DAIRY NEWS SELECTION


N.442 - 28 Ottobre 2003

III Forum Internazionale dell'Agricoltura e dell'Alimentazione

COLDIRETTI-STUDIO AMBROSETTI
Cernobbio - 24-25 ottobre

SINTESI (non corrette) DEGLI INTERVENTI

Il III Forum Internazionale dell'Agricoltura e dell'Alimentazione organizzato dalla Coldiretti e dallo studio Ambrosetti è uno degli appuntamenti europei più rilevanti sui grandi temi dell'agricoltura, dell'alimentazione e dell'ambiente e sulla stretta connessione che tra essi si impone nella società contemporanea. La Terza edizione del Forum si è articolata in due giornate: la prima incentrata sulle politiche agricole e sul sistema di regolamentazione del commercio internazionale, con uno sguardo più ampio alle tendenze dell'economia e della società nel loro complesso; l'intera seconda giornata è stata dedicata ad altri temi cruciali per l'agricoltura e per l'economia italiana quali la gestione del sistema economico attraverso governance, concertazione e sussidiarietà; l'origine dei prodotti e quindi la valorizzazione economica della territorialità dei prodotti agricoli e alimentari; "l'incontro tra operatori della produzione, trasformazione e distribuzione alimentare", preziosa occasione di scambio e confronto all'interno del settore agroalimentare italiano anche su prezzi e qualita'. Quest'anno dopo l'apertura da parte di Paolo Bedoni Presidente della Coldiretti sono intervenuti Romano Prodi Presidente Commissione Europea, Franz Fischler Commissario Europeo all'agricoltura, Gianni Alemanno Ministro per le Politiche Agricole, Roberto Formigoni Presidente Regione Lombardia, Enzo Ghigo Presidente Regione Piemonte, Savino Pezzotta Segretario Generale Cisl, Luigi Marino Presidente Confcooperative, Luigi Rossi di Montelera Presidente Federalimentare, Rosario Trefiletti Presidente Federconsumatori, Giorgio Calabrese Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, Michele Pasca Raymondo Direttore DG Agricoltura della Commissione Europea, Giacomo Vaciago Università Cattolica di Milano, Renato Mannheimer Presidente Ispo, Giampiero Maracchi Direttore Istituto Biometereologia CNR, Paolo De Castro Presidente Nomisma, Orazio Maria Petracca Università di Salerno, Tim Josling Stanford University, Allan Buckwell University of London, Giovanni Anania Università della Calabria, Fabrizio De Filippis Università degli Studi Roma Tre, Corrado Giacomini Università di Parma, Maurizio Gardini Presidente Conserve Italia, Vincenzo Tassinari Presidente Coop Italia, Luciano Sita Presidente Granarolo e altri autorevoli rappresentanti istituzionali e del mondo dell'economia e della ricerca.


Venerdì 24 ottobre

NUOVI SCENARI INTERNAZIONALI PER LE POLITICHE AGRICOLE

PAOLO BEDONI - Presidente della Coldiretti
Nel dare avvio ai lavori del Terzo Forum Internazionale dell'agricoltura e dell'alimentazione, desidero rivolgere a voi tutti un cordiale saluto di benvenuto ed un ringraziamento vivissimo per aver accettato di partecipare a questo che è ormai divenuto uno dei grandi appuntamenti internazionali sui temi dell'agricoltura e dell'alimentazione. Non ho bisogno di sottolineare l'autorevolezza e la rappresentatività di questo Forum. Per questo parla il prestigio dei relatori, il livello delle partecipazioni istituzionali, la qualità delle adesioni ed in ultima analisi il programma davvero impegnativo di questa "due giorni" che abbiamo organizzato con la collaborazione dello studio Ambrosetti. Un grazie di cuore al dottor Fabrizio Del Noce che anche quest'anno - ormai possiamo parlare di una felice tradizione - ha accettato di condurre il dibattito nella giornata inaugurale. Come ogni anno, le sessioni del venerdì saranno dedicate ai temi della politica agricola visti nella dimensione mondiale, in quella europea e in quella nazionale. Nella seconda giornata affronteremo invece, come di consueto, le principali problematiche economiche, sociali e di mercato con cui si misura la filiera agroalimentare. E ciò naturalmente sempre in relazione all'evoluzione della politica agricola. La ragion d'essere del Forum è nell'analisi della connessione tra questi due temi (agricoltura ed alimentazione) considerati dal punto di vista italiano, europeo ed internazionale. Nelle due precedenti edizioni del Forum abbiamo avuto indicazioni preziose che ci sono state di grande utilità nel nostro lavoro di elaborazione e di proposta. Credo che abbiano anche molto favorito il confronto tra opinioni diverse nell'ambito della filiera. Abbiamo deciso quest'anno di ritornare in modo più sistematico ed approfondito sull'intero scenario proprio per dare proiezione ulteriore ad elaborazioni che hanno pesato non poco sulla politica agricola nazionale e che si sono rivelate decisive e vincenti a livello europeo. Senza voler condizionare in alcun modo lo svolgimento dei lavori, è proprio a questo mutamento di scenario che vorrei far riferimento in questa breve introduzione. La nostra generazione di imprenditori e di dirigenti delle organizzazione di rappresentanza delle imprese ha ereditato una politica agricola che aveva come obiettivo prioritario quello di contenere nelle campagne gli effetti sociali dirompenti di un processo di sviluppo fondato sull'industrializzazione e sull'urbanizzazione. Si trattava di una politica agricola inevitabilmente "difensiva". Una politica di contenimento e di gestione razionale di quello che sembrava a tutti gli effetti un processo di inesorabile e definitiva emarginazione del settore agricolo nell'economia moderna. E' innegabile che si trattasse di un'esigenza irrinunciabile nel tempo storico nel quale essa si è manifestata. Il fatto grave e negativo è che i suoi effetti hanno rischiato di protrarsi ben oltre quel tempo e quella esigenza storica. Essi hanno ispirato a livello politico la riproposizione continuata ed esasperata di scelte assistenzialistiche che hanno ritardato e persino contrastato la riscoperta dell'agricoltura come settore produttivo vitale nell'economia postindustriale. Intorno alla vecchia impostazione si sono coagulati interessi parassitari così rilevanti da condizionare non poco e per lungo tempo l'evoluzione e il rinnovamento della politica agricola. In Italia forse più che altrove, a causa di una eccessiva ed innaturale politicizzazione del settore. Ne è derivata una gestione consociativa della politica agricola (che è l'esatto contrario della concertazione). Questa gestione consociativa ha determinato una persistente debolezza imprenditoriale dell'agricoltura e quindi una sua sostanziale estraneità sia alle scelte di mercato da parte dell'impresa sia all'evoluzione della domanda dei consumatori. Questi interessi parassitari persistono e purtroppo sono stati sovrarappresentati nella politica agricola nazionale e per un lungo tempo hanno impedito all'agricoltura italiana e all'intero settore agroalimentare di svolgere un ruolo di leadership, specialmente sul piano europeo potendo proporre un modello produttivo di grande qualità ed originalità. Per la verità, questa è più una fastidiosa eredità del passato che un problema per il futuro. Si tratta di una zavorra che non è stata ancora smaltita del tutto, come dimostra l'incomprensibile lentezza della filiera nell'aprirsi alle sollecitazioni e alle opportunità offerte dal mercato: un mercato in cui il consumatore è protagonista incontrastato, come non avviene in alcun altro settore economico.
Proprio grazie alla percezione che l'impresa agricola ed agroalimentare ha avuto di questo protagonismo del consumatore è stato possibile determinare un percorso di riforme sul piano politico-istituzionale certamente in Italia già negli anni scorsi ed ora, possiamo dire, finalmente anche in Europa. Sia in Italia che in Europa si è rivelata decisiva l'influenza di quello che abbiamo chiamato il "patto con il consumatore": un'alleanza formidabile ed invincibile tra chi produce e chi consuma.
Questo ha determinato un profondo mutamento di scenario. Lo scenario si è modificato a livello nazionale con i risultati prodotti da una politica di concertazione che ha portato l'intero comparto agroalimentare a misurarsi con le esigenze della rigenerazione produttiva. Abbiamo visto come l'Italia ha reagito all'emergenza determinata nel rapporto con il consumatore dalla gravissima crisi della Bse: il nostro è il paese che ha imboccato con più determinazione la strada della rigenerazione nel settore zootecnico fino a varare, proprio su quella spinta, la più avanzata legge di orientamento dell'impresa vigente in Europa. Lo scenario si è modificato a livello europeo con una crescente consapevolezza che ha portato quest'anno alla riforma della politica agricola comunitaria: è una riforma decisiva ed incisiva: essa segna un distacco netto dalle logiche assistenzialistiche ed offre opportunità del tutto nuove alle imprese che puntano sulla qualità e sulla multifunzionalità. Ma è anche una riforma attenta alle prospettive economiche delle imprese, quelle vere, che possono puntare ad una domanda qualificata di mercato in grado di remunerare la qualità dei loro prodotti. Lo scenario si è modificato infine a livello globale, nonostante l'insuccesso del recente vertice di Cancun. Ormai nel confronto che si svolge nelle varie sedi internazionali non si può sfuggire al dato di fondo della diversità delle opzioni di fronte alle quali si vengono a trovare le agricolture nelle varie regioni del mondo: identità territoriale e culturale contro politiche di omologazione generalizzata e selvaggia dei prodotti. Ognuno faccia le sue scelte, potendone valutare le conseguenze. Dopo l'avvio della riforma della politica agricola e nell'ambito della strategia di rigenerazione, noi sappiamo perfettamente cosa dobbiamo fare. In questi nuovi scenari si collocano le grandi sfide dell'agricoltura moderna. Nessuno di noi potrà rifugiarsi furbescamente nel protezionismo a livello internazionale e nel corporativismo, più o meno consapevole, a livello nazionale o regionale. Nessuno di noi potrà prescindere dal fatto che per l'agricoltura passano alcune tra le più importanti sfide di civiltà del nostro tempo. Niente male per un settore che appena un decennio fa veniva considerato in declino irreversibile. Riflettere su questa verità - una verità insieme semplice e straordinaria - è urgente e necessario. Ed è soprattutto doveroso perché ci aiuta a collocare le nostre scelte come imprenditori entro un quadro di riferimento di carattere globale dal quale non potranno prescindere i grandi soggetti della politica internazionale: gli Stati Uniti, l'Unione Europea, i Paesi in via di sviluppo e il dimenticatissimo Quarto mondo. Un fatto è certo: noi, come Paesi ricchi, abbiamo l'imprescindibile dovere di aiutare le agricolture dei Paesi poveri a crescere a svilupparsi. Abbiamo però un altro dovere, per nulla confliggente con questo: abbiamo il dovere di preservare e consolidare le grandi risorse agricole ed agroalimentari che sono espressione insostituibile della nostra civiltà del territorio e che sono determinanti per il nostro stile di vita, oltre che naturalmente per la nostra economia. Dobbiamo capire che se ci poniamo di fronte a questo bivio con un'agricoltura chiusa nelle logiche di difesa corporativa saremo perdenti: non avremo la minima possibilità di affrontare con successo questa sfida. La stessa politica agricola europea non potrà reggere all'impatto con l'esigenza di dare regole condivise, eque ed equilibrate al mercato e al commercio internazionale. Già a Cancun l'Unione europea sarebbe stata costretta alla capitolazione se non si fosse presentata con la nuova impostazione di politica agricola comune, che davvero rappresenta la nuova frontiera dell'agricoltura europea. Dunque dobbiamo avere il coraggio di portare fino in fondo, il più rapidamente possibile, il processo di rigenerazione dell'agricoltura come premessa e contributo alla rigenerazione dell'intera filiera. Questa rigenerazione passa per la qualità certificabile, per la sicurezza sanitaria degli alimenti, per la trasparenza dei processi produttivi, per la loro sostenibilità ambientale e per la valorizzazione della provenienza territoriale del prodotto agricolo. Le nuove regole debbono codificare tutto questo per garantire sia i consumatori sia le imprese. Un fatto è certo: noi abbiamo scelto irreversibilmente questa strada. Se avremo la possibilità di fare questa strada in sintonia e in collaborazione con le altre componenti della filiera, la battaglia della rigenerazione sarà vinta nell'interesse di ciascuno e di tutti. E' una strada segnata dalla storia, oltre che dal buon senso. Questo dialogo tra le componenti della filiera deve servire a consolidare il patto con il consumatore e deve essere condiviso, siglato e sostenuto dalle istituzioni, a tutti i livelli. Noi abbiamo uno strumento formidabile in Italia: quello della concertazione. Abbiamo visto in questi anni che esso funziona inesorabilmente quando, nel confronto con le istituzioni, le forze sociali dispongono come "potere contrattuale" del consenso del cittadino-consumatore. Quello del cittadino-consumatore è un voto pesante perché ha un valore doppio: accanto a quello elettorale, egli esercita il potere di scelta sul mercato e decide riguardo alla giustezza e alla plausibilità delle scelte produttive che le imprese fanno per la sua alimentazione. E' un voto doppio e pesante che può dare alle proposte di rigenerazione, specie se condivise a livello di filiera, una forza inimmaginabile. E che può mettere condizione l'Italia, nel dibattito europeo e mondiale, nelle condizioni di esercitare una forte leadership produttiva e culturale. Non a caso noi abbiamo chiesto alle personalità che qui rappresentano l'industria, la cooperazione, la distribuzione e le associazioni dei consumatori di discutere con noi sulle prospettive di una vera e conseguente strategia del "made in Italy" agroalimentare. Noi ci auguriamo che un importante contributo ci venga anche dai nostri ospiti internazionali perché il "made in Italy alimentare" è un'esperienza ed un riferimento utile anche per il complesso dibattito che in questo momento sembra dividere l'Europa dagli Stati Uniti ed entrambi dai paesi in via di sviluppo. L'alternativa di cui prima parlavo è un'alternativa tra modelli produttivi che si integrano e si completano all'interno di un tema cruciale - la politica mondiale dell'alimentazione - che ci riguarda tutti e che tutti deve impegnare ad una soluzione comune. Se possibile, lo dobbiamo fare portando il meglio delle nostre esperienza, delle nostre culture, delle nostre risorse. Il meglio di noi stessi.

Lo scenario macroeconomico

GIACOMO VACIAGO - Università Cattolica - Milano

"Appena sei mesi fa temevamo la recessione economica mondiale. Oggi possiamo avere uno sguardo più ottimista perché il mondo non si è fermato. Non si è fermata la Cina, nonostante la Sars, sono ripartiti il Giappone e gli Stati Uniti. Unica fuori dal coro è l'unione europea". Così il professor Giacomo Vaciago, docente all'Università Cattolica di Milano ha esordito al Forum di Cernobbio, specificando che i problemi maggiori vengono dai maggiori Paesi dell'area Euro, Francia, Germanie e Italia. Il problema secondo il relatore è stata "l'istituzione della moneta unica, che si è incentrata sulla stabilità, ma non sulla crescita, che è stata invece delegata ad ogni singolo Paese". Per questo i paesi piccoli (Spagna, Portogallo), crescono più dei paesi maggiori. L'Italia per di più è quella in condizioni meno favorevoli rispetto a Francia e Germania che invece hanno coordinato le loro economie, al punto che il grafico della loro produzione è molto simile. "Con la stabilità - ha detto Vaciago - si privilegiano i deboli, ma si rinuncia a crescere perché l'atteggiamento protettivo è un ostacolo al cambiamento. La produzione italiana è ferma dal 1997, ma le industrie italiane crescono ovunque nel mondo eccetto che sul nostro territorio e quindi è un problema del Paese". Secondo Vaciago gli shocks (11 settembre, Sars), sono utili per stimolano al cambiamento, che però può avvenire solo se il Paese è flessibile ha la capacità di reagire. "Dopo l'11 settembre il Pil degli Stati Uniti - ha detto il docente - è cresciuto di 11 punti. Noi (Italia innanzitutto, ma anche Ue) invece non siamo stati Capaci di reagire perché siamo un Paese molto rigido, con un esubero di normazioni" Secondo Vaciago, il problema europeo è la "mancanza di cooperazione tra i ministeri economici, che dopo aver fatto l'Euro hanno lavorato ognuno per sé". "In questo quadro economico - ha detto il relatore - fa eccezione l'agricoltura: l'industria agroalimentare e il settore primario sono in controtendenza rispetto all'industria in generale. C'è stata un ricerca della qualità che oggi ci avvantaggia e che non subisce la concorrenza dei Paesi emergenti, che corrono dietro all'industria manifatturiera. La qualità dell'agricoltura è la nostra unica difesa, una qualità che non ci viene invece riconosciuta nell'industria, dove abbiamo solo alcuni settori di punta, come la Ferrari".

Il futuro delle politiche agricole nel mondo

TIM JOSLING - Stanford University (Stati Uniti)

Tim Josling si è soffermato nella sua relazione sulla evoluzione e sul futuro delle politiche agricole nel mondo. La sua analisi innovativa si è sostanziata nella individuazione di cinque diversi "paradigmi" (o modelli di riferimento) in base ai quali classificare le politiche agricole. Josling ha proposto i seguenti paradigmi: "agricoltura sfruttata" (le cui risorse vengono estratte e utilizzate per favorire lo sviluppo urbano), "agricoltura dipendente" (che necessita di sostegno pubblico), "agricoltura competitiva" (in grado di competere nell'uso delle risorse), "agricoltura multifunzionale" (che fornisce beni pubblici alla collettività), "agricoltura orientata al consumatore" (che si integra nella filiera agroalimentare). Secondo Josling, tali paradigmi identificano i modelli di intervento nei diversi paesi, ma possono anche coesistere (in Italia, ad esempio, il settore sarebbe caratterizzato da un mix di agricoltura "dipendente", "multifunzionale" e "orientata al consumatore"). Nella sua relazione Josling ha tenta di rispondere ai seguenti interrogativi: 1) qual è lo stato del processo di riforma delle politiche agricole nel mondo? tale processo ha raggiunto un livello in cui i costi di attuazione sono maggiori dei benefici ottenibili? 2) l'evoluzione delle politiche agricole sta generando una convergenza nei modelli di politica agraria adottati dai diversi paesi? 3) è ancora il caso di considerare attuali gli interventi di politica economica in agricoltura o, piuttosto, il processo di globalizzazione le ha rese obsolete? Analizzando le più importanti realtà agricole mondiali (in particolare Usa, Ue, Giappone, Svizzera e Norvegia per i paesi sviluppati; Messico, Brasile, India e Cina per i paesi in via di sviluppo, con qualche cenno sull'Africa subsahariana) Josling ha tentato di dare delle risposte a tali quesiti. 1) il processo di riforma delle politiche agricole nel mondo sta effettivamente proseguendo, anche se con ritmi diversi nei vari casi esaminati; 2) le politiche agricole dei diversi paesi tendono a "convergere", ma verso tre paradigmi diversi, potenzialmente incompatibili fra loro, portando ad un possibile aumento delle tensioni commerciali; 3) le politiche agricole sono senza dubbio ancora importanti, ma nel tempo hanno subito modificazioni rilevanti e continueranno ad adattarsi ai nuovi paradigmi.

Il negoziato agricolo del WTO dopo la Conferenza di Cancun

GIOVANNI ANANIA - Dipartimento di Economia e Statistica - Università della Calabria

Il prof.Anania ha ripercorso le tappe del negoziato agricolo Wto, dalla quarta Conferenza ministeriale di Seattle del 1999 - dove fallì il lancio del Millenium round - alla quinta Conferenza ministeriale di Cancun dello scorso settembre. Ha tracciato in particolare l'evolversi della posizione negoziale dell'UE, alla luce della mid term review della Pac, soffermandosi sulle proposte presentate dalla Ue nel gennaio 2003, sulla proposta negoziale congiunta Usa-Ue dell'agosto 2003. Anche se Everything But Arms e la riforma della Pac hanno consentito alla Ue di arrivare a Cancun con una proposta credibile, responsabile e non retorica in materia di agricoltura, la Conferenza si è chiusa senza alcun accordo su questo come sugli altri temi in discussione. Le probabili ragioni del mancato accordo a Cancun sono state analizzate sulla base delle posizioni degli altri attori, in particolare la controproposta del G20+, e tenendo conto di quanto è successo negli altri tavoli negoziali durante la Conferenza ministeriale. Il relatore ha analizzato i probabili futuri sviluppi del negoziato del development round che è presumibilmente destinato ad attraversare una fase di stallo. I negoziati futuri dovrebbero concentrarsi su quattro temi: oltre all'agricoltura, cotone, accesso ai mercati dei prodotti non agricoli, e temi di Singapore. La negoziazione sarà difficile e lunga. Potrebbe accadere che l'attuale Pac si riveli non compatibile con gli impegni di un eventuale nuovo accordo, e che l'Ue debba per la prima volta considerare cambiamenti della propria politica agricola non dettati da interessi esclusivamente interni. Al di là degli esiti di lungo periodo, però, il relatore ha ricordato la prossima scadenza della clausola di pace: se non verrà rinnovata, molti strumenti di intervento della Pac dal primo gennaio diventeranno possibile oggetto di dispute in sede Wto, con il risultato che l'Ue dovrà rimuoverle o pagare una compensazione.

La nuova PAC: una visione di lungo periodo

ALLAN BUCKWELL - University of London (Regno Unito)

Allan Buckwell ha esaminato le prospettive di lungo periodo della politica agricola comunitaria, compiendo un'analisi dell'evoluzione che i suoi obiettivi e strumenti hanno subito nel corso degli anni, e soffermando l'attenzione sul possibile futuro dei pagamenti previsti dal "primo pilastro" e dal sostegno garantito dal "secondo pilastro" della Pac. Dopo un breve sguardo agli elementi che hanno caratterizzato l'agricoltura europea tra gli anni '60 e gli anni '90, Buckwell ha messo in luce che molte delle difficoltà incontrate dalla Pac nel suo percorso sono dipese da alcune contraddizioni di base: si è spesso tentato di raggiungere obiettivi diversi con uno stesso strumento (ad esempio i diversi obiettivi di controllo dell'offerta e la tutela ambientale con lo stesso strumento del set-aside) o di conseguire lo stesso risultato mediante strumenti diversi (ad esempio la tutela delle biodiversità e delle risorse naturali sia mediante l'adozione di misure agro-ambientali che attraverso l'erogazione di pagamenti diretti). Altre volte, inoltre, gli stessi obiettivi sono stati scelti con una certa imprecisione.
In questo quadro, Buckwell si è soffermato sul perché sia stato introdotto il "Pagamento Unico" per azienda, chiedendosi se tali motivazioni siano compatibili con l'attuale assetto della Pac, con i suoi obiettivi e strumenti, e con le singole politiche di settore. In particolare - secondo Buckwell - assume importanza la definizione del ruolo che le politiche per lo sviluppo rurale (il "secondo pilastro" della Pac) dovranno avere nel seguire i cambiamenti attualmente in corso nel settore agricolo dell'UE, dalla promozione di attività aziendali extra-agricole, alla accentuazione del ruolo di tutela ambientale dell'agricoltura, fino al riorientamento delle produzioni agro-alimentari alle richieste dei consumatori.
Ciò spinge la Pac a proseguire nel suo percorso di continuo adattamento e ripensamento - ha concluso Buckwell - e a chiarire alcuni aspetti ancora dibattuti come le sinergie di obiettivi e risorse tra i due "pilastri", il destino del "Pagamento unico" e le politiche commerciali internazionali.


LA NUOVA PAC: QUALI IMPLICAZIONI PER L'ITALIA (tavola rotonda)

FABRIZIO DE FILIPPIS - Università degli Studi Roma Tre
Nella relazione introduttiva alla tavola rotonda, De Filippis ha descritto le principali caratteristiche dell'ultima riforma della Pac, "la revisione di medio termine", e ne ha fatto una valutazione con riferimento agli interessi dell'agricoltura italiana, alle decisioni applicative da prendere, e alle posizioni negoziali da assumere per i settori attualmente sotto riforma (olio, tabacco, cotone e zucchero). De Filippis ha sostenuto che la riforma Fischler è una "buona riforma", la cui efficacia può tuttavia essere sensibilmente accresciuta dalle decisioni applicative che i governi nazionali sono chiamati ad effettuare. Secondo lo studioso, in Italia, al momento, il contesto in cui elaborare tali scelte va progressivamente maturando, e sarebbe quindi possibile fare scelte coraggiose e ambiziose per poter ottenere il massimo dagli strumenti di sostegno agricolo messi a disposizione dall'Unione Europea. Tale clima favorevole - ha proseguito De Filippis - andrebbe quindi sfruttato per avviare subito un'analisi operativa delle decisioni applicative da prendere, con particolare riferimento alle opzioni del disaccoppiamento, ai nuovi pagamenti speciali, alle misure per lo sviluppo rurale. Particolare attenzione, inoltre, meriterebbero i negoziati per la riforma delle OCM mediterranee e dello zucchero che, in un ottica costruttiva, andrebbero considerate più come "opportunità" che come "minacce". In conclusione - ha affermato De Filippis - i momenti di approfondimento e dibattito come quelli del Forum di Cernobbio sono le occasioni che permettono di procedere verso la costruzione di un futuro per il sostegno e la tutela delle ricchezze dell'agricoltura italiana nell'ambito della Politica agricola comune.
PAOLO DE CASTRO - Presidente di Nomisma
Per il presidente di Nomisma Paolo De Castro, in Italia è stato data una lettura distorta di Cancun. "In sostanza - ha detto - si è affermata l'equazione: 'La Riforma Pac è stata fatta in vista degli accordi Wto; questi sono falliti e quindi è fallita anche la riforma'. Così non è, perché senza la riforma Fischler, l'Ue sarebbe stata la grande colpevole dei mancati accordi e oggi sarebbe molto più complicato andare avanti nel rinnovamento". Secondo De Castro, L'applicazione della Riforma inizialmente comporterà procedure complesse, che alla lunga porteranno alla semplificazione del sistema agricolo. "Il problema - ha detto - sarà trovare un'intesa sull'applicazione tra Stato e Regioni, per evitare che ogni regione faccia la sua riforma". De Castro ha sostenuto la necessità per l'Italia di essere attenta anche alla revisione dell' Organizzazione comune di mercato delle produzioni mediterranee, come Olio e Tabacco. "Non possiamo - ha detto - dire sempre no: tutti gli attori della filiera devono cercare soluzioni che consentano di arrivare a chiudere gli accordi entro il semestre di presidenza italiana, che è a noi più favorevole. Del resto partiamo dal mantenimento delle risorse in entrambi i settori, che non è poco in un momento di rigore finanziario". Il presidente di Nomisma ha sostenuto che di fronte all'inevitabile globalizzazione, l'Italia e l'Europa devono essere capaci di fare crescere il sistema di tutela della denominazione d'origine dei prodotti europei, "Una tutela - ha affermato - su cui non c'è però una posizione forte in tutti i Paesi dell'Ue. E questo è un problema, perché per l'Italia, che non può competere sui costi, l'obiettivo deve essere il rafforzamento della differenziazione dei prodotti sulla base della qualità, una strada su cui sono aperte ancora ampie possibilità. Che sia la strada giusta del resto lo testimonia il fatto che le esportazioni italiane sono trainate dai prodotti di qualità". L'ex ministro infine ha chiesto una maggiore attenzione alle nuove forme di protezionismo, basate sugli aspetti della sicurezza e della sanità: "dobbiamo evitare - ha detto - distorsioni di concorrenza dovute a diverse posizioni sulle tecniche di produzione e dobbiamo lavorare per affermare le nostre posizioni".

CORRADO GIACOMINI - Università di Parma
Il prof. Giacobini, nel corso della tavola rotonda, ha presentato i risultati di uno studio di simulazione (condotto dal Dipartimento di studi economici e quantitativi dell'Università di Parma), fondato sull'applicazione di un modello matematico su dati Agea e RICA. Il modello ha consentito di valutare i probabili effetti della riforma della Pac sull'agricoltura italiana su tre differenti scenari, incentrati su una delle principali novità introdotte dalla nuova Pac: il disaccoppiamento degli aiuti. Il primo scenario ipotizzava l'applicazione del disaccoppiamento totale (pagamento unico per azienda), e gli altri due di un disaccoppiamento parziale, variamente configurato. Lo studio ha considerato gli effetti della riforma della Pac sul reddito delle aziende agricole e sulle superfici coltivate, distinguendo inoltre fra aziende in e fuori franchigia - queste ultime sono le aziende che ricevono annualmente più di 5.000  di aiuti. In tutti e tre gli scenari prospettati, l'applicazione della riforma della Pac dovrebbe portare ad una riduzione dei ricavi e dei costi delle aziende agricole italiane e a un aumento degli aiuti lordi. Nel caso delle aziende in franchigia, ci si aspetta una riduzione dei redditi lordi, mentre ciò non avviene per le aziende fuori franchigia che hanno un miglior rapporto costi/ricavi. Distinguendo fra coltivazioni erbacee e attività zootecniche, Giacomini ha mostrato come le prime risulteranno in ogni caso penalizzate, mentre le seconde beneficeranno di un aumento del reddito lordo. Si prevede un incremento della superficie non coltivata, in modo più marcato nello scenario configurato dal disaccoppiamento totale, che tuttavia garantisce una maggiore libertà di scelta delle colture. In conclusione, il relatore si è detto orientato a considerare il disaccoppiamento totale come la migliore soluzione, sottolineando: la necessità di una concertazione nell'applicazione delle misure; l'opportunità di stornare il 10% dal tetto degli aiuti a fini ambientali e di qualità; la potenzialità della cross-compliance per realizzare l'obiettivo di una agricoltura multifunzionale.

PIETRO SANDALI - Capo Area economica Coldiretti
La riforma Fischler - ha rilevato Pietro Sandali - è una certezza e un'opportunità per il futuro del settore agricolo. Mai come questa volta - ha puntualizzato - una riforma della politica agricola comune mette a disposizione strumenti di intervento in grado di essere adattati alle diverse realtà territoriali degli Stati membri. Soffermandosi sul disaccoppiamento degli aiuti diretti, Sandali ha evidenziato la differenza tra un aiuto accoppiato e un aiuto disaccoppiato. Il primo fermo alla logica di Agenda 2000 e quindi soggetto a possibili riduzioni in quanto legato ad un plafond finanziario predefinito collegato a determinati ettari o capi. Il secondo, al contrario, definito sulla base di una "fotografia aziendale" che rimane immutata per il periodo di vigenza del regime e che quindi lascia l'agricoltore libero di orientarsi al mercato. Inoltre - ha sottolineato Sandali - il disaccoppiamento e le possibile deroghe che lo stesso permette consente al paese di fare scelte di politica agraria soprattutto per la zootecnia con ampi spazi di crescita per il settore. Per questi motivi, il disaccoppiamento - secondo Sandali - va applicato a partire dal 1° gennaio 2005 senza rinvii. Parlando sempre di disaccoppiamento, Sandali ha evidenziato come l'opzione della regionalizzazione dello stesso rappresenti uno strumento "incredibile" e "estremamente positivo" sia per la possibilità di stabilire un premio su aree omogenee superando la cristallizzazione che dura ormai da 12 anni, sia per la possibilità che la regionalizzazione offre di poter operare scelte colturali anche per l'ortofrutta a pieno campo. Concludendo sul disaccoppiamento, Sandali ha evidenziato come il regolamento parli chiaro per quanto riguarda i "diritti di superficie" che danno luogo alla corresponsione dell'aiuto. Infatti, è evidente - ha detto - che tali diritti appartengono a chi ha svolto l'attività e fatto la produzione nel periodo di riferimento e a nessun altro. L'opzione, offerta agli Stati membri dalla riforma di utilizzare il 10% del plafond finanziario del primo pilastro per politiche legate alla qualità e all'ambiente anche in maniera accoppiata, è valutata da Sandali, come una importante possibilità per "qualificare" finalmente la spesa del primo pilastro verso interventi indirizzati alla qualità delle produzioni da coordinarsi con la politica di sviluppo rurale. Infine, sulle proposte di riforma relative ai prodotti mediterranei, Sandali ha sottolineato che, anche se molto lavoro va svolto soprattutto sul tabacco, è fondamentale che tali proposte si muovano nel senso indicato dalla riforma Fischler sia intermini sostanziali, ma soprattutto in termini di stabilità finanziaria. Insomma - ha concluso Sandali - "siamo di fronte ad una riforma di lungo termine in grado di portare a pieno titolo il settore agricolo a concorrere alla crescita economica del paese dando prospettive di almeno 10 alle imprese agricole".

MICHELE PASCA RAYMONDO - Direttore D.G. Agricoltura Commissione europea
L'intervento di Michele Pasca-Raymondo si è incentrato sulle politiche per lo sviluppo rurale, sul ruolo che esse assumono nella politica agricola comunitaria dopo la riforma di medio termine (MTR) e su quello che potranno avere nel prossimo futuro. Il primo elemento da prendere in considerazione riguarda il finanziamento di tali politiche: sebbene con la MTR - grazie alla "modulazione" - il finanziamento per lo sviluppo rurale possa arrivare fino al 20% del totale della spesa agricola, non sono state ancora fissate le direttrici per la strutturazione del fondo per l'intero "secondo pilastro" della PAC. Una volta chiariti tali aspetti finanziari - ha proseguito Pasca-Raymondo - va evidenziata la necessità di avviare una vera e propria riforma delle politiche per lo sviluppo rurale nella direzione di una semplificazione dei programmi e delle loro modalità di attuazione. In particolare, Pasca-Raymondo ha proposto di unificare l'insieme delle numerose misure attualmente previste per lo sviluppo delle aree rurali in tre sole "macro-categorie": misure per la competitività del settore agricolo (investimenti, capitale umano, ecc.); misure ambientali (foreste, risorse naturali, ecc.); misure di supporto all'economia rurale (servizi base, diversificazione, agriturismo, artigianato, ecc.). In questo quadro, il "fattore qualità" assume un ruolo chiave: in primo luogo - ha affermato Pasca-Raymondo - nell'ambito dello sviluppo rurale è già espressamente prevista la possibilità di cofinanziare i costi di realizzazione dei sistemi di qualità. Secondo, oltre agli importanti schemi da seguire per la tutela delle denominazioni di origine e dei prodotti tipici, è necessario promuovere lo sviluppo di sistemi di qualità non solo nei prodotti ma anche nelle pratiche produttive, come già attuato per soddisfare le richieste della grande distribuzione organizzata. Infine, il Direttore dello Sviluppo Rurale della Commissione europea ha messo in luce l'estrema importanza che le amministrazioni pubbliche a vari livelli - europeo, nazionale, regionale e locale - coordinino i loro sforzi per lo sviluppo del territorio. Secondo Pasca, infatti, sono le stesse dimensioni locali ad essere protagoniste nel determinare il loro avvenire. L'insieme delle misure di sviluppo rurale, tra l'altro, possono essere usate anche per risolvere le situazioni di disagio generate dalle misure introdotte dalla revisione di medio termine della Pac.

ROMANO PRODI - Presidente della Commissione europea
"La riforma Pac è stata fatta per rispondere al nuovo ruolo dell'agricoltura nell'Unione europea e ai cambiamenti del mercato internazionale, non per Cancun". Così il presidente della Commissione europea, Romano Prodi, ha esordito a Cernobbio nel suo intervento a Cernobbio, al Forum dell'alimentazione Coldiretti. "Abbiamo voluto - ha detto Prodi - dare risposte ai Paesi emergenti chiedono nuovi sbocchi per la produzione di massa e andare incontro alle nuove richieste di mercato determinate da una maggiore sensibilità dei consumatori sulla sicurezza e la difesa dell'ambiente". La Riforma della Pac, secondo Prodi, era necessaria e urgente per mettere un punto fermo in vista dell'allargamento dell'Unione europea e delle forti pressioni per la revisione del bilancio comunitario. "Se Cancun è fallito - ha detto il presidente della Commissione, non si può certo dare la colpa all'agricoltura: si è creata un'alleanza inattesa di 23 Paesi che contano la metà della popolazione mondiale e i due terzi dell'agricoltura mondiale. Certo - ha sostenuto- noi non abbiamo la vocazione dei prodotti a basso costo, perciò, se lasciamo spazio ai prodotti di massa, gli altri devono accettare la denominazione d'origine". Il presidente della Commissione Ue ha ribadito che non si può guardare alla Cina come una minaccia, ma che bisogna considerarne le opportunità come sbocco di mercato e come possibilità di sviluppo per il Mezzogiorno, che è la via naturale verso l'Asia. Prodi ha ricordato il contenzioso con gli Stati Uniti sugli Ogm, ribadendo la validità del principio di precauzione e quindi l'importanza dell'etichettatura dei prodotti. In merito alla riforma del mercato dell'olio e del tabacco, Prodi ha sostenuto le proposte del commissario all'Agricoltura, Franz Fischler, sostenendo che "per la riforma dell'olio il commissario non ha vita facile con la Spagna che lo accusa di aver favorito l'Italia". Le proposte per il tabacco, secondo Prodi, tengono conto della tendenza d'opinioni di tre quinti dell'Unione europea che non vuole più sentirne parlare. "E' importante raggiungere un accordo - ha detto - entro il semestre italiano, anche per evitare di prolungare le trattative fino alla campagna elettorale, che renderà tutto più difficile". Romano Prodi - Presidente della Commissione Europea


Sabato 25 ottobre

GOVERNANCE, CONCERTAZIONE, FEDERALISMO E SUSSIDIARIETÀ

ORAZIO MARIA PETRACCA - Università di Salerno
Il prof. Petracca ha inizialmente cercato di mettere a fuoco i criteri principali cui dovrebbe corrispondere un modello di governance che si basi su un'organizzazione federale del potere politico, assuma il metodo della concertazione come regola permanente dei processi decisionali di sistema, si ispiri a una concezione della sussidiarietà intesa non solo come criterio di ripartizione verticale delle competenze, ma anche come criterio orizzontale di terminazione dei confini tra l'area del potere politico e l'area dell'autonomia sociale. La tesi espressa dal relatore è stata che, se i concetti di federalismo, sussidiarietà e concertazione vengono correttamente intesi e correttamente applicati, allora ne può sortire un modello di governance che, rispetto agli altri modelli, è più efficiente sul piano istituzionale e più equilibrato, più equo, sul piano sociale. Rilevato che il federalismo non soltanto e non sempre dà luogo a una specifica forma di Stato, ma è anche e anzi è soprattutto un processo, Petracca è entrato nel merito dell'attuale fase di ristrutturazione della Repubblica Italiana, sostenendo che per potere parlare di federalismo, deve sussistere almeno un duplice ordine di requisiti. Il primo è che il potere di decisione finale sia ripartito tra diversi livelli di governo, e che tale ripartizione sia garantita costituzionalmente, in modo da vincolare il centro a rispettarla. Il secondo è che ci sia una rappresentanza territoriale, che cioè le entità sub-nazionali abbiano una loro rappresentanza a livello centrale per cui partecipano all'esercizio della sovranità nazionale ed eventualmente gli viene riconosciuto anche un potere di veto sulle decisioni che minacciano di ridimensionare il loro ruolo. Perché il federalismo produca realmente i vantaggi, i benefici, di cui è potenzialmente capace - ha proseguito il relatore - occorre che anche il sistema amministrativo venga organizzato e funzioni per davvero in modo confacente. E occorre che quanti hanno in mano le redini del potere politico, a livello sia centrale sia delle autonomie, sappiano e vogliano gestirlo secondo quella che è la logica del sistema. I vantaggi del federalismo, come del resto tante altre cose non sono un prodotto automatico delle riforme legislative, anche quando siano ben congeniate. Se la riforma federale cade in un contesto che contraddice la sua stessa ispirazione, allora - ha sostenuto Petracca - può perfino succedere che il federalismo si riveli controproducente e sortisca risultati di segno opposto alle aspettative. La riforma federale non si esaurisce, non deve esaurirsi in una riorganizzazione del sistema politico, ma deve investire anche i rapporti con la società civile, insomma i rapporti tra potere politico e vita sociale. E' dovunque la questione cruciale, ma lo è soprattutto in Italia, la cui democrazia - ha detto Petracca - è sempre stata caratterizzata da un pesante squilibrio tra l'area del potere politico e l'area dell'autonomia sociale, da un eccesso di politicizzazione della vita sociale che è rimasto poi come un vizio anche quando le condizioni erano completamente mutate. E si può dire senz'altro che la riforma federale avrà veramente successo solo se nella misura in cui segnerà una svolta su questo terreno. Soffermandosi sul tema della sussidiarietà, Petracca ha rilevato che si tratta della ripartizione delle competenze finalizzata a portare l'autorità che decide più vicina agli utenti, ai cittadini. E' una strategia che è stata dimenticata dopo gli anni Trenta, ma di cui adesso sembra comprendersi la fondamentale esigenza. La concertazione - ha proseguito Petracca - è invece il metodo che consente al Governo e alle parti sociali di confrontarsi sulle rispettive strategie nell'interesse generale da privilegiare. La concertazione - ha precisato - obbliga ad un confronto aperto finalizzato a giungere ad un accordo a conclusione del quale ognuno conserva le proprie prerogative senza confusione di ruoli. La concertazione, inoltre, non serve a mediare interessi o a gestire giochi di scambio; è quindi - ha aggiunto Petracca - un metodo da valorizzare istituzionalizzando le sedi e le procedure del confronto consentendo alle parti sociali di intervenire attivamente. I sistemi liberal-democratici - ha concluso Petracca - oggi non godono di ottima salute. I cittadini sono sempre più in una condizione passiva rispetto ai meccanismi decisionali. Di qui l'importanza del ruolo di un contributo attivo delle forze sociali che serve a tutto il Paese, di qui l'importanza del metodo della concertazione.

SAVINO PEZZOTTA - segretario generale Cisl
"La crisi più profonda del nostro Paese deriva dalla mancanza di leadership, intesa come qualcosa in cui il Paese si identifica". Così ha esordito il segretario generale della Cisl, Savino Pezzotta, intervenendo al Forum Coldiretti di Cernobbio. "Senza leadership - ha detto Pezzotta si ripiega su 'primariati', che non vengono però riconosciuti da tutto il paese e che creano attese motive, più che razioni. In questo modo non si costruisce, perché non si crea cultura politica. In questo quadro diventa difficile parlare di concertazione". Secondo Pezzata, il problema delle democrazie occidentali è la partecipazione: "Non abbiamo un vero avvicinamento degli eletti agli elettori, ma un avvicinamento mediatico, attraverso il video, che non consente nessuna interazione". Pezzotta ha precisato che il suo riferimento non vuole entrare in questioni di conflitti d'interesse, ma è una considerazione generale sulk problema di ripensare "la forma delle democrazia nell'epoca mediatica che rischia di stravolgere il Dna della democrazia che è partecipazione". In merito alla concertazione, Pezzotta ha sottolineato che non è solo un strumento da usare nei momenti di difficoltà, ma una politica "che deve essere assunta come caratterizzazione istituzionale, da utilizzare sempre nella gestione dei rapporti tra pubblico e società". Secondo il segretario Cisl "Veniamo da un'epoca in cui la concertazione ha consentito di ridurre l'inflazione, fare la riforma previdenziale, entrare in Europa. Finita la concertazione c'è stata una ripresa dell'inflazione e della conflittualità sociale". Secondo Pezzotta in un sistema politico in cui il Governo si forma con un sistema maggioritario in cui a governare è una minoranza, la Concertazione diventa fondamentale per aprire all'apporto di altre forza sociali. "Purtroppo - ha detto - questo oggi non avviene a causa della supponenza della politica". La concertazione per Pezzotta è "partecipazione, capacità di negoziare gli obiettivi strategici, mantenendo ognuno la propria autonomia, senza nessun diritto di veto da parte di nessuno, anche se ognuno ha diritto al dissenso". Pezzotta ha dichiarato che lo sciopero generale ha visto ieri una partecipazione superiore alle attese. Questo dovrebbe far riflettere: "Noi siamo aperti a valutare molte questioni sul fronte delle pensioni, dalla decontribuzione all'allungamento dell'età, al Tfr, ai fondi pensioni, ma il problema è che il Governo ha fretta, ma non può mischiare la previdenza dalla necessità di avere meno pressioni da Bruxelles.

ENZO GHIGO - presidente Regione Piemonte
"Il percorso di riforma federale dello Stato non è concluso, anzi è in un momento di confusione". Lo ha detto il presidente della Regione Piemonte e Presidente della Conferenza delle Regioni, Enzo Ghigo, intervenendo a Cernobbio al Forum Coldiretti. "Diciamo sì al federalismo, alla partecipazione, alla sussidiarietà - ha detto Ghigo - anche se occorre trovare le strade necessarie per ridurre i meccanismi farraginosi che riducono o allungano le capacità di prendere decisioni. Per questo occorre mettere a punto una riforma istituzionale adeguata". Ghigo ha detto che l'attuale Governo ha fatto molte scelte giuste, "anche se - ha commentato - ritengo che si debba sforzare di rispettare le forme dei rapporti istituzionali: anche le regioni nel caso della legge Finanziaria non sono state ascoltate. Su questo chiederemo una ripresa del dialogo, anche perché abbiamo compiti in temi importanti come il welfare e la sanità". Ghigo ha dichiarato che non gli piace il termine "concertazione". "Ritengo però - ha detto - che ci deve sempre essere un confronto tra le parti, anche se alla fine ci vuole qualcuno che decida e governi". Ghigo ha dichiarato che le Regioni faranno le loro proposte per le riforme istituzionali, anche perché bisogna riuscire a portare a termine diverse opportunità che le amministrazioni regionali già hanno. "Non abbiamo completato neanche la riforma Bassanini - ha detto - perché non abbiamo le risorse necessarie per poter esercitare le funzioni che ci assegna. Comunque non abbiamo intenzione di fare la polizia regionale; del resto, non siamo riusciti neppure a regionalizzare il Corpo Forestale dello Stato, anche se sarebbe una cosa utile". Ghigo infine ha dichiarato di essere convinto che sarà possibile arrivare alla riforma federale in questa legislatura.

LUIGI MARINO - presidente Confcooperative
Per il presidente di Confcooperative, Luigi Marino, la riforma istituzionale per il federalismo nel nostro Paese "è un processo incompiuto, con forti incongruenze". "La riforma - ha detto Marino - è accompagnata da visioni politica astratta, mentre noi abbiamo bisogno di avere una costruzione istituzionale e strutture funzionali ed efficienti perché comportano risparmi economici importanti per il nostro debito pubblico". Il presidente di Confcooperative ha citato come esempio di dissonanza tra la teoria politica e la pratica normativa è la legge Finanziara "fatta da un Governo che dovrebbe essere federalista, che però penalizza le Regioni: l'impegno politico in questo caso stride con le allocazioni delle risorse". In merito alla concertazione, Marino ha sostenuto che "in Italia non c'è, tranne forse in agricoltura, dove il Tavolo Verde è riuscito a produrre qualcosa. Qualcuno - ha ricordato Marino - ha detto che la concertazione è uno strumento per risanare i conti pubblici, non per realizzare politiche di sviluppo e così ci siamo ritrovati tagliati fuori dal Documento di programmazione economico e finanziario, che però nelle ultime pagine afferma che le consultazioni sarebbero state fatte in occasione della legge Finanziaria, per cui erano previsti 11 tavoli. In realtà a settembre ci siamo ritrovate in 35 organizzazioni a essere consultate per mezza giornata. Se la concertazione è una consultazione ex-post, non serve a niente". Sulla sussidiarietà Marino ha citato il proverbio "Val più la pratica che la grammatica". "La grammatica della sussidiarietà - ha detto - è perfetta: c'è anche nella Costituzione. Ma la pratica non funziona, anche perché la sussidiarietà e difficile da applicare in quanto non è né liberista, né statalista. Non va bene per chi pensa che lo Stato debba rispondere a tutti i bisogni dei cittadini dalla culla alla bara, ma non va bene neanche per chi pensa che il cittadino debba trovare tutte le risposte dal mercato". Marino ha citato le cooperative sociali "che vengono arruolate dagli enti pubblici come truppe ausiliari perché costano di meno e rispondono meglio. "Il problema è che con la pratica degli appalti al ribasso, si creano i presupposti per una spinta clientelare e un mercato nero del lavoro".


L'ORIGINE E LA SICUREZZA DEI PRODOTTI ALIMENTARI

Presentazione della ricerca Coldiretti su: "Gli Italiani, l'alimentazione e i prodotti agricoli"

RENATO MANNHEIMER - presidente ISPO
Un fenomeno sociale è in atto: - ha rilevato il prof. Mannheimer - lo spostamento dei consumi verso ciò che dà maggiori garanzie di qualità o di eticità. Gli Italiani - ha precisato - prestano sempre più attenzione alle caratteristiche degli alimenti e sempre più entrano nelle abitudini dei consumatori i prodotti a denominazione di origine, biologici, equo-solidali, Ogm-free e arricchiti. Mannheimer è poi entrato nel vivo delle risultanze e delle percentuali rilevate nel corso dell'indagine ISPO-Coldiretti sulle "opinioni degli Italiani sull'alimentazione" il cui obiettivo principale è stato quello di delineare uno scenario dell'atteggiamento e della percezione dei nostri concittadini in rapporto ad alcune abitudini di consumo, all'atteggiamento verso i prodotti transgenici, al giudizio su alcuni aspetti della produzione agroalimentare italiana, alla percezione della sicurezza alimentare, all'etichettatura, alla propensione a pagare di più o di meno per la qualità dei prodotti. L'indagine ha svelato i "segreti" della spesa alimentare degli Italiani che dedicano al cibo il 15,3% dell'intera spesa familiare, una voce seconda solo a quella per l'abitazione. E la prima realtà che è emersa - ha concluso Mannheimer - è quella della grande fiducia nella qualità del "made in Italy" alimentare, una qualità che tuttavia deve essere certificata da una etichetta il più possibile chiara e completa anche per l'origine della materia prima impiegata.

Quale ruolo dell'Authority

GIORGIO CALABRESE - Componente dell'Autorità europea per la sicurezza alimentare

Il prof. Calabrese si è inizialmente soffermato sul ruolo che è andata assumendo la questione della sicurezza alimentare. Il problema di fondo - ha detto - è quello di assicurare una tracciabilità del prodotto dal campo alla tavola che il consumatore deve essere in grado di "rintracciare", una tracciabilità che consenta al destinatario finale di poter risalire alla fonte attraverso tutti i vari passaggi. E' un discorso - ha precisato - che riguarda il mondo intero, che riguarda l'Unione europea, ma che riguarda soprattutto l'Italia che nel campo della produzione agroalimentare ha assunto un ruolo di leadership. A livello di Authority alimentare europea si sente oggi il bisogno di omogeneizzazione per definire una qualità che deve essere univoca. Calabrese ha citato il recente caso dello scandalo del peperoncino rosso dove le responsabilità non erano di chi - come l'industria alimentare - è stato messo sul banco degli imputati. Se ieri il consumatore chiedeva un cibo gustoso - ha proseguito Calabrese - oggi egli vuole in primo luogo un cibo igienicamente sano e quindi gustoso. Alimenti con scarsa igiene possono provocare malattie infettive, indicative non di una casualità, ma di una causalità. L'insorgenza della Bse, gli alimenti contaminati da diossina, i casi di botulismo ne sono una drammatica dimostrazione. L'Authority - ha rilevato il relatore - deve quindi controllare le garanzie di igienicità e le fasi in cui tale igienicità si perde. Nel nostro Paese abbiamo bisogno di materie prime garantite perché il prodotto italiano è percepito come materia prima di alta qualità, ma occorre stare attenti perché lo stato di pericolo - ha aggiunto - è sempre dietro la porta.
L'Europa - ha concluso Calabrese - ha adottato una politica di rigore, di controlli molto severi, ma è bene che sia così. In Italia stiamo lavorando in ottima collaborazione con i Ministeri della Sanità e delle Politiche agricole proprio perché il nostro Paese non può sbagliare. La sicurezza alimentare è un fattore che caratterizza una grande nazione e l'Italia lo è e deve continuare ad esserlo non solo perché sa preparare grandi specialità gastronomiche, ma perché sa garantire la qualità delle sue produzioni.

I cambiamenti climatici e le implicazioni per le produzioni agricole

GIAMPIERO MARACCHI - Docente di climatologia Università di Firenze e Direttore Istituto di Biometeorologia del CNR

L'agricoltura - ha rilevato il prof. Maracchi - è fortemente influenzata, oltre che da aspetti economici - quali la politica agricola comunitaria - da altri fattori come quelli culturali, politici, tecnologici e ambientali che contribuiscono ad accentuare le differenze in termini di rese tra le varie aree produttive. Tra i fattori ambientali un ruolo fondamentale è giocato dalle condizioni climatiche che, in particolar modo nelle regioni settentrionali e meridionali, sono il fattore che più incide sulle rese. I cambiamenti climatici già in atto e previsti per il prossimo futuro - ha aggiunto - è probabile che accentuino ancora di più questa sensibilità, arrivando in alcuni casi a invertire l'attuale aumento della produzione alimentare. A fronte della situazione attuale in cui si trova l'agricoltura italiana e degli effetti che le variazioni climatiche potranno avere su di essa, dovranno essere studiate e approntate una serie di strategie che possono essere impiegate per eliminare, o almeno ridurre, l'impatto dei cambiamenti climatici mediante il contributo della ricerca e della politica. Maracchi è poi entrato nel merito dell'influenza delle condizioni ambientali sui processi biofisici degli agro-ecosistemi, soffermandosi sull'incremento della temperatura, sulla disponibilità di acqua, sulla variabilità climatica, sulla fertilità del terreno ed erosione, sulle fitopatie, sullo sviluppo delle infestanti e sugli spostamenti spaziali verso il nord di alcune specie, cultivar e pratiche di coltivazione, comprese la gestione dei fertilizzanti e degli antiparassitari. Per Maracchi i cambiamenti climatici potranno produrre effetti positivi o negativi a seconda della regione e del modo in cui il clima varierà. Nessuna zona, in ogni caso, diventerà completamente inadatta per l'agricoltura, anche se è ipotizzabile una riduzione della superficie adatta per la produzione di colture tradizionali, problema che potrà essere superato tramite l'introduzione di nuove colture. Sono state suggerite - ha concluso Maracchi - strategie economiche e agronomiche di adattamento dell'agricoltura per evitare o almeno per ridurre gli effetti negativi e per sfruttare gli effetti positivi indotti dai cambiamenti climatici. Possono essere introdotte strategie di adattamento economico per ridurre i costi agricoli dei cambiamenti climatici tenendo conto dell'espansione generale delle produzioni. Le strategie economiche, invece, intendono ridurre parzialmente o completamente le perdite di rendimento causate dai cambiamenti climatici. Queste possono poi essere ulteriormente suddivise - ha precisato - in adattamenti di breve periodo (per ottimizzare la produzione in presenza di cambiamenti climatici importanti) e di lungo periodo (cambiamenti strutturali per contrastare le avversità causate dai cambiamenti climatici).


LA NUOVA PAC: IL PUNTO DI VISTA EUROPEO

FRANZ FISCHLER - commissario europeo per l'Agricoltura, lo Sviluppo rurale e la Pesca
"Nelle decisioni del pacchetto di giugno della riforma della Pac, scegliendo il pagamento agricolo unico, abbiamo deciso di dare priorità al produttore e non al prodotto, cercando di garantire elevati standard di qualità richiesti dai consumatori". Il commissario all'Agricoltura europea, Franz Fischler, intervenendo a Cernobbio al Forum al Forum della Coldiretti ha subito ribadito i punti fermi della Riforma Pac, ricordando che l'Unione ha destinato un miliardo e 200 milioni di Euro in più allo sviluppo rurale, che consentiranno di aprire nuovi programmi. "Dipenderà poi dall'Italia - ha detto Fischler - come utilizzare queste risorse in modo da garantire un futuro di successo alla vostra agricoltura. In queste scelte sarà perciò indispensabile coinvolgere tutti gli interessati". Il commissario ha affermato che a Cancun l'Unione europea si è trovata con le mani legate prima ancora di discutere di agricoltura, "ma questo - ha detto - non significa che le trattative per la riforma del commercio mondiale non vadano avanti. Intanto avremo modo di procedere con la riforma interna che ci rafforzerà nelle trattative mondiali". Affrontando la riforma della produzioni agricole mediterranee (tabacco, olio d'oliva, cotone), Fischler ha ricordato che la Commissione ha applicato a settembre lo stesso approccio della riforma Pac, con un disaccoppiamento almeno parziale. Per il tabacco Fischler ha ricordato che la Commissione ha preso in considerazione che è una produzione di aree svantaggiate in cui va salvaguardata l'attività agricola. La proposta, con il completo disaccoppiamento, è finalizzata a salvaguardare il reddito, mantenendo le risorse nei primi anni in modo da consentire al produttore di fare scelte più rispondenti al mercato e poi gradualmente arrivando a ridurre i fondi. Parte dei quali saranno utilizzati per interventi di riconversione e per aiuti al prepensionamento. "Abbiamo voluto salvare i produttori - ha puntualizzato - non il prodotto". Sull'olio d'oliva, Fischler ha dichiarato che la Commissione ha considerato che l'olivo è una coltura preziosa sul piano ambientale, culturale e sociale. "Gli olivicoltori - ha ricordato - sono un terzo di tutti i produttori comunitari. Ci sono poi regioni come la Calabria (inserita nell'obiettivo 1) in cui l'olivicoltura è importante non solo per il paesaggio ma anche per lo sviluppo economico e pertanto le nostre proposte mirano a mantenere un reddito stabile ai produttori, offendo possibilità di fare scelte che meglio rispondano agli andamenti del mercato". Di fronte alle critiche, il commissario Fischler si è detto disponibile a discutere su proposte concrete il 10 e 11 novembre con tutte le parti interessate. Fischler ha anche anticipato alcune riflessioni sulla riforma del mercato dello zucchero. "Abbiamo tra strade - ha detto - mantenere lo status quo , che significherà aprire il mercato europeo a quote di importazione; ridurre il prezzo interno Ue, e riduzione delle quote man mano che ci si avvicina al prezzo mondiale; completa liberalizzazione del mercato".


INCONTRO CON LA FILIERA AGROALIMENTARE ITALIANA

Hanno preso parte al dibattito Paolo Bedoni, Presidente di Coldiretti, Alfredo Gaetani, Amministratore Delegato, Eurolat, Maurizio Gardini, Presidente Conserve Italia, Luciano Sita, Presidente Granarolo, Luigi Rossi di Montelera, Presidente Federalimentare, Vincenzo Tassinari, Presidente Coop Italia, Rosario Trefiletti, Presidente Federconsumatori.

ROBERTO FORMIGONI - presidente Regione Lombardia
Per il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, il tema essenziale per l'agricoltura è il rapporto con l'informazione. "E' necessario che i consumatori vengano informati sui corretti obiettivi della Politica agricola comunitaria che non riguarda solo l'alimentazione, ma anche il rapporto costi/benefici: i fondi destinati all'agricoltura sono finalizzati al bene pubblico, ma questo non viene percepito come tale". Per Formigoni i nostri prodotti tipici sono una ricchezza per la collettività e lo sviluppo rurale non riguarda solo il settore primario, ma è un'occasione per un sviluppo del sistema economico. "Una delle eccellenze della Lombardia - ha detto il presidente della Regione - è di coniugare i primati agricoli con quello industriale e di servizio." Formigoni ha fatto tre appelli: Al mondo agricolo, alla trasformazione industriale, alle istituzioni. "Al mondo agricolo perché persegua ad ogni costo l'unità, perché nei momenti di difficoltà è importante partecipare assieme alla comunicazione verso i consumatori per spiegare che il bilancio comunitario destinato all'agricoltura non è per alimentare fenomeni distorsivi, ma per garantire sicurezza e salvaguardare il territorio e il tessuto sociale. Alla trasformazione industriale per affermare un approccio interprofessionale indispensabile allo sviluppo. Alle istituzioni che devono sempre agire nella condivisione degli obiettivi e nell'integrazione delle politiche che a volte si sovrappongono nei diversi livelli regionali, nazionali e comunitari".

GIANNI ALEMANNO - Ministro delle Politiche agricole e forestali
Il ministro delle Politiche Agricole, Giovanni Alemanno, ha fatto a Cernobbio un bilancio dei due anni e mezzo del suo Ministero. "Il primo elemento con cui ci siamo dovuto confrontare- ha detto - è stato quello delle emergenze che gravavano sull'agricoltura e l'agroalimentare. Oggi ne stiamo venendo fuori, come dimostra la vicenda delle quote latte in cui il 75% degli undicimila allevatori che devono pagare il superprelievo, dopo molti anni hanno cominciato a pagare. Il secondo elemento è stato il rafforzamento delle imprese agricole nel sistema produttivo. Anche questo è un obiettivo che ormai stiamo raggiungendo con la legge d'Orientamento e la legge Delega. Un esempio ne sono i provvedimenti fiscali contenuti nella Finanziaria". Secondo Alemanno, risolti i primi due problemi, il suo Ministero deve oggi puntare all'integrazione di filiera. "Un'impostazione - ha detto il ministro - che dovrebbe guidare tutte le politiche produttive del nostro Paese". Per il settore agroalimentare, Alemanno ha indicato la necessità di realizzare una base su cui costruire i rapporto di filiera che consentano di sviluppare le innovazioni di processo e quelli di prodotto per far crescere il settore. Un esempio possono essere il settore lattiero e quello ortofrutticolo. "Nel settore del latte, superato il problema delle quote - ha detto il ministro - abbiamo messo a punto un documento che affronta il problema del latte nel suo complesso della filiera produttiva. Un elemento qualificante di questo settore è stato il decreto del latte fresco". Per il settore ortofrutticolo Alemanno ha ricordato la messa sotto accusa del settore per l'aumento dei prezzi. "Si è generato - ha detto - uno scontro tra agricoltura e distribuzione a causa di una forbice dei prezzi larghissima. Questo problema può essere superato se c'è un tavolo di filiera che la renda più trasparente e più corta, in modo da eliminare i passaggi inutili". Ultimo elemento sui prossimi impegni è costituito per Alemanno dalla Delega derivante dalla legge 38, la cui parte più importante è costituita dall'etichettatura e dal rafforzamento dell'organizzazione interprofessionale. "Per realizzarli - ha detto - dobbiamo avere interlocutori realmente credibili". Infime Alemanno ha sostenuto che bisogna fare in modo che consumatori e settore agricolo abbiano un punto di riferimento chiaro: questo può essere l'Agenzia nazionale per la sicurezza "che, magari all'inizio - ha detto - sarà un'autorità forte che metta in rete tutto ciò che già esiste".

PAOLO BEDONI - Presidente della Coldiretti
A conclusione dei lavori del Forum dello scorso anno ci siamo lasciati con una parola d'ordine che non era ancora un progetto ma era già una concreta ipotesi di lavoro: il patto tra le componenti della filiera a sostegno del "made in Italy alimentare". Lanciammo questa come una ipotesi su cui riflettere e discutere e non ancora come un progetto perché non si erano create le condizioni per cui ciò avvenisse. Era evidente la volontà di tutti - agricoltura, industria, cooperazione e distribuzione - di dare vita ad un confronto non più episodico ma organico e globale tra le componenti della filiera.
Questa volontà emergeva da un lavoro comune fatto insieme in questi anni teso proprio a ricostruire il tessuto su basi nuove di un rapporto che oso definire "ineguale" tra il settore agricolo, da una parte, e l'industria e la distribuzione dall'altra. Su questo punto voglio essere chiaro: non abbiamo mai pensato che questo rapporto fosse "ineguale" per colpa dell'industria e della distribuzione. Esse facevano il loro mestiere. Lo facevano bene o male a seconda dei soggetti e delle filiere, ma lo facevano in base alle loro strategie di mercato. E il mercato è un signore con il quale non si scherza.
Non era dunque colpa dell'industria e della grande distribuzione se il settore agricolo continuava a perseguire (o anche solo a subire) politiche che lo tenevano lontano dal mercato. E che quindi lo destinavano del tutto naturalmente all'irrilevanza economica, sociale ed anche istituzionale. Senza leadership, senza ruolo sociale e quindi senza forza contrattuale, il settore agricolo non poteva avere neppure peso economico. Quindi non poteva che presentarsi dispersa e frammentata di fronte alle altre componenti di filiera che invece, seguendo le logiche di mercato, si muovevano nel senso dell'accorpamento in grandi gruppi e dell'integrazione produttiva, economica e finanziaria. Rinnovando la rappresentanza agricola a partire dalla centralità dell'impresa e dalla rigenerazione dell'agricoltura noi abbiamo fatto una scelta molto precisa. Abbiamo scelto lo sviluppo contro la sussistenza, il mercato contro l'emarginazione assistita. Scegliendo poi il Tavolo agroalimentare (e non quello meramente agricolo) come sede di riferimento istituzionale della concertazione, noi abbiamo definito un obiettivo altrettanto chiaro: quello della costruzione di un dialogo strategico di filiera. E' sui contenuti di questo dialogo che noi dobbiamo discutere, non sull'opportunità o meno di farlo. L'anno scorso abbiamo avviato proprio qui a Cernobbio un dibattito sui contenuti di questo dialogo che però era fortemente condizionato nei suoi sviluppi dalle scelte che si sarebbero fatte in Europa nell'ambito del negoziato sulla verifica di medio termine della politica agricola comune. Noi avevamo sostenuto e puntato sulla riforma di quella politica proprio come precondizione necessaria per avvicinare in modo decisivo l'agricoltura al mercato. Perché, pur se parziali, gli orientamenti della riforma Fischler legano sempre più la produzione agricola ad una qualità spendibile sul mercato e ad una multifunzionalità valutabile in termini economici. Noi vogliamo di più: vogliamo che quella qualità sia spendibile in quanto certificata e quella funzionalità sia reddito in quanto risultato economico di una prestazione socialmente ed economicamente utile all'economia del territorio. Sappiamo con Fischler - e ne abbiamo avuto conferma oggi - che la riforma è impostata ma va attuata ed implementata con determinazione e rigore. Ce l'ha ricordato il Commissario europeo in piena sintonia con le indicazioni che ci sono venute ieri dal saluto del Presidente Prodi: indicazioni preziose per l'autorevolezza della carica istituzionale da cui provengono e per il livello di visione strategica con cui il Presidente della Commissione europea ha seguito anche in questa fase i temi della politica agricola europea e dello sviluppo della filiera agroalimentare. Le parole di Prodi ci rafforzano sulla convinzione che l'economia agricola italiana, per le sue caratteristiche, è la più interessata, nell'immediato ma soprattutto in prospettiva, ad una politica agricola che vada in direzione della qualità della produzione e dello sviluppo rurale. Anche il dibattito di ieri e quello di oggi lo hanno confermato inequivocabilmente. Chi frena sull'attuazione della riforma Fischler probabilmente difende interessi molto particolari che, per quanto legittimi, in nulla e per nulla sono gli interessi generali dell'impresa agricola italiana e del settore nel suo insieme. E' decisivo il posizionamento di oggi perché la riforma Fischler offre all'agricoltura italiana potenzialità di sviluppo - proprio in termini di modello - che la destinano ad una posizione di leadership. E questa agricoltura, solo questa agricoltura è in grado di dialogare in modo credibile con le altre componenti di filiera. Sia chiaro che noi qui stiamo e da qui non ci muoviamo. E' su questo terreno che però chiediamo all'industria, al sistema cooperativo e alla grande distribuzione di muoversi con decisione e con coraggio. Primo, dando con noi forza e respiro progettuale al tavolo di concertazione; secondo, affrontando insieme la sfida della qualità e della valorizzazione delle risorse globali del territorio nella costruzione della catena del valore della filiera agroalimentare. Certo, non vogliamo far finta che non vi siano punti di vista diversi, specialmente con l'industria, su alcune questioni come l'indicazione dell'origine territoriale del prodotto agricolo in etichetta e la questione dell'Ogm-free. Su quest'ultimo punto occorre prudenza da parte di tutti e la consapevolezza che comunque le scelte si faranno a livello sopranazionale. Una cosa è certa: per ora parla il mercato e le risposte sono inequivocabili. L'industria e la grande distribuzione valuteranno se e quanto converrà loro di non tener conto di questo orientamento netto del consumatore. Valuteranno anche se e quanto l'omologazione produttiva converrà al "made in Italy alimentare". Noi non ne facciamo una battaglia di religione: ne facciamo una questione di sicurezza, di ecosostenibilità e in ultima analisi di interesse economico delle nostre imprese. Non può essere questo il punto che ci può dividere. Come non ci deve dividere la diversa sensibilità che abbiamo sulla questione, che noi abbiamo messo sul tavolo, dell'indicazione dell'origine territoriale dei prodotti agricoli. L'ultima cosa che ci sogniamo di fare è quella di danneggiare l'industria alimentare italiana quando essa - per ragioni economicamente valide - fa ricorso a prodotti agricoli di importazione. E d'altra parte nessuno nega che nell'industria della trasformazione vi è competenza e know-how che, a pieno titolo, rientrano nella cultura del made in Italy. Quel che noi vogliamo è che si valorizzi al massimo la produzione italiana, anche e soprattutto stimolandone la crescita in termini di qualità. Noi possiamo restituire in termini di qualità dei prodotti di base ciò che l'industria e la distribuzione ci possono dare in termini di certezze di acquisto e di opportunità di mercato. Insieme possiamo fare del "made in Italy alimentare" un gioiello produttivo con cui ben pochi possono competere sul mercato europeo ed internazionale. Dunque cogliamo le opportunità, valorizziamo le convergenze e non drammatizziamo le differenze. Cominciamo a ragionare insieme sulle filiere in cui il made in Italy è particolarmente forte e in cui l'indicazione dell'origine territoriale è una risorsa straordinaria per il prodotto finale. Facciamo qui un grande sforzo congiunto e sperimentiamo le potenzialità di questa alleanza. Registro con soddisfazione le aperture e la disponibilità ad una concreta collaborazione da parte del presidente di Federalimentare Rossi di Montelera. Mettiamoci intorno ad un tavolo anche con la cooperazione e con la grande distribuzione e ragioniamo sui segmenti produttivi e sulle filiere già predisposti a valorizzare in tutta la sua interezza il prodotto made in Italy. Isoliamo le aree critiche e su di esse troviamo le forme di collaborazione possibili fin d'ora. Con la gradualità e il realismo necessario ci possono portare a soluzione più redditizie per tutti. Ecco in che cosa consiste quello che noi chiamiamo il "patto di filiera", un patto fondato sulla valorizzazione del prodotto alimentare italiano, richiesto dal mercato e letteralmente invocato dal consumatore. Io sono convinto che se ci avviamo su questo percorso noi troveremo le necessarie rispondenze istituzionali. In questo anno che è trascorso dall'ultimo Forum di Cernobbio su questo terreno si sono fatti passi decisivi in avanti. Mi sento di dare atto al Ministro Alemanno di aver fatto un importante lavoro per il consolidamento e il rafforzamento del tavolo agroalimentare come sede strategica di concertazione. E proprio le certezze acquisite in sede di concertazione hanno messo in condizione il Ministro, anche in qualità di Presidente di turno dei Ministri dell'agricoltura, di sostenere con autorevolezza e decisione la riforma della Politica agricola europea. E' in questo quadro di riferimento, che è anche un quadro di certezze valido per almeno un decennio (e non è davvero poco per un'impresa) che noi collochiamo le grandi potenzialità del "patto di filiera" costruito intorno al valore del made in Italy. E in questa prospettiva speriamo di ragionare il prossimo anno sui passi in avanti concreti che avremo fatto. Chiudo i lavori del terzo Forum ringraziando voi tutti, e con voi i relatori, i moderatori e gli ospiti che si sono intervenuti in questi due giorni.

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