DAIRY NEWS SELECTION


ANTEPRIMA INFORMATORE ZOOTECNICO N.09 - 2001

Nuova etichetta in arrivo anche per i mangimi
Un campione contro le farine di carne
Rivoluzione in vista per il mondo del latte
State attenti al virus

 


Nuova etichetta in arrivo anche per i mangimi

Bruxelles sta mettendo a punto una direttiva destinata a modificare il cartellino che accompagna i prodotti, prevedendo un dettaglio di tutte le materie prime presenti nella formulazione

di Maria Rosito

La direttiva sulla commercializzazione degli alimenti composti per animali appare come il nuovo rompicapo tra Parlamento, Consiglio e Commissione europea. Nell'ultima sessione plenaria dell'assemblea di Strasburgo gli eurodeputati hanno votato per mantenere l'etichettatura completa ed obbligatoria per gli ingredienti alimentari destinati agli animali. È stata così approvata la relazione del verde Friedrich-Wilhelm Graefe zu Baringdorf, parlamentare tedesco in prima fila nelle battaglie per la lotta alla Bse.
Nel suo rapporto il relatore, che è anche il presidente della Commissione Agricoltura del Parlamento europeo, sostiene la necessità di mantenere la proposta originaria della Commissione, rigettando così la posizione assunta dal Consiglio, ritenuta troppo morbida e favorevole ai produttori di alimenti per animali. Deve essere pertanto mantenuto l'obbligo di una "dichiarazione aperta" e completa sugli ingredienti impiegati nella produzione di alimenti per animali e una "lista positiva" degli ingredienti autorizzati. Gli europarlamentari hanno pertanto invitato l'Esecutivo a presentare una proposta entro il 31 dicembre 2001.
La dichiarazione 
aperta
Lo scontro gira infatti intorno a questa dichiarazione, ed alla sua interpretazione: "aperta" o "semi-aperta". Nel progetto presentato dalla Commissione (la proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio, Com (1999) 744 definitivo) veniva proposta una dichiarazione obbligatoria di tutte le materie prime contenute nei mangimi composti destinati agli animali da produzione con l'indicazione delle rispettive quantità. Ed è proprio in questa versione che il Parlamento, nell'ottobre dell'anno scorso, l'aveva accolta favorevolmente in prima lettura. Successivamente nel gennaio di quest'anno il Parlamento ha ricevuto la posizione comune del Consiglio, nella quale si richiedeva una dichiarazione obbligatoria in quanto vincolava all'indicazione delle materie prime contenute negli alimenti composti soltanto "per fascia espressa in percentuale di peso". Sarebbe questa per l'appunto la dichiarazione "semi-aperta". Sull'etichetta dovrebbero comparire in questo caso soltanto, evidenzia Graefe zu Baringdorf, forchette di valori quantitativi dei diversi ingredienti senza specificarne le percentuali esatte.
Una versione dunque, che a detta della Commissione Agricoltura prima e dell'assemblea plenaria dopo, non tutela a sufficienza gli interessi dei consumatori finali e non indica in modo chiaro e inequivocabile gli ingredienti del prodotto.
La dichiarazione delle materie prime rappresenta inoltre un importante elemento di informazione per gli stessi allevatori. Il produttore di mangimi o il responsabile dell'etichettatura deve essere tenuto a fornire l'elenco dettagliato di tutte le materie prime e non soltanto su "richiesta dell'allevatore" o " di propria iniziativa". È questo quanto viene inoltre richiesto negli emendamenti del Parlamento.
Trattativa
infuocata
Il combattivo eurodeputato tedesco critica aspramente l'atteggiamento della Commissione che ha finito per fare marcia indietro rispetto alla sua proposta originaria, sostenendo la posizione del Consiglio. Ora il Parlamento intende ripristinare la versione originaria dell'Esecutivo con gli emendamenti proposti in prima lettura, aprendo un negoziato con il Consiglio. Baringdorf promette dunque battaglia, sostenendo già da adesso che il Parlamento è disposto a far cadere il provvedimento piuttosto che approvarlo.
Per tutta risposta il commissario per la salute dei consumatori, David Byrne, ha definito eccellente la normativa in questione, in quanto migliora sensibilmente la regolamentazione sull'etichettatura, stabilendo cinque fasce percentuali entro le quali devono essere indicati i diversi componenti dei mangimi. Byrne inoltre è del parere che la sicurezza alimentare sia pienamente garantita attraverso l'indicazione della presenza dei vari ingredienti sulle etichette dei mangimi. 
proteine 
vegetali
Ulteriori precisazioni d'ordine quantitativo, precisa ancora Byrne, comporterebbero una lunga conciliazione. Il commissario ha promesso comunque di avviare uno studio di fattibilità sui criteri che devono sovrintendere la classificazione degli ingredienti impiegati nei mangimi.
In programma all'ultima sessione plenaria, insieme all'acceso dibattito intorno alla relazione Beringdorf, anche una dichiarazione dell'Esecutivo sulle misure da adottare per incoraggiare la produzione di proteine vegetali. La Commissione ha presentato recentemente un rapporto su questo argomento evidenziando le nuove esigenze del mercato comunitario.
Per il commissario Franz Fischler è difficile fare una previsione esatta degli alimenti composti necessari per l'alimentazione animale. La Commissione sta formulando varie ipotesi a questo riguardo ed è probabile che non siano necessarie misure supplementari per i prodotti ricchi di proteine. Lo stesso Fischler ha rassicurato che non esiste alcun problema per l'approvvigionamento della soia sul mercato mondiale. Per sopperire alle nuove esigenze sarà necessario importare un milione e mezzo di tonnellate di soia.


TOP

Un campione contro le farine di carne

di Angelo Gamberini

Bistecche e allevatori non occupano più le prime pagine dei giornali. Meglio così. E infatti i consumi, pur se lentamente, sono in ripresa.
Il mercato va così recuperando normalità, ma nelle stalle continua l'emergenza. Un'emergenza fatta di controlli a tappeto, di preoccupazioni quotidiane per le mille insidie che ancora gravano sugli allevamenti.
Colpa anche dell'inasprirsi della "caccia" alle farine di carne, accusate di essere le responsabili della trasmissione del prione (anche se molte risultanze scientifiche paiono contraddirlo). Il problema non riguarda solo i mangimisti, ma coinvolge direttamente gli allevatori, spesso ignari dei rischi ai quali sono esposti.
Nelle regioni più vocate alla zootecnia, il ministero dell'agricoltura ha potenziato il proprio servizio di repressione frodi e numerosi ispettori stanno battendo le campagne alla ricerca delle farine di carne. Nel loro mirino non ci sono solo i mangimifici, ma anche gli allevamenti dove gli ispettori entrano per raccogliere campioni di alimenti direttamente alla mangiatoia degli animali. Se tutto è in regola nessun problema, ma se qualcosa va storto fioccano guai e molto seri.
Una recente legge (la 49 del 9 marzo 2001) prevede pene particolarmente severe per mangimisti e allevatori che possono trovarsi a pagare multe esorbitanti (si arriva anche a 150 milioni di lire) se nelle mangiatoie degli animali arriva un mangime o una materia prima con residui di origine animale. A nulla servirà addossare le colpe al fornitore. In assenza di un campione per il controllo, a pagarne le conseguenze sarà sempre e solo il titolare dell'allevamento.
Non bastavano le mille carte da compilare, i certificati da conservare, i documenti da esibire a Carabinieri, Nas, Finanza, funzionari delle Asl e a tutta una frotta di "ispettori" vari. Ora bisogna anche cautelarsi imparando a fare campionamenti e controlli su ciò che entra in azienda e che viene destinato all'alimentazione degli animali. E il problema non riguarda solo le farine di carne, ma anche tutte le altre sostanze che nei mangimi non devono esserci. Logica vorrebbe che la garanzia dovrebbero darla i mangimisti, come peraltro avviene quando ci si rivolge al proprio fornitore di fiducia. Nemmeno il più bravo e coscienzioso fra i mangimisti può però controllare il proprio mangime dopo che questo è giunto negli allevamenti di destinazione e quindi assumersi responsabilità per "conto terzi".
Agli allevatori non resta che armarsi di pazienza e prendere le necessarie precauzioni. Se il mangime acquistato è in sacchi, il problema è facilmente risolto. È sufficiente conservare un sacco integro sino alla consegna della partita successiva. Sarà questo il campione di controllo al quale riferirsi in caso di contestazioni.
Se il mangime è sfuso (come avviene più frequentemente) le cose si complicano.
È necessario prelevare dal mezzo di trasporto, che dovrà giungere in azienda con il carico sigillato, quattro campioni di mangime. Questi andranno posti in contenitori con un sigillo inamovibile (ad esempio il classico piombino), che rechi la firma sia di chi ha consegnato la merce sia dell'allevatore. Il tutto accompagnato da un cartellino che indichi il tipo di mangime e le date di consegna. Due campioni torneranno all'azienda mangimistica e due saranno conservati dall'allevatore. Alla visita degli ispettori l'allevatore dovrà consegnare questi campioni e pretendere che venga messa a verbale la loro presenza. Solo in questo modo si potrà mettere al riparo da ogni contestazione. Se qualcosa non va, farà fede l'analisi del campione e chi ha sbagliato se ne assumerà le conseguenze.
I mangimisti, per parte loro, non sono messi meglio. Se un passerotto termina i suoi giorni nella farina di soia un attimo prima che questa venga stoccata, sono guai per tutti. A nulla vale recriminare che né animali né uomo, corrono rischi. La legge prevede "tolleranza zero" e finché le regole del gioco non cambiano, anche un ossicino di passerotto può costare caro. Non resta che chiedere ai mangimifici un ulteriore sforzo (ma già lo fanno) per controllare al microscopio ogni materia prima che entra nelle linee di produzione ed accertarsi che sia "esente" da residui di carne.
E per dormire sonni tranquilli gli allevatori non hanno altra via che pretendere, già quando il mangime viene ordinato, il campionamento della merce all'arrivo. Senza accettare compromessi, come il campionamento già fatto alla partenza o qualunque altra garanzia. In caso di contestazioni queste non avrebbero alcun valore. Come dice l'adagio, fidarsi è bene, ma...


TOP

Rivoluzione in vista per il mondo del latte

La legge di orientamento per l'agricoltura prevede una profonda trasformazione delle associazioni dei produttori, con forti ripercussioni sul piano commerciale e organizzativo

di Stefano Boccoli

L'associazionismo nel settore lattiero-caseario è in fermento. La causa? La legge di Orientamento in agricoltura che sta per essere emessa dal Governo attraverso lo strumento del decreto legislativo. Per ora, di questo decreto, circolano solo bozze. Ma sono state sufficienti per mettere in allarme il sistema della associazioni dei produttori di latte. La ragione è semplice, nelle bozze vi è una serie di articoli che ridisegnano radicalmente le associazioni di prodotto (che con la nuova normativa si chiameranno Organizzazioni di prodotto) e quelle che, entro due anni dalla emanazione della legge, non soddisferanno i requisiti previsti, perderanno il riconoscimento. Tutte le associazioni di prodotto dovranno adeguarsi alle nuove norme, in tutti i settori produttivi. Ma, almeno nel comparto lattiero, le novità sono pesanti e rischiano di distruggere il lavoro sin qui compiuto. A cominciare dall'obbligo da parte delle future OP di commercializzare tutto il latte dei propri soci. Fatta salva la possibilità concessa al produttore di vendere direttamente il 25% del proprio prodotto. Ed ecco subito un esempio della inadeguatezza di queste norme al settore lattiero: con l'esclusione forse di qualche piccola e marginale realtà, in nessun caso reale capita infatti che un allevatore venda direttamente un quarto della propria produzione di latte. Una deroga siffatta dunque - che dovrebbe rendere più elastico l'obbligo di conferimento totale del prodotto alle nuove OP - nel settore lattiero non raggiungerà affatto lo scopo. Ma è sul concetto stesso di "commercializzazione" che è puntata l'attenzione del mondo produttivo. Se infatti come appare da una prima lettura, dovrà essere la OP ad acquistare dal socio il latte e poi rivenderlo all'industria, ne scaturiranno una serie di implicazioni di portata notevole. Innanzitutto per quanto riguarda il regime delle quote latte. Non bisogna dimenticare infatti che secondo la normativa in materia, il cosiddetto "primo acquirente" funge anche da sostituto di imposta: nel caso che un suo conferente superi il quantitativo individuale di riferimento, è obbligato a trattenere il superprelievo dalla liquidazione mensile. Evidentemente un OP che, come previsto dalla nuova normativa, acquista il latte dei propri soci diventa anche sostituto d'imposta, con tutte le complicazioni burocratiche ed i costi connessi a questo impegno. Costi che peraltro si aggiungeranno agli oneri di gestione amministrativa di quella che, a quel punto, da una snella associazione di produttori diverrà una vera e propria impresa commerciale. E tutti questi costi, ovviamente, andranno a ricadere sui soci.
Tutto ciò fa nascere alcuni interrogativi. A chi giova questa "rivoluzione"? Non si rischia con questo cambiamento di inserire ulteriori fattori di rigidità e complicazioni amministrativo-burocratiche in un settore - quello lattiero-caseario - che già ne soffre pesantemente? Davvero si ritiene che acquistare tutto il latte dei propri soci favorisca l'Apl nella successiva trattativa con l'industria? Proprio quest'anno, in assenza di un accordo interprofessionale nazionale sul prezzo del latte, vi sono state Associazioni produttori latte che si sono mosse e - contando semplicemente sulla delega a trattare il prodotto del socio - hanno concluso buoni contratti per conto degli allevatori.


TOP

State attenti al virus

CONTROCANTO

Dopo aver munto Irina (che è sempre l'ultima del gruppo) mi sono concessa un po' di riposo ascoltando i notiziari televisivi della sera. Il mezzobusto che mi sorride dentro lo schermo afferma che l'epidemia di afta che sta decimando gli allevamenti inglesi e che toglie il sonno agli allevatori di mezza Europa (anche a me!) sarebbe dovuta ad un sabotaggio degli ecoterroristi. La notizia viene dal Sunday Express, un settimanale inglese.
Questi inglesi, mi sono detta, sono i soliti snob che giocano a fare gli originali. Guidano a sinistra, usano un sistema complicatissimo per misurare strade e pesi, non vogliono l'euro (ma forse fanno bene...) e adesso per coprire le loro malefatte sanitarie si inventano gli ecoterroristi. Da non crederci.
Il giorno dopo, terminata la mungitura del mattino (dovrò decidermi a comprarmi il robot, non ne posso più di mungere...), la radio torna sull'argomento. Ancora? mi dico. Stai a vedere che c'è qualcosa di vero. Cerco di documentarmi navigando su internet (chi non ha un collegamento a internet alzi la mano e la metta nel portafoglio per comprarsi un computer) e scopro che dal laboratorio inglese di ricerche militari di Porton Down è sparita tempo fa una provetta contenente il virus dell'afta.
Lascio a chi se ne intende la risposta sul cosa ci faccia il virus dell'afta in un laboratorio militare. Io al massimo posso interessarmi degli stafilococchi della mastite che non riesco a togliere dall'allevamento. Volevano fare guerra batteriologica con il virus dell'afta epizootica? Le vacche inglesi saranno pazze, ma anche i militari non scherzano! Ma torniamo ai nostri ecoterroristi. Hanno sparso il virus, a quanto pare, per sterminare gli allevamenti intensivi. Bravi! Peccato che così facendo a correre rischi sono tutti gli allevamenti e in particolare quelli al pascolo, tanto cari ad ambientalisti e dintorni.
Mi è tornata alla mente quella vicenda dei visoni. Presi dal furore dell'ideologia animalista, un manipolo di irreducibili liberò dalle gabbie centinaia di visoni. Risultato. Tutti morti per stenti. In quel caso finì sul lastrico un allevatore senza colpe. Questa volta migliaia di allevatori, altrettanto senza colpe.
Non c'è che un rimedio. Mandare a scuola di agraria e di veterinaria ambientalisti, animalisti e ogni altro seguace di ideologie agro-ambiental-zoofile. Che almeno sappiano quel che fanno, specie quando maneggiano virus.
Adrena Lina

Sul sito www.edagricole.it potrete trovare il sommario del fascicolo numero 09/2001 e richiedere copie della Rivista

16 aprile 2001


torna a
DAIRY NEWS SELECTION