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Una colletta per la ricerca contro
vacca pazza
di Angelo Gamberini
Si sono visti a Udine come a Palermo, e poi a Trento, a Bari e a Roma. E l’elenco potrebbe continuare ricordando i seimila di
Torino oppure i mille di Cagliari. Sono gli allevatori che hanno affollato le piazze per manifestare la disperazione di chi sta
perdendo tutto e l’orgoglio di chi è vittima innocente di una situazione fuori controllo.
Per giorni e giorni, infatti, il mondo degli allevamenti è rimasto in balia di una sfrenata e insensata corsa alla psicosi collettiva,
guidata da un’isteria mediatica senza precedenti.
Più che vacca pazza ci è parso di assistere a un’incontenibile epidemia che ha colpito giornali e
televisioni. E a ben guardarci non è nemmeno colpa dei giornalisti. Troppe le risposte vaghe, i
tentennamenti, i dietrofront di ministri e scienziati chiamati di volta in volta a dire la propria. E come se la confusione non
bastasse ecco arrivare da Bruxelles lo stop alla fiorentina. Che oggi si può mangiare, ma dal 31 marzo farà male alla salute e
quindi sarà vietata. Più che le vacche sembrano impazziti gli
eurocrati, ma questo è un altro discorso.
Poi, finalmente, arriva il messaggio chiarificatore del ministro alla Sanità, Umberto Veronesi. L’encefalopatia spongiforme è
un problema che riguarda soprattutto la salute degli animali piuttosto che quella degli uomini. Tant’è – aggiunge il
ministro- scienziato – che le probabilità che un uomo si ammali di Bse
sono pari a quelle di ammalarsi di cancro per un uomo che nella sua vita abbia fumato una sola sigaretta.
A dire il vero anche in precedenza c’era stato qualche tentativo, più timido, di gettare acqua sul fuoco, ma era servito a poco.
Oggi il tono si è alzato ed il merito non è delle proteste di piazza, del dramma economico che la psicosi vacca pazza porta
con sé. Il merito è della «rivolta» degli scienziati, che sono stanchi di essere ingabbiati dall’oscurantismo scientifico di certi
movimenti ambientalisti e animalisti. La scienza e i ricercatori hanno rialzato la testa (era ora...), ma resta comunque un
problema di fondo, almeno per quanto riguarda vacca pazza ed il suo contorno di prioni e di test. Su questa patologia, infatti, si sa
ancora poco, troppi sono i dubbi su come si trasmette da un animale all’altro, troppi i sospetti e le supposizioni che aspettano
una conferma dal mondo della ricerca. Restare in questa incertezza è quanto mai pericoloso. Ogni dubbio, ogni sospetto
può essere ingigantito a dismisura, e se il problema Bse rimane senza risposte corriamo il rischio di non uscire mai
dall’emergenza. Sarà di nuovo catastrofismo, ad ogni nuovo caso.
Rischiamo così di rimanere prigionieri della Bse per chissà quanto tempo. Gli allevatori devono allora allearsi con il mondo
della ricerca e sostenerla pretendendo che sia data risposta ai tanti enigmi che ancora accompagnano la Bse. Ma il mondo
della ricerca è sempre più abbandonato a sé stesso, privato degli indispensabili finanziamenti che si assottigliano anno dopo
anno. Si potrebbe allora creare un fondo dal quale attingere le risorse economiche necessarie per approfondire gli studi sulla
Bse.
L’idea è affascinante. C’è solo da decidere con quali denari debba essere alimentato questo fondo. Potrebbe essere lo Stato,
ma già abbiamo visto quanto sia avaro con la ricerca. E poi non c’è tempo da perdere. Si potrebbe tentare una «colletta» fra gli
allevatori, ma sarebbe come prelevare sangue da un moribondo. E poi sarebbe complicato. Non sappiamo ancora quanto latte
producono le vacche italiane, figuriamoci andare di stalla in stalla a fare la questua.
La soluzione, ed è a portata di mano, la possono dare le industrie, solo che lo vogliano. Prendiamo il settore
lattiero-caseario e immaginiamo che per ogni litro di latte le industrie
possano versare anche solo una lira. Il nostro ipotetico fondo per la ricerca anti-Bse disporrebbe, solo con il latte italiano, di ben
10,5 miliardi di lire. Ai quali si potrebbero aggiungere altri sette miliardi se i «signori della carne» fossero disponibili a versare
appena mille lire per ogni bovino macellato. Ma non possiamo dimenticarci dei mangimisti. Con la «miseria» di 100 lire per
ogni quintale di mangime che esce dalle loro fabbriche potrebbero contribuire per ben 11 miliardi. Senza scomodare
altri, il nostro ipotetico fondo potrebbe così ricevere oltre 28 miliardi all’anno. E non ci sembrano pochi per studiare solo la
Bse.
Non resta che bussare alla porta di Assolatte, Assalzoo, Assica e
Assocarni, le «potenti» associazioni che riuniscono industrie casearie, mangimistiche e di macellazione. Apriranno la porta
(pardon, il portafoglio)?
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CONTROCANTO
- Un dubbio di fantapolitica
Anch’io sono andata (e come poteva essere altrimenti) di fronte
alla cascina della Malpensata per manifestare la mia solidarietà alla famiglia Greci. A loro è toccata per sfortuna la prima vacca
italiana colpita dal prione. Ma poteva toccare a me o ad uno dei tanti allevatori italiani.
Mentre ero insieme ai miei colleghi si parlava di mille cose, ma sempre legate al nostro problema, l’incubo vacca pazza con i
Carabinieri che ti sequestrano tutto. Ricordo una battuta, fra le tante. «Secondo me – diceva uno
degli allevatori arringando un gruppetto che gli stava intorno – la storia della vacca pazza se la sono inventata per distogliere
l’attenzione da quel fattaccio dell’uranio impoverito.» Questa sì che è fantasia, mi sono detta fra me e me.
Poi l’assedio alla Malpensata è stato tolto, gli animali sono ancora nella stalla della famiglia Greci e anch’io sono tornata ad
occuparmi delle mie vacche da mungere. Con le orecchie sempre tese però a cogliere ogni novità sul fronte della Bse o
delle quote latte o della Pac, o di Agenda 2000, o... di una delle diavolerie che si inventano per farmi chiudere la stalla!
È così che mi sono messa ad ascoltare tutti i dibattiti televisivi (anche se muoio dal sonno) e a leggere di tutto, dal foglio della
pubblicità ai settimanali patinati e importanti, come Panorama.
È qui che trovo pubblicato un raccontino, fantasioso e ardito, dove si accarezza l’idea che vacca pazza sia il frutto di un
complotto internazionale destinato a distogliere l’attenzione da un altro e più importante argomento. Ecco, mi dico, ci risiamo
con la storia dell’uranio impoverito. E invece no. La fantasia dell’articolista tira in ballo questa volta gli interessi delle
industrie biotech ed il grande business degli ogm. Le manipolazioni genetiche hanno attirato troppo l’attenzione
dell’opinione pubblica e c’è chi pensa di risolvere tutto trasformando una povera malattia delle vacche in una apocalisse
di dimensioni planetarie. Passato il polverone, si troverà il modo di restituire credibilità alle
biotecnologie.
Bella fantasia, mi sono detta, questo giornalista. Da mettere in coppia con quell’allevatore della Malpensata.
Ho chiuso Panorama ed ho pensato ad altro. A distanza di 15 giorni gli scienziati sono scesi in piazza per difendere la ricerca
biotecnologica. Ma stai a vedere che...
Adrena Lina
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In arrivo i soldi per la crisi da Bse
Agli allevamenti dovrebbero andare complessivamente 300
miliardi. Per il blocco delle stalle e la permanenza degli animali invenduti è prevista una spesa di 51 miliardi. Pochi secondo
alcuni
di Angelo Gamberini
Per la crisi da Bse era già stato nominato un commissario (Guido
Alborghetti) e persino una Cabina di Regia (quella decisa dalla conferenza Stato-Regioni), ma mancava la parte più
attesa e importante, quella degli aiuti agli allevatori e alle categorie coinvolte dalla psicosi vacca pazza. Per arrivare alla
meta c’è voluto un decreto legge, emanato il 7 febbraio, e ora in attesa di essere pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Con questo
atto normativo vengono messi a disposizione 300 miliardi di lire, buona parte dei quali (155) sono già stati ripartiti.
Gli aiuti In particolare il decreto prevede che 50 miliardi siano destinati
alla attuazione del Regolamento comunitario che prevede un regime di acquisto e successivo
abbattimento e distruzione dei capi bovini di età superiore ai 30 mesi. Altri 48 miliardi sono
destinati alla distruzione dei materiali a rischio specifico, fra i quali rientrerà, a partire dal 31 marzo, anche la colonna
vertebrale dei soggetti di età superiore ai 12 mesi.
Un capitolo è anche dedicato alle aziende zootecniche che hanno avuto la sfortuna di avere un caso di Bse (come è accaduto alla
Malpensata di Brescia) e che come conseguenza hanno avuto l’abbattimento di tutti i capi presenti in stalla. Per favorire il
riacquisto degli animali sarà reso disponibile un milione per
capo e per questo intervento è stata previsto lo stanziamento di un miliardo. In pratica il provvedimento non potrà coinvolgere
più di mille capi e se ne deduce che il Governo abbia ipotizzato che i casi di Bse in Italia debbano restare pochi, non più di 5 o 6.
Speriamo che le previsioni non siano troppo ottimistiche.
Cinque miliardi sono poi destinati ad indennizzare i capi morti in azienda per cause accidentali. In questo caso il contributo
previsto è pari a 240 mila lire per capo.
Agli allevamenti compromessi dalla prolungata permanenza dei capi in stalla viene previsto un intervento pari a lire 450.000 per
capo di età inferiore a 30 mesi. In questo caso la spesa prevista assomma a 51 miliardi.
L’insieme di questi interventi porta ad una spesa complessiva di 155 miliardi. Ne restano dunque a disposizione altri 145, che
saranno destinati solo in momento successivo dal commissario straordinario per l’emergenza vacca pazza, Guido Alborghetti.
Tutte le decisioni, assicurano, saranno prese d’intesa con i ministri competenti e con le Regioni.
Se e quanto questi interventi saranno sufficienti ad arginare gli effetti catastrofici della psicosi da vacca pazza è difficile dirlo.
Secondo alcune valutazioni, fra le quali quelle di Confagricoltura, gli stanziamenti previsti appaiono già
insufficienti, in particolare quelli che si riferiscono alle maggiori spese per il mantenimento in azienda dei capi invenduti.
Intanto va ricordato che sono disposte per il settore zootecnico ulteriori agevolazioni, quali la sospensione dei termini tributari e
previdenziali, nonché l’attivazione di contributi in conto interessi. Analoghe iniziative riguardano gli interventi attuati per
migliorare le condizioni igienico-sanitarie e produttive degli stabilimenti di macellazione in possesso della certificazione
Ue, con particolare riguardo al rinnovo degli impianti tecnologici, compresi quelli di smaltimento dei residui delle lavorazioni. A
tale scopo è stato autorizzato un limite di impegno per 20 miliardi di lire.
Un premio ai doc
C’è anche da segnalare il decreto firmato dal ministro Pecoraro Scanio che riserva un premio supplementare di 150 euro ai
bovini allevati seguendo i disciplinari dei consorzi delle carni documentate (come ad esempio Coalvi, 5R, Conazo).
Attenzione però, i contributi disposti non sono concessi qualora il beneficiario sia incorso in violazioni di norme relative
all’alimentazione, alla identificazione e al trattamento terapeutico dei capi bovini.
È stato anche deliberato un inasprimento delle sanzioni sino a giungere, nei casi nei quali si determinino pericoli per la salute,
alla definitiva chiusura dell’azienda.
È prevista, infine, l’istituzione di un Consorzio obbligatorio per la raccolta e lo smaltimento dei residui da lavorazione degli
esercizi commerciali al dettaglio operanti nel settore della vendita delle carni.
A questo proposito non resta che ricordare anche la decisione di procedere alla distruzione completa, mediante incenerimento, di
tutte le farine animali, incluse quelle a basso rischio, al fine di eliminare completamente la possibilità di un loro utilizzo per
l’alimentazione zootecnica.
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La Bse torna a colpire in Lombardia
Il prione fa nuove vittime, mentre i Cospa annunciano battaglia
se inizierà lo stamping out
di Giovanni De Luca
Ancora in Lombardia. Vacca pazza sembra avere una particolare predilezione per questa regione e dopo aver colpito a Pontevico
(Bs) l’allevamento di Mario Greci, ora si sposta verso sud. Il secondo caso è stato diagnosticato a Marmirolo, in provincia di
Mantova, nella stalla dei cugini Mantovani.
Diagnosi effettuata con il metodo rapido a Brescia e confermata qualche giorno dopo dall’Istituto Zooprofilattico di Torino.
Per il resto è un copione già visto: la notizia che non riesce a restare riservata, gli allevatori in prima pagina ed il solo coro di
inviti a non drammatizzare. E come se non bastasse, mentre andiamo in stampa arriva la
notizia di un caso sospetto appena notificato, sempre in Lombardia.
Questa volta siamo nella cascina Canova di Verolanuova (Bs), di proprietà di Antonio Fontana. Di scena una bovina di età
superiore ai 5 anni. Segue il solito schema: allevamenti posti sotto sequestro, latte
buttato via e ordinanza di abbattimento per tutti i capi presenti in stalla.
In regione la temperatura si sta alzando e gli allevatori sono sul piede di guerra contro queste decisioni, considerate assurde sotto
un profilo scientifico. Un primo braccio di ferro combattuto a colpi di trattore e blocchi ai caselli autostradali si è già intravisto
qualche giorno fa, tanto per scaldare i muscoli. Ma se per caso le sospensive decise dal Tar dovessero rientrare e si iniziasse con gli
abbattimenti c’è un tacito patto fra i Milk warriors per tornare sulle strade.
E restarci a lungo.
Franco Cauzzi, presidente dei Comitati spontanei della Lombardia, non ha dubbi e, parlando con la stampa in merito
all’esito positivo dei test relativi all’azienda Mantovani, lancia la
sua sfida. «Prendo atto dei risultati delle controanalisi, ma non accetteremo che venga distrutto il nostro patrimonio zootecnico.
Ci opporremo per via legale – ha aggiunto – e se fosse necessario anche scendendo in campo come guerrieri, ma per ora dobbiamo
star calmi e affrontare con serenità questo secondo caso di positività alla Bse. Non vogliamo che Marmirolo diventi la
Pontevico due».
Gabriele e Orlando Mantovani, i proprietari della vacca «285» non rilasciano alcuna dichiarazione. Sono sconvolti all’idea che i
167 animali presenti in stalla possano essere abbattuti e nemmeno il ricorso al Tar annunciato dall’avvocato Ester Ermondi li riesce
a tranquillizzare.
La solidarietà degli altri allevatori è tangibile, mentre fuori dall’azienda per loro parla Marco Crovetti presidente della
Prolat, associazione produttori latte mantovana. Ribadisce che i mantovani non hanno mai utilizzato farine di carne ed evidenzia
l’assurdità di buttare via il latte prodotto in stalla: valore commerciale due milioni e mezzo al giorno.
Se le certezze sulla Bse non sono molte, una riguarda proprio il fatto che il prione modificato che è causa della malattia non passi
nel latte. Lo hanno ripetuto scienziati di estrazioni diverse, lo hanno detto veterinari e biologi, lo hanno urlato gli allevatori. Ma
il sequestro parla chiaro e nulla, nemmeno il latte, può lasciare l’azienda posta sotto vincolo.
Una interpretazione della legge che l’avvocato Ermondi non ritiene corretta e sulla quale annuncia battaglia. L’ha anche
ripetuto nel corso di una affollatissima riunione serale indetta a Mantova dai Cospa di Cauzzi, alla quale hanno partecipato più di
400 allevatori.
Un incontro che è servito ai Milk warriors per ribadire l’unità della loro protesta e per farsi ripetere ancora da esperti del calibro
di Luigi Bonizzi, infettivologo dell’Università di Padova e da Giorgio Calabrese, docente di nutrizione umana alla Cattolica di
Piacenza i fondamenti della loro protesta. Vale a dire che la Bse non si trasmette da bovino a bovino e che il latte è sicuro.
Le richieste degli allevatori, ribadite nel corso della serata da Antonio
Vizzaccaro, membro della segreteria del ministro Pecoraro Scanio sono semplici: abbattere e distruggere solo le
vacche pazze.
Perché lo stamping out è pura follia.
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