allarme sanitario. 


UN BUSINESS DA CAPOGIRO

Stando alle prime risultanze degli investigatori, tra le operazioni eseguite per sofisticare il latte c'era l'utilizzo di permeato. Un'operazione che diluisce le proteine del latte portandole verso la soglia minima consentita e impedendo l'ulteriore aggiunta di altre sostanze da taglio. 

Secondo gli inquirenti si tratta di un meccanismo paragonabile a quanto accade nel traffico degli stupefacenti, e cioè: ad ogni passaggio vengono aggiunte sostanze da taglio che, aumentando la quantità, aumentano i margini di guadagno. 
Allo stesso modo «simili sono i comportamenti degli indagati in tema di commercializzazione di latte, con l'unica differenza che non può procedersi ad un 'taglio' indefinito essendovi dei parametri previsti per legge al di sotto dei quali non è possibile scendere». 
In altri casi il latte intero veniva fatto con la panna, oppure veniva riutilizzato quello scaduto o, peggio di tutto, veniva sofisticato con contaminazione batterica, attraverso gli sporigeni. 
Si tratta di batteri che producono una corazza, detta spora, nella quale si racchiudono così da poter resistere anche per molto tempo a temperatire elevate. 
Quando però le condizioni ambientali migliorano per l'umidità o per l'esposizione a temperature comprese tra i 30 e i 40 gradi, gli sporigeni ricominciano a nutrirsi e a riprodursi attivamente. Le spore, se restano tali, non rappresentano un pericolo. 
Lo diventano, invece, nel momento in cui la spora germina, quando cioè si trasforma in cellula batterica.
Allo stato, però, è presto per parlare di un prodotto finale tossico. Questo lo rileveranno nel caso le analisi su una campionatura del latte prodotto e dei suoi derivati, i cui risultati saranno noti solo prossimamente. 
Così come è presto per quantificare l'ammontare preciso del business realizzato dall'associazione. 
Che, comunque, sarà di quelli da 'capogiro'. 
Non a caso stava per essere aperto un nuovo stabilimento a Ludriano di Roccafranca, in provincia di Brescia dove, il titolare, ora indagato aveva già acquistato una serie di capannoni e dove l'impianto era quasi praticamente finito.


Beccalossi: eccellente il latte della Lombardia 
I produttori: più tutela


MILANO - «La Lombardia, che con il 40% della produzione nazionale di latte è la regione più importante del settore, esprime un vivo ringraziamento alle Forze dell’ordine per l’azione a tutela dei cittadini e dei produttori onesti». 
Viviana Beccalossi, vicepresidente e assessore all’Agricoltura della Regione Lombardia, commenta così l’operazione che ha portato a 6 arresti e al sequestro di 2 aziende che adulteravano latte: «In totale - ricorda - negli 8.000 allevamenti lombardi si raggiunge una produzione di 4 miliardi di litri di latte-anno: pochi delinquenti non devono scalfire l’ottima qualità dei nostri produttori». 
«La Lombardia - aggiunge - in materia di latte ha scelto la tolleranza zero. È di ieri la notizia di multe da noi comminate a 40 allevatori che trafficavano latte in nero per un giro d’affari di circa 3 milioni e mezzo di euro. L’auspicio è che la severità non rimanga una fattispecie solo lombarda». 
Su una posizione critica la Liag (Liberi imprenditori a gricoli) e l’Associazione produttori latte della Pianura Padana: «È scandaloso che Lombardia e Ministero dell’agricoltura tacciano di fronte a truffe da noi più volte denunciate sulla manipolazione del latte. Crediamo sia ora che qualcuno paghi, visto che la politica nel mondo agricolo criminalizza chi lavora onestamente e produce buon latte italiano; anche l’assessore Beccalossi invece di criminalizzare noi dovrebbe occuparsi di chi commercializza latte che non si sa da dove venga e che non sarebbe nemmeno buono per alimentare i suini, come quello individuato a Mantova»


Alimentazione e salute 

Latte adulterato: come difendersi? 
7/3/2005 
Dopo la scoperta del traffico di latte adulterato da parte della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza, Coldiretti ribadisce la necessità di stringere i tempi sull'entrata in vigore delle norme per la rintracciabilità obbligatoria del latte fresco...


Per chiudere definitivamente le porte al rischio di truffe e sofisticazioni occorre stringere i tempi dell'entrata in vigore delle nuove norme per la rintracciabilità obbligatoria dalla stalla alla tavola e per l'indicazione di origine in etichetta del latte fresco. E' quanto afferma Coldiretti nel commentare positivamente la scoperta del traffico di latte di provenienza estera da parte della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza. Il fatto che oggi - denuncia la Coldiretti - una busta di latte su tre è confezionata in Italia, ma contiene in realtà prodotto importato dall'estero senza alcuna informazione per i consumatori lascia troppi margini al rischio di truffe e allo "spaccio" di prodotti esteri come italiani. 

Una situazione destinata a cambiare con il Decreto interministeriale sull'etichettatura obbligatoria del latte fresco, già pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale N.30/2005, che - sottolinea la Coldiretti - individua le modalità per la realizzazione del "Manuale aziendale per la rintracciabilità del latte alimentare fresco, finalizzato all'identificazione della provenienza e all'etichettatura. Tutti gli operatori - spiega la Coldiretti - dovranno realizzarlo entro circa un mese affinché, entro i sessanta giorni successivi, sia pienamente operativo l'obbligo dell'indicazione del riferimento territoriale nell'etichettatura del latte fresco e non solo quello dello stabilimento di confezionamento, per evitare che venga spacciato come Made in Italy latte munto da mucche bavaresi, austriache, francesi o slovene, per essere trasportato in cisterna e imbustato in Italia. 

Si tratta di un provvedimento che anticipa i decreti previsti dalla Legge n°204 del 3 Agosto 2004, fortemente sostenuta dalla Coldiretti, per individuare in tutti i settori le modalità di indicazione del luogo di origine in modo da impedire di etichettare come italiani prodotti come l'olio spremuto da olive tunisine o la passata ottenuta da pomodori cinesi. Si apre dunque definitivamente la strada per fare uscire la produzione agricola nazionale dall'anonimato e per consentire ai consumatori - precisa la Coldiretti - scelte di acquisto consapevoli senza cadere nell'inganno del falso Made in Italy. 

Ma di fronte agli allarmi sanitari che si rincorrono nell'Europa allargata l'etichettatura di origine è anche - continua la Coldiretti - una necessità per intervenire tempestivamente e togliere dal mercato prodotti a rischio, come nel recente caso della diossina nel latte individuata in Olanda, Belgio e Germania, senza mettere in pericolo la salute dei cittadini o coinvolgere nella crisi imprenditori incolpevoli. La corretta informazione ai consumatori sulla genuinità, la qualità e l'origine del latte acquistato - sostiene la Coldiretti - è determinante anche per frenare il brusco calo che si è verificato nei consumi di un alimento essenziale per la dieta come il latte fresco. 

Una necessità come dimostra il fatto che nel 2004 si è registrato un calo negli acquisti delle famiglie italiane pari all' 1,2% ed è stato raggiunto - precisa la Coldiretti - il livello più basso degli ultimi cinque anni durante i quali gli italiani hanno consumato a testa il 20% di latte fresco in meno per un valore che in assoluto è sceso a circa 15 litri a persona. E se oggi - conclude la Coldiretti - il prezzo del latte si moltiplica per quattro passando da un valore medio di circa 33 centesimi pagato alla produzione fino a oltre 1,32 euro al consumo, con la rintracciabilità e l'etichetta di origine sarà anche più trasparente il percorso del latte dalla stalla al negozio rendendo possibile una più equa redistribuzione del valore tra le varie componenti della filiera. 

Coldiretti


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