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27/12/2003 Cronaca
DA FIRENZE ARRIVA UN RINVIO A GIUDIZIO PER IL PROCURATORE DI PARMA
Parmalat, deficit senza fine
Danone e Granarolo sono pronte a trattare
MILANO.
Enrico Bondi, commissario straordinario della Parmalat, ieri era al lavoro nei suoi uffici: entro fine gennaio deve presentare un piano che permetta il salvataggio dell’azienda. Ma è un compito tutt’altro che facile.
Non bastasse quanto emerge dalle carte trovate dagli inquirenti (che allargano sempre più il «buco» nei conti) altre vicende vengono a complicare il fine anno di Parmalat. La procura di Firenze ha chiesto il rinvio a giudizio con l'accusa di corruzione, per una vicenda risalente alla fine degli anni Novanta, per il procuratore capo di Parma Giovanni Panebianco: una storia che lo vede coinvolto assieme a Luciano Silingardi, ex presidente di Cariparma ed ex consigliere di amministratore della Parmalat (in questa veste indagato e interrogato la vigilia di Natale).
«Una vicenda vecchia che non c’entra nulla con Parmalat», chiarisce Francesco Fleuy, procuratore di
Firenze.
Già fin d’ora appare evidente che Parmalat non ce la può fare con le sue sole risorse: per questo si sta valutando il possibile ingresso di nuovi soci.
Due sono i gruppi industriali che si dicono interessati: la Danone, in particolare per il comparto prodotti caseari e yogurt, e la Granarolo. Cioè il braccio commerciale del consorzio cooperativo Granlatte, attento anche alla salvaguardia dell’occupazione nella zona.
Affinchè nuovi soci possano entrare bisognerà però azzerare quote societarie esistenti e negli ambienti finanziari queste quote sono già state individuate: sono quelle ancora in possesso da Calisto Tanzi.
Destinatario di un mandato di comparizione da parte della procura di Parma, indicato dagli altri indagati come il principale artefice della truffa sui conti, Tanzi non si è ancora presentato ai magistrati. Da lui tutti - i magistrati, i nuovi amministratori - vorrebbero sapere sopratutto una cosa: quanto è profondo il «buco» nei conti.
Perchè non ci sono solo i sette miliardi di euro acclarati dal finto estratto conto della Bank of America e dal finto riacquisto del bond. I falsi sono tantissimi: false fatture, false vendite, false operazioni infragruppo.
Mettendo insieme un po’ di carte false e le tesimonianze raccolgono gli inquirenti quantificano il buco già a nove miliardi, ma spunta anche la cifra iperbolica di tredici miliardi di euro (ventiseimila miliardi di lire).
Sezione Economia
LA GRANAROLO: PER UN NOSTRO INGRESSO L’ANTITRUST DEVE CAMBIARE I TETTI
Danone smentisce ogni interesse all’acquisto
«Da parte della Granarolo ci potrebbe essere un interesse a valutare l'asset del latte fresco Parmalat, ma solo se cambiassero i tetti posti dall' Antitrust»: così Luciano Sita, presidente della Granarolo, ha risposto alle domande sulla possibilità di un intervento della sua azienda nella crisi del Gruppo parmigiano.
L' impresa bolognese è infatti già al limite visto che per il fresco detiene una quota del 30 per cento. Questo anche perchè opera sul mercato nazionale con un unico marchio, a differenza della Parmalat, che ha una percentuale di mercato superiore, ma con denominazioni diverse.
Il gruppo francese Danone ha invece smentito le voci che sono circolate a proposito di un suo interesse alle attività della Parmalat. In particolare le informazioni che correvano negli ambienti finanziari parlavano dei settori del formaggio e dello yogurt. Ma, come ha precisato un portavoce di Danone «si tratta di notizie prive di qualsiasi fondamento».
Intanto proseguono fitti e continui colloqui tra il ministro delle attività produttive, Antonio Marzano ed Enrico Bondi per accelerare i tempi di una soluzione della crisi Parmalat che sia in grado di preservare l'integrità industriale del gruppo in Italia e con essa l'occupazione e l'indotto. Anche ieri mattina c’è stato un colloquio tra il ministro e il commissario prima dell’incontro, svoltosi a Parma, di Bondi con Vittorio Zanichelli, il giudice delegato ai fallimenti.
Nel corso dell'incontro il commissario della Parmalat ha presentato una relazione sullo stato patrimoniale del gruppo, che ha portato il collegio del Tribunale a dichiararene lo stato di fallimento.
Dichiarazione che apre le porte alla prededucibilità dei debiti a favore dei crediti a vantaggio dei produttori di latte.
Come dire che procede, con insistenza, l'attività di monitoraggio del ministro all'insegna di quella che per Marzano è ormai diventata una parola d'ordine: fare presto per salvaguardare l'integrità e l'unicità di un'industria essenziale per il Paese e l'occupazione.
28 dicembre 2003
OGGI A VILLANOVA SOLARO ASSEMBLEA DEI CREDITORI CUNEESI
Riforniscono «Parmalat» ma non vengono pagati
VILLANOVA SOLARO
Le disastrose vicende della Parmalat hanno reso amaro il Natale dei conferenti il latte all’industria parmense che da quasi tre mesi attendono di essere pagati mentre l’accordo era il saldo a 60 giorni.
Il credito dei produttori ha già superato, a fine novembre, i 3 milioni di euro e salirà di un altro milione a fine mese. Invitati da Cosplat e dal suo presidente Antonino Bedino i creditori di Parmalat si incontrano questa mattina alle 10 nel salone municipale per fare il punto della preoccupante situazione economica.
Per ora rimane valido l’impegno di continuare a consegnare il latte al «Centro latte Centallo s.r.l.» solo fino al 31 dicembre se non arriveranno solide garanzie di ricevere tutto o almeno gran parte del credito. La Parmalat ritira giornalmente nella pianura saviglianese che si estende fino a Carmagnola 1300 quintali di latte che rappresentano il 12 per cento dell’intera produzione.
Del grosso quantitativo, circa 950 quintali, viene fornito dai soci della Cosplat, gli stessi che si riuniscono questa mattina nel municipio di Villanova Solaro. Si devono valutare gli impegni governativi a privilegiare i fornitori del latte all’industria.
«I produttori del Nord Italia che forniscono la materia prima si rendono conto che interrompendo le consegne condannerebbero la Parmalat al fallimento, un evento dannoso per tutti.
Ma la pazienza e la buona volontà degli allevatori va incoraggiata con immediati provvedimenti concreti», sostengono i sindacati.
g. d. m.
24 dicembre 2003
DE GUSTIBUS DISPUTANDUM EST
IL 2003 si è rivelato nefasto per l'industria agroalimentare italiana. Dopo Cirio anche Parmalat ha fatto il botto.
Crisi mostruose, buchi da miliardi di euro che continuano a lievitare più si scava in profondità.
Se è vero che questi crack sembrano avere un'origine di natura puramente finanziaria - con alle spalle operazioni che a sentirle raccontare si stenta a credere per quanto siano maldestramente truffaldine - a me vengono in mente un paio di riflessioni d'altro tipo, che poco hanno a che fare con le storie di banche e azioni che stanno riempiendo le pagine dei giornali.
Non siamo di fronte a una crisi di un settore dedicato alla produzione di beni durevoli: siamo di fronte a imperi industriali che producono cibo e che sono ancora intimamente connessi con il mondo agricolo.
Per esempio, abbiamo migliaia di allevatori che non si sono visti pagare il latte consegnato all'azienda dei Tanzi, che rischiano anche loro di sprofondare insieme al colosso.
Non soltanto in Italia: c'è gente che comincia a barcamenarsi tra rabbia e disperazione dall'est europeo al Nicaragua, dal Sud America alla Cina. Questi sono delusi e hanno paura esattamente come i piccoli risparmiatori che hanno investito in borsa.
Esattamente come i 36.000 dipendenti del gruppo lattiero. T
utta questa gente è rimasta vittima di un sistema che non funziona, che impone un serio ripensamento.
Anche se si tratta di soldi creati da nulla e di movimenti strani di capitali, è necessario far notare che questi buchi dimostrano la totale insostenibilità della via produttiva alimentare su larghissima scala. Non soltanto - come mi è più volte capitato di sottolineare - a livello ambientale, qualitativo e sociale: ora scopriamo anche un'insostenibilità economica.
C'è sempre stata la tendenza a contrapporre, in maniera esagerata, i mondi dell'industria agroalimentare e quello della produzione artigianale o su piccola scala del cibo: una sorta di separazione ideologica tra chi difende come il sottoscritto quella che chiamano - stramaledettamente - "nicchia del cibo buono ma caro, non per tutti" e chi invece "produce per tutti alimenti di qualità sufficiente, a prezzi accessibili".
Non è vero: se parliamo di equilibri ambientali, di rispetto per i lavoratori in tutto il mondo, per le economie fragili di altri paesi, di qualità del cibo e del lavoro agricolo, non mi sento di escludere che una buona industria alimentare possa essere in linea con queste esigenze.
Non escludo che una produzione su più grande scala possa essere compatibile. Ma evidentemente, da qualche parte, ci deve essere un limite.
La Parmalat si vendeva come uno dei marchi forti del made in Italy nel mondo, ma ci ha regalato quella meravigliosa scoperta che è il latte sempre fresco; in virtù della sua tendenza ad assorbire piccoli produttori in Brasile si è guadagnata il nomignolo di azienda "exterminadora"; raccogliendo e facendo deambulare gran parte del latte italiano non ha certo fatto nulla per non incrementare in maniera folle la produttività di vacche che ormai sono soltanto delle macchine sempre più tristi.
Alcuni sostengono che il crac sia partito proprio dal Brasile, dove l'errore strategico sembra sia stato quello di "imporre il latte a lunga conservazione in un Paese abituato al latte fresco".
C'era qualcosa di insano in tutto questo, ma ci hanno sempre raccontato che la Parmalat funzionava benissimo, che era uno dei fiori all'occhiello dell'imprenditoria italiana. Ora si scopre che non era così: nemmeno in grado di mantenere una sua stabilità economica.
Provate a pensare quanti singoli contadini ci sarebbero voluti per creare un buco di denaro grande come quello attribuito al gruppo di Parma. Il 2003 ci ha portato queste crisi finanziarie, dolorose e tristi per tanti motivi: corriamo pure ai ripari, ma come buona intenzione per l'anno che verrà per favore qualcuno cominci a pensare che il sistema agroalimentare così com'è non regge.
Qualcuno nel Palazzo faccia la riflessione che quelle azioni e quei capitali inesistenti sono anche l'evidenza di un'agricoltura che boccheggia e che ha bisogno d'interventi strutturali diversi, innovativi e non necessariamente con una logica da semplice "attività produttiva".
Come un compitino istituzionale da svolgere con la mano sinistra.
Carlo Petrini
28 dicembre 2003
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