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Sissi, una vacca pazza per errore
Il secondo caso di Bse non esiste. Si è trattato di un falso positivo. E nella stalla di Romeo Fattori, l'allevatore veronese sotto inchiesta, torna la calma
di Giovanni De Luca
Falso allarme. Sissi, la vacca, non era pazza.
È stato il test Prionics a peccare di pessimismo, mentre le prove di conferma condotte con il metodo istologico al centro di referenza presso lo zooprofilattico di Torino hanno dato esito negativo.
Un respiro di sollievo per tutti.
Per l'opinione pubblica, sul baratro dell'isteria collettiva, ma anche per Romeo Fattori, l'allevatore di Albaredo d'Adige (Vr) nella cui stalla viveva Sissi, la seconda bovina sospettata di essere pazza.
La fine di un incubo per la famiglia Fattori.
Romeo, nonostante la sicurezza di essersi sempre comportato secondo le regole quasi non ci crede ancora. Alla buona notizia ha pianto e secondo la migliore tradizione contadina ha chiamato parenti e amici per stappare del buon vino bianco e brindare allo scampato pericolo. Come se non bastasse, per esorcizzare lo spettro della Bse hanno anche preparato una bella grigliata. Alla memoria di Sissi, si intende.
Dopo la grande paura giustizia è fatta. Ma anche nei giorni bui del sospetto Romeo e la sua famiglia sono riusciti a far emergere il meglio di loro.
Se ne devono essere accorti anche i reporter che nei "bollettini di guerra" apparsi sui giornali hanno messo in evidenza lo spirito mite e la voglia di lavorare a testa bassa di Romeo, nonché il fatto che da quando è stato nei militari Fattori non abbia mai preso un giorno di ferie.
Ma gli allevatori sono fatti così e l'aver visto la sua stalla presidiata dai Carabinieri, anche solo per pochi giorni, fa male al cuore.
"Faccio ancora fatica a dormire - commenta provato Romeo Fattori - mi sdraio a letto e penso". La gioia è tanta e finalmente sul viso dell'allevatore veronese è tornato un sorriso, ma la ferita è ancora aperta.
Ad iniziare dalla mancata riservatezza nel comunicare al diretto interessato che Sissi era risultata positiva al test rapido. "Sono arrivati tutti insieme - dice amaramente Romeo - Carabinieri e giornalisti".
Una presenza che ha contraddistinto gli otto giorni più lunghi della sua vita, con la stalla posta sotto sequestro, il piantone dell'Arma al cancello e la stampa in vigile attesa.
Da quando Sissi è stata scagionata, per i vicini di casa Fattori è diventato un eroe nazionale. Lo hanno visto in diretta ad "Uno mattina", ai "Fatti vostri", oltre che su tutti i quotidiani nazionali.
Ma Romeo è stanco di tanta (indesiderata) notorietà e prima ancora di parlare dello stress subito, guarda amorevolmente le sue 60 vacche e chiede un po' di tranquillità almeno per loro "perché gli animali non parlano, ma stanno peggio di noi".
Da sempre la sua vita si è consumata fra le mura della stalla e i 10 ettari di terreno di cui l'azienda dispone e lo sconquasso creato da questa vicenda lascerà a lungo un segno indelebile nell'animo riservato di quest'uomo.
Fra l'altro Fattori può fregiarsi di un altro record, ennesima prova della sua onestà. Pur di non avere grane pendenti a causa di 124 quintali di latte in esubero rispetto alla quota assegnata il nostro allevatore ha infatti preferito pagare i 5 milioni di multa che gli erano stati notificati, senza fare alcun ricorso. Il primo caso di cui siamo a conoscenza.
Sul futuro Romeo non si pronuncia e per lui parla il figlio Silvano che ha ereditato dal padre la passione per la zootecnia. Si parla di allargare un po' la stalla per poter passare alla stabulazione libera, ma non adesso.
Prima bisogna dimenticare la paura e la vergogna di essere stati processati dall'opinione pubblica per un falso positivo. Da parte nostra siamo tutti curiosi di vedere se i media avranno l'onestà di gridare al mondo che Sissi non era pazza con la stessa enfasi usata per darle della matta.
Questione di correttezza.
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L'inutile sacrificio delle vacche pazze
Davanti alla cascina della Malpensata si discute come affrontare il problema della Bse. E fra gli allevatori che solidarizzano con la famiglia Greci si incontrano anche veterinari e ricercatori esperti in prioni
di Angelo Gamberini
"Dal punto di vista sanitario l'abbattimento di tutto il bestiame allevato alla Malpensata è privo di qualsiasi logica. Non siamo di fronte ad una malattia infettiva e non sono queste le misure precauzionali da prendere per fronteggiare l'avanzata della Bse e le sue possibili ripercussioni sull'uomo". È un giudizio netto quello di Luigi Bonizzi, professore straordinario di malattie infettive della facoltà di veterinaria di Padova. Anche lui è lì, davanti alla cascina Malpensata di Pontevico, insieme agli allevatori che manifestano con la loro presenza la solidarietà del mondo zootecnico alla famiglia Greci. È uno dei pochi, forse l'unico, rappresentante del mondo accademico e della ricerca italiana che ha avuto il "coraggio" di affrontare il freddo e il fango che circonda questa cascina e le sue vacche, colpite più dalla "pazzia" dei mass media che la assediano piuttosto che dal prione dell'encefalopatia spongiforme. La sua presenza alla Malpensata, come lui stesso ci dirà, non è legata solo all'interesse per il tema vacca pazza, che come ricercatore segue da molti anni. Anche suo fratello conduce infatti un'azienda di bovine da latte nel bresciano e la partecipazione e la solidarietà con il mondo degli allevatori non può mancare.
Ma il destino per le vacche della Malpensata è ormai deciso. Saranno tutte abbattute, a parte un piccolo nucleo che sarà trasferito in stalle sperimentali per studiare l'eventuale presenza della malattia e la sua evoluzione.
"È una decisione che non può trovare il consenso della ricerca scientifica - ci dice Bonizzi - perché altre sono le strategie per studiare l'epidemiologia, ovvero la presenza e l'evoluzione di questa malattia. Non a caso l'Inghilterra e le altre nazioni che si sono trovate a combattere questa patologia non hanno deciso per l'abbattimento di tutti gli animali delle stalle colpite. Questa non può che essere una decisione di carattere politico, presa per dare una risposta all'allarme che si è creato nel consumatore. Ma se adottata in modo indiscriminato ci può condurre alla distruzione dell'intero patrimonio zootecnico, senza però raggiungere l'obiettivo principale, che è quello di debellare la malattia".
E che il sacrificio delle vacche della Malpensata sia la risposta di una scelta politica e non di una esigenza sanitaria, lo dimostra anche la mancanza di qualsiasi precauzione per la presenza ad un passo dall'allevamento di frotte di giornalisti e di curiosi e dei tanti allevatori che qui a Pontevico si danno il cambio per essere vicini, anche fisicamente, alla famiglia Greci. Per non parlare della mancanza di controlli sugli allevamenti vicini o su quelli che hanno consumato gli stessi mangimi che sono entrati in questa stalla. Mangimi che mai hanno visto traccia di farine di carne (e ciò apre nuovi interrogativi sulla trasmissione della malattia), almeno stando alle dichiarazioni sia di Mario Greci che dei responsabili della Comazoo, il mangimificio cooperativo che dal 1994 fornisce alimenti alle vacche della Malpensata.
"Nel nostro mangimificio - ci dice Giuseppe Lanzani, veterinario e dirigente della Comazoo - le farine di carne sono state tolte dall'alimentazione delle vacche da latte già dal 1989 e quindi cinque anni prima che si arrivasse a proibirne l'impiego per legge. Che tutto sia perfettamente in ordine e rispondente alle normative lo dimostrano anche le analisi fatte nello stabilimento da parte degli organi di vigilanza all'indomani della comparsa della Bse. Gli impianti di lavorazione sono stati infatti dissequestrati (ma il blocco della produzione ci è costato centinaia di milioni...) perché tutto è risultato in regola. Immagino che analoghi controlli siano stati fatti anche presso il Consorzio agrario di Brescia, dai cui impianti sono usciti i mangimi che hanno alimentato le vacche della Malpensata prima che la famiglia Greci si rivolgesse alla Comazoo".
In attesa di una risposta circa la possibile provenienza del prione che ha colpito la vacca 103 dell'allevamento Greci, bisogna chiedersi quali strategie si possano adottare per controllare la malattia senza distruggere l'intero patrimonio zootecnico italiano, ottenendo al contempo la sicurezza che il morbo non possa colpire l'uomo, cosa della quale, peraltro, non vi è ancora certezza.
"Non si può immaginare - ci dice a questo proposito Giancarlo Belluzzi, responsabile dei servizi veterinari dell'Asl di Cremona - di tenere sotto controllo una malattia se non ne conosciamo la presenza e l'epidemiologia. È questo il rischio che corriamo se si continuerà ad insistere circa l'opportunità di mandare all'inceneritore tutti i capi di oltre trenta mesi. Non è così che facciamo un favore ai nostri allevatori e nemmeno al consumatore, che sarà comunque lasciato nell'incertezza. Si faccia al contrario il test su tutti gli animali da latte riformati per avere un quadro certo della malattia e della sua diffusione sul territorio. È in questo modo che possiamo sperare di vincere la "battaglia", che non si preannuncia facile".
Sulla stessa lunghezza d'onda è anche Luigi Bonizzi che ricorda come da tempo il mondo della ricerca abbia lanciato l'allarme Bse, allarme rimasto in gran parte inascoltato. Già dai primi anni '90 in numerosi incontri scientifici era stata messa in evidenza la necessità di eliminare completamente gli organi a rischio, fra i quali cervello, midollo spinale, gangli, occhi, ecc. Solo recentemente questo invito è stato raccolto e ancora oggi si elimina il midollo spinale "sfilandolo" dalla colonna vertebrale ed aumentando in questo modo i rischi di contaminazione da prioni sul resto della carcassa. "Non c'è che un modo - dice con convinzione Bonizzi - ed è quello di eliminare completamente la colonna vertebrale. È una precauzione, ma è indispensabile per dare tutte le garanzie e la massima tranquillità al consumatore".
La prevenzione della Bse passa anche attraverso la collaborazione degli allevatori e la preparazione dei veterinari. Entrambi su questa malattia sanno ancora troppo poco, e spesso non ne conoscono la sintomatologia. Anche su questo fronte c'è ancora molto da fare.
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Malpensata, vittima innocente della Bse
Il dramma di un allevatore che pur non avendo alcuna colpa è stato sbattuto sulle prime pagine dei giornali e trattato come un criminale. È quanto è successo a Mario Greci nella cui stalla è stato trovato il primo caso di Bse in Italia. Intanto è scattata la solidarietà degli allevatori
di Giovanni De Luca
Con vacca pazza le certezze sono poche. Di certo c'è solo Mario Greci, l'allevatore di Pontevico (Bs) che per primo ha avuto la sfortuna di incappare nella Bse.
E mentre gli scienziati discutono, gli allevatori non sanno a che santo votarsi: in ogni stalla potrebbe esserci una bomba ad orologeria pronta ad esplodere.
Oggi infatti chiunque abbia a che fare con manze, vacche e vitelloni, rischia di trovarsi nella situazione in cui vive Mario Greci.
Pochi giorni fa era un tranquillo imprenditore zootecnico come tanti altri, alle prese con quote latte e vacche da mungere. Oggi è un uomo segnato in viso, che si è visto sbattere in prima pagina per una colpa che non riesce a far sua. Dato in pasto ai giornali e alle televisioni italiane che in poche ore hanno trasformato questa cascina dal nome menagramo, la Malpensata, in un poligono di tiro.
Abbiamo incontrato la famiglia Greci in una domenica mattina qualunque, con la nebbia che fatica a sollevarsi e le vacche che tranquille ruminano nel sole di gennaio.
Peccato che per entrare abbiamo dovuto superare gli sbarramenti dei Carabinieri che da giorni montano la guardia all'allevamento per evitare che Mario e i suoi figli carichino i 190 bovini presenti in stalla su un furgoncino e li facciano sparire...
Mario Greci, la cui unica colpa è quella di aver scelto di fare l'allevatore per vivere e per dare un futuro alla sua famiglia, viene trattato alla stregua di un individuo pericoloso.
E come tale va trattato.
Nella massima riservatezza che un caso del genere merita, peccato solo che qualcosa non funzioni.
La notizia che una sua vacca, la 103, è stata trovata positiva al test per la Bse gli viene comunicata alle 3 del pomeriggio di venerdì 12 gennaio. Gli uomini del servizio veterinario che lo vanno a trovare in cascina gli spiegano che per avere la certezza assoluta occorrono però anche altri accertamenti. E lo invitano, qualora mai ci fosse stato bisogno di precisarlo, a non farne parola con nessuno.
Per Greci è l'inizio del calvario.
I media all'assalto
Altrove qualcuno viene meno al vincolo del silenzio e dopo nemmeno due ore arrivano i primi giornalisti. Con telecamere, furgoni dotati di parabole satellitari, fotografi, reporter. E poi camionette dei Carabinieri, Nas.
Il Mostro è stato identificato e l'Italia "che non alleva" può finalmente scatenare l'isteria collettiva contro qualcuno in carne ed ossa: Mario Greci.
Nel frattempo la stalla è stata messa sotto sequestro e gli inquirenti iniziano a scavare nel passato di quest'uomo. Gli intimano di collaborare, di ammettere che ha acquistato farine di carne in nero, perché altrimenti le cose si metteranno male per lui e i suoi.
Mentre Greci è interrogato in Questura per 5-6 ore consecutive, al pari di un assassino, l'azienda è perquisita centimetro per centimetro. E tanto sacro zelo è premiato, le prime prove saltano fuori.
La moglie di Mario ci racconta incredula di come sono state condotte le indagini, della segatura per le cuccette scambiata per farina di carne e di altri episodi al limite dell'inverosimile.
Intanto l'interrogatorio prosegue e Greci cade in contraddizioni che vengono subito messe in rilievo da chi sta seduto dall'altra parte del tavolo, convinto forse che stia per aprirsi un varco nella ben congegnata difesa messa in piedi dall'allevatore.
Ma l'equivoco viene subito chiarito.
In una prima parte del verbale Greci ha chiamato "silomais" ciò che le sue vacche mangiano abitualmente. Poi ha indicato lo stesso alimento con il termine di "trinciato", creando sospetti negli inquirenti.
Momenti difficili non solo per Greci, ma anche per la Comazoo, la cooperativa di cui Mario è socio, che gli fornisce i mangimi.
Silos sigillati e produzione ferma, poi il dissequestro che dovrebbe essere ultimato mentre questa rivista va in stampa. Si indaga a 360 gradi e spuntando le fatture di acquisto gli inquirenti compilano l'elenco dei fornitori della stalla, che comprende fra gli altri anche il Consorzio agrario di Brescia, di cui l'allevatore è stato cliente in passato.
Un lavoro capillare che si svolge mentre fuori, in mezzo al fango, allevatori di tutta Italia stanno testimoniando la propria solidarietà ad uno come loro.
Tanta solidarietà
Si torna a respirare l'aria di Linate, di Vancimuglio, ma nessuno vuole che li si etichetti come Cobas, Cospa o Milk Warriors.
Sono a Pontevico per dire a Mario Greci che da quando gli hanno trovato la Bse nessuno si sente più tranquillo, perché anche nelle loro stalle potrebbero esserci vacche prioniche.
Perché domani mattina potrebbero essere loro stessi sotto i riflettori delle televisioni pubbliche e private.
Ne è portavoce ufficioso un giovane allevatore di Desenzano, Roberto Cavaliere, che il giorno dopo la notizia della vacca pazza di Pontevico ha offerto a Greci la solidarietà della categoria.
È Cavaliere che si dà in pasto ai reporter comandati alla Malpensata, che risponde cortesemente alle domande dei media.
Ogni tanto arrivano forze nuove. In mattinata si uniscono al gruppo dei sostenitori due allevatori laziali che hanno guidato tutta la notte per essere presenti a Pontevico. E come testimonianza concreta del loro supporto scaricano quattro damigiane di ottimo vino rosso dei Colli. C'è chi ha portato salami, cotechini, salsiccia. Ma arriva anche qualche forma di Grana Padano, il formaggio a cui era destinato il latte dell'allevamento Greci sino a prima del fattaccio.
Oggi il latte viene munto ugualmente, ma la destinazione è ben diversa. Lo spiega Roberto, uno dei figli di Mario, con cui passiamo qualche momento in stalla: "Dopo averlo pesato e campionato ce lo fanno buttare nella cisterna dei liquami, ma prima devo refrigerarlo regolarmente". Chissà poi perché?
Roberto mostra una calma sorprendente. Con la stessa cortesia risponde alle nostre domande e a quelle di un simpatico maresciallo dei Carabinieri che gli chiede come funzioni la mungitura.
Nel pomeriggio sono anche nati due vitelli, evento filmato dalle televisioni che stazionano alla Malpensata come se si trattasse di uno scoop. Ma potrebbero presto essere abbattuti insieme a tutto l'allevamento. Vittime innocenti di un sistema che nell'incertezza preferisce fare tabula rasa, anche se ormai tutti sono persuasi che la Bse non sia proprio una malattia infettiva.
Per i Greci vorrebbe dire trovarsi con la stalla vuota, una manciata di milioni in mano e una strada in salita da percorrere.
Difficile spiegare ai giornalisti della cosiddetta "stampa d'opinione" cosa voglia dire per un allevatore ripartire da zero. Quasi impossibile introdurli ai misteri di un'attività fatta di vitelle, manze e vacche, bestie che mangiano mesi e mesi prima di darti una sola goccia di latte.
Stamping out contestato
Ma l'abbattimento sarà probabilmente l'inevitabile soluzione finale di questa vicenda. Quando lo incontriamo, Mario Greci non se la sente di esprimersi a riguardo. La sensazione è che ancora speri in un miracolo, perché in quella stalla ha investito la sua vita per sé, ma soprattutto per i suoi figli, che dopo le scuole medie hanno insistito per smettere di studiare ed affiancare il padre nel suo lavoro.
Mario parla di come la televisione ha fatto a pezzi il suo allevamento, ci racconta dei dubbi che ancora nutre in cuor suo, del fatto che la mezzena, sequestrata nel macello Inalca, non sia quella giusta.
A tal punto che vorrebbe fosse effettuato un esame del Dna su quello che resta della vacca "103". È un uomo frastornato, ma allo stesso tempo deciso ad andare avanti. A tutti i costi.
La famiglia gli è vicina come non mai e un cognato sacerdote è anche passato a benedire la stalla. Nei giorni scorsi il postino ha consegnato centinaia di telegrammi e lettere di solidarietà provenienti da tutta Italia. Il messaggio è uno solo: tieni duro.
Fuori, nel campo fangoso trasformato in presidio permanente, molti fra gli allevatori si dichiarano pronti a dare a Greci una manza a testa per farlo ricominciare più in fretta qualora si dovesse arrivare all'abbattimento. Il titolare di una grossa azienda zootecnica della zona ha già telefonato a Roberto Greci dando la propria disponibilità ad assumerlo come responsabile della stalla in caso di bisogno.
Colpisce vedere quanto gli allevatori siano umanamente uniti nella disgrazia. Ma colpisce ancora di più sentirli parlare del loro futuro.
Perché in molti temono di avere la Bse in stalla.
Senza saperlo, senza colpe e senza possibilità di scampo.
E, con un po' di invidia, il pensiero va all'altra Italia.
A quelle regioni in cui l'anagrafe bovina è ancora lontana dall'essere avviata, dove in caso di "sinistro" basta scavare una bella buca in un campo per risolvere il problema.
Ma qui siamo in Lombardia e Mario Greci lo sa.
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Adesso basta, è ora di reagire
di Angelo Gamberini
Sissi, la vacca di Albaredo d'Adige, sta bene. Niente prioni e niente pazzie, almeno questa volta. Per il momento, dunque, giornali e televisioni hanno ridotto i toni da inquisizione. Si ha la sensazione che questo sia dispiaciuto a chi punta sull'apocalisse per fare audience. Quindi non si può abbassare la guardia. La possibilità che altri casi di Bse facciano la loro comparsa negli allevamenti italiani è tutt'altro che remota. Al prossimo caso di Bse, stiamone certi, i media torneranno alla carica, più aggressivi di prima.
Gli allevatori sembrano gli unici imputati e non possono attendere passivamente gli eventi. Bisogna reagire a questa ventata di disinformazione e di criminalizzazione gratuita di tutto il settore.
Al consumatore si fa credere che le farine di carne siano una "invenzione" di allevatori senza scrupoli, che hanno pensato solo ad arricchirsi sulla pelle dei consumatori. È vero il contrario. La scienza prima ha dimostrato l'utilità di questa farine e poi le industrie le hanno utilizzate e vendute negli allevamenti.
Gli allevatori sono descritti come briganti disposti ad avvelenare tutti pur di guadagnare di più. Non è vero, bisogna gridarlo ai quattro venti. Gli allevamenti hanno prodotto e producono qualità al più basso prezzo possibile. Lo ha chiesto il mercato, lo continua a chiedere lo stesso consumatore, lo impone la competizione internazionale (ci dimentichiamo che latte e carne le importiamo in quantità gigantesche?). Anche questo bisogna dirlo ad alta voce, senza timore di "dar fastidio".
E se non ci ascoltano bisogna passare ai fatti. Non ci riferiamo alle proteste di piazza alle quali nessuno fa più caso, ma ad azioni sistematiche di tutela. Le faziosità dei giornali vanno denunciate. Le trasmissioni che pur di aumentare l'audience criminalizzano il settore, vanno chiamate a rispondere del loro operato nelle aule dei Tribunali. Si può fare, si deve fare.
La zootecnia, il mondo degli allevamenti non ha altri strumenti. Per i produttori di dadi da brodo è stato più facile. L'allarme "dado pazzo" è durato mezza giornata. Poi il silenzio. Giornali e televisioni si sono convinte in un attimo della bontà di questi prodotti. È bastato forse ricordare il budget miliardario della pubblicità? Non lo sappiamo, ma la fantasia può aiutarci nella risposta. E bene hanno fatto, se lo hanno fatto, le industrie del dado da brodo a utilizzare il "ricatto" della pubblicità. Se è innocente la carne (e tutti gli scienziati lo affermano), figuriamoci il dado!
Ma la carne non fa pubblicità, specie quella di bovino. Non resta allora che reagire, pretendendo chiarezza e informazione corretta. Ma bisogna anche mettersi d'accordo su chi deve esercitare questo diritto-dovere, altrimenti resteranno solo le parole, le buone intenzioni, la rabbia. Che non servono a nulla.
Si mobilitino allora le organizzazioni professionali, ma con fermezza. Pretendano di essere coinvolte nelle discussioni, nei dibattiti in televisione e sulla carta. Non è più tollerabile che trasmissioni importanti e con una vasta eco di pubblico possano svolgersi senza la partecipazione e il coinvolgimento degli "addetti ai lavori". Ma così è successo con "Il Raggio Verde" di Santoro, con il "Mi manda Rai Tre" di Marrazzo, con il "Porta a Porta" di Vespa. Gli allevatori non c'erano. E si giunga all'appuntamento preparati, senza abbozzare una difesa inutile e scontata, della serie "dobbiamo riconquistare la fiducia del consumatore". Non è una difesa, è un'autoaccusa, è una dichiarazione di colpevolezza. Eppure l'abbiamo sentita più e più volte dai vertici di tutte le organizzazioni agricole, nessuna esclusa.
Sin qui la difesa, ma bisogna pensare anche all'attacco. Che non è solo quello delle denunce, della chiamata nelle aule dei Tribunali per quanti fanno gratuito terrorismo a spese degli allevatori. Giornali e televisioni vogliono dare informazioni? E allora diamogliele, ma corrette. Organizzando in tempi rapidi, non dopo settimane, conferenze stampa con la partecipazione di scienziati e ricercatori da "dare in pasto" ai giornalisti, ma tenendo sotto controllo le regole del gioco. Non dimentichiamoci di quanto è accaduto al professor Orso Bugiani. Questo grande neurologo italiano ricordava in uno dei suoi interventi televisivi che non si ha prova della trasmissione del prione bovino all'uomo. Un'affermazione importante, fortemente tranquillizzante. Ma passata sotto silenzio dall'intervistatore che prontamente chiedeva lo stacco della pubblicità. Si sa, le notizie buone non fanno audience e gli allevatori non sanno reagire.
È ora di cambiare. Oppure ci si dovrà rassegnare a tenere in stalla vacche da riformare che nessuno vuole. A produrre carne che non vale più nulla. E a mungere latte da versare nelle fogne, per non pagare multe ingiuste e sciocche. Con tanti saluti alla nostra zootecnia. Morta e sotterrata, anche senza
prioni.
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Irina, non fare la matta
Siamo alle solite, l'Irina è l'ultima del gruppo. Oggi però non ho tanta voglia di pregarla. Se è ora di farsi mungere deve farsi mungere e basta, come noi allevatori: adesso è l'ora del patibolo e patibolo sia, ma con dignità, mi ripeto ogni giorno. E ogni giorno prima di andare dal fornaio tiro dentro un gran bel respiro e sfodero il migliore dei sorrisi, proprio come se nulla fosse successo.
Lo so bene che quando chiedono "Come va oggi signora Lina?" vorrebbero parlare di tutt'altro: il sospetto è dietro quelle parole di circostanza, il sospetto che anche nella mia stalla e nel mio latte ci sia della "vacca pazza".
"Dai Irina che voglio finire. Non fare la matta!" Glielo dico sempre in questi casi, ma stamattina questa frase non mi è piaciuta, mi è sembrata inadatta, quasi di cattivo auspicio. Il sospetto, si sa, è come un tarlo: difficile da eliminare.
"Che sia pazza anche lei?"
Di questi tempi non sarebbe la sola, starebbe in compagnia con un bel mucchio di altra gente, importante per giunta. Il ministro che adesso al mattino non prenderà nemmeno più il cappuccino per via del latte, ma solo caffè; tutta quella schiera di giornalisti che sono rimasti fregati dalla smentita di un secondo caso positivo perché gli articoli apocalittici per ricominciare tutto da capo erano già scritti; i redattori dei notiziari che nell'ultimo periodo hanno pensato solo a come era bello succhiare (l'osso della fiorentina); i rappresentanti politici dei Verdi che nel Medioevo li avrebbero già bruciati sul rogo tanto sembrano invasati.
"E se fosse pazza davvero?"
Tutte le fonti d'informazione continuano a colpevolizzare il settore della mangimistica. Sono anni che compro il mangime dal signor Gianpaolo, mi ha sempre trattato bene e anche quando hanno prelevato i campioni per le analisi non c'è mai stato niente da ridire. Ogni tanto viene a trovarmi, prendiamo il caffè e parliamo non soltanto di vacche.
"Possibile che dietro a quel sorriso si celi un buon da niente?"
La legge assicura di averla osservata integralmente; non usa più la farina di carne da anni. In Italia però non produciamo tutto quello che ci serve (neanche il latte); e se la farina di carne l'avessero tagliata nella soia argentina, nel panello di lino cinese, o in ogni altra materia prima che è in circolazione?
Anche il signor Gianpaolo sarebbe rimasto fregato.
"Irina se non vieni avanti ti prendo a calci che ho tanta voglia di distribuirne qualcuno in giro".
Adrena Lina
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