DAIRY NEWS SELECTION


ANTEPRIMA INFORMATORE ZOOTECNICO N.03 - 2001

CONTROCANTO Vacca pazza sullo schermo

La Malpensata non merita lo stamping out

"Chiedo allo Stato il rimborso dei danni"

La Bse è arrivata Adesso chi paga?


CONTROCANTO Vacca pazza sullo schermo

Avevo appena finito di mungere Irina, l'ultima del gruppo, e stavo per andarmene a dormire (dopo essermi alzata alle cinque del mattino ne avevo ben diritto). Ma ho avuto la malaugurata idea di accendere la televisione, tanto per vedere se c'erano ancora in giro quelli del Grande Fratello. Zapping dopo zapping, mi imbatto in "Mi manda Rai tre", quella bella trasmissione dove se hai sonno te lo tolgono con tutti i dubbi che ti fanno venire ogni volta che fai un assegno (poi te lo contraffanno) o che paghi con la carta di credito (che poi ti rubano i soldi direttamente dalla banca). Per non parlare se ti si rompe l'auto in garanzia. Non c'è verso che la riparino, proprio come succede con i trattori. Guardo solo un attimo e chi ti vedo seduto sulla poltroncina rossa? Proprio lui, quel gran simpatico guaglione del mio ministro, Alfonso Pecoraro Scanio, con al fianco Anna Bartolini, in rappresentanza dei consumatori (ma perché è sempre così agitata?).
Parlano di vacca pazza. Mi conviene ascoltare, chissà che dicono. Le solite cose, ma condite con quel sottofondo di allarmismo che fa tanto audience. Qualcuno tenta anche di chiedere se poi questo morbo si trasmette all'uomo o no. Uno scienziato, un neurologo di un importante istituto milanese (il Besta, NdR), dirà che la prova non c'è. Ci pare una dichiarazione importante, e molto tranquillizzante. Proprio per questo nessuno pare farci caso. La trasmissione va avanti con il consueto tono da imminente fine del mondo. Ma sono tranquilla, c'è il rappresentante dei consumatori, e poi quello dei macellai. Vedrai, mi sono detta, che adesso arrivano i rappresentanti degli allevatori e mettono in chiaro le cose.
Scorrono i titoli di coda, ma del mondo degli allevatori non si affaccia nessuno. Sto per dare in escandescenze (e quando mi arrabbio sono guai). Non ci possono trattare così, mi ripeto, mentre con il telecomando passo a un altro canale e mi vedo spuntare Bruno Vespa, quel pungente giornalista di Porta a Porta. Anche lui a cavalcare vacca pazza. Ecco, mi dico, qui arrivano i nostri. C'è ancora lui (ma è dappertutto!), quel simpatico guaglione del mio ministro, e c'è persino Bedoni il presidente di Coldiretti, che non ho mai visto dal vivo ad un incontro degli allevatori (e dire che io vado a tutti...). E poi i vertici della Sanità, il Commissario anti-Bse (Alborghetti, NdR). Mi cadono gli occhi dal sonno, ma continuo a guardare e soprattutto ad ascoltare quel bravo giornalista che non sa capacitarsi della differenza fra giovenca e vacca che un nutrito gruppo di macellai gli fa notare. Insomma, continua a chiedere agli ospiti in studio e fuori, è sana o no questa carne? La possiamo mangiare o corriamo dei rischi?. La risposta è nel sorriso furbetto che lancia con complicità al telespettatore. Non lo dice ma si capisce. La carne è meglio non mangiarla. Il consumatore è servito.
Poi arrivano i titoli di coda, mezzanotte è passata da un pezzo e anche in questa trasmissione gli allevatori non si sono visti.
Tra un po' devo tornare a mungere Irina. Meglio riposarsi, che qui c'è da lavorare.

Adrena Lina


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La Malpensata non merita lo stamping out

Nei giorni in cui infuriava lo scandalo vacca pazza siamo andati nell'azienda in cui è stato trovato il primo capo italiano positivo ai test diagnostici. Erano in molti a chiedersi perché abbattere l'intera mandria

di Alessandro Amadei


Fino a venerdì 12 gennaio, Mario Greci di Pontevico, provincia di Brescia, era un allevatore come tanti altri. Un'azienda da un'ottantina di vacche in lattazione, tirata su quasi dal nulla, con il poco denaro messo da parte facendo l'operaio, e soprattutto lavorando duro. Tutti i giorni, per 20 anni. Poi la vacca 103 viene spedita al macello e scoppia il finimondo. In cascina si precipitano vigili, carabinieri, parenti, amici, veterinari, politici. Semplici curiosi. E soprattutto giornalisti. Tanti e invadenti. La "vacca pazza" è un argomento che tira, e si vede. Camper dalle gigantesche antenne paraboliche piazzati ovunque, lungo la cavedagna che conduce in azienda, nei campi circostanti, persino dentro la trincea dell'insilato. Per fortuna c'è anche qualche allevatore venuto a dimostrargli solidarietà. Magari spostandosi in trattore, dal paese vicino, oppure più comodamente (e meno enfaticamente...) in auto. Allevatori di vacche da latte, ma anche di animali da carne. "È tutta la filiera bovina ad essere a rischio e ad essere vittima di questo allarmismo ingiustificato" dice a denti stretti un allevatore di vitelli a carne bianca di Calvisano (Bs). Concetto ripreso e sviluppato, sotto l'obiettivo delle telecamere, anche da Roberto Cavaliere, responsabile regionale dei Cobas del latte. "Siamo qui per dimostrare a Mario Greci la nostra solidarietà, perché la Bse è certamente un problema di tutti noi allevatori". "Quello che vorremmo capire - dichiara ai giornalisti - è perché, qualora un capo risulti positivo ai test diagnostici, debba essere eliminata l'intera mandria di appartenenza. La Bse non è una malattia diffusiva, direttamente trasmissibile tra animali che convivono nello stesso ambiente. Quindi se per caso un capo risulta infetto, non è detto che lo siano anche gli altri. Con lo stamping out vengono anzi eliminati capi sicuramente sani, come i vitelli, e questa è davvero un'assurdità. Bisognerebbe limitarsi ad eliminare i capi positivi ai test, visto che vi vengono obbligatoriamente sottoposti tutti gli animali a rischio. Anzi, siamo favorevoli all'estensione dei test anche agli animali dai 24 ai 30 mesi, per dare ulteriori garanzie e tranquillità ai consumatori". Improvvisamente la turba di giornalisti che si è stretta intorno a Cavaliere si dirada. Tutti corrono ad ascoltare le ultimissime su vacca pazza trasmesse alla radio (ma non è da qui, dalla cascina Malpensata, che dovrebbe partire l'informazione?). Intanto chiediamo al rappresentante dei Cobas qualche dettaglio sulle loro idee circa la politica degli abbattimenti. "Dovrebbero essere eliminati solo i capi positivi al test, quindi risultati realmente infetti. I proprietari degli animali positivi dovrebbero poter continuare a produrre latte con il resto della mandria, e poter scegliere, ogni volta che una vacca giunge a fine carriera, se optare per la macellazione, e quindi per il test, oppure direttamente per lo smaltimento". Il ragionamento ha senza dubbio una sua logica. Peccato che in tema di Bse i ragionamenti valgano poco. Basti pensare che, a quanto dicono gli scienziati, il muscolo è un tessuto a rischio praticamente nullo. Eppure la fobia per la carne bovina è una triste realtà. Ma ad essere realisti si fa sempre in tempo. L'applicazione di rigidi protocolli di stamping out porterebbe ad una improvvisa eradicazione (ma virtuale...) della Bse in Italia. Non è un caso che a livello Ue si stia già valutando l'opportunità di effettuare abbattimenti più selettivi. Attualmente, quale allevatore porterebbe al macello a cuor leggero un animale 
che nella migliore delle ipotesi vale mezzo milione, e che, se dovesse risultare infetto, gli manda a carte e quarantotto il lavoro di una vita? Meglio scavare una buca dietro alla stalla. Con buona pace di veterinari, politici e giornalisti.


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"Chiedo allo Stato il rimborso dei danni"

Le ragioni di un allevatore di bovini da carne che intende ricorrere alle vie legali per i danni subiti a causa dei provvedimenti anti-Bse. Una provocazione per ottenere interventi appropriati per risolvere 
l'emergenza

di Angelo Gamberini

"Pretendo solo che mi venga rimborsato il danno che ho subito per l'inefficienza dello Stato. è per questo che ho dato mandato al mio legale, l'avvocato Emilio Azzini di Casalmaggiore, di inoltrare al tribunale di Brescia, che ne ha le competenze territoriali, un esposto all'indirizzo del ministro della Sanità e a quello delle Politiche agricole".
Protagonista di questa singolare e provocatoria iniziativa è Giacomo Daina, un allevatore di bovini da carne che fra Mantova e Cremona gestisce alcuni allevamenti per un totale di 2.300 vitelloni. Lo incontriamo nell'azienda "Carline Nuove" a Gabbiana di Castellucchio, a metà strada fra Mantova e Sabbioneta. È qui che ha sede il più importante dei suoi allevamenti, dove ingrassa e fa il finissaggio, con la collaborazione del cognato Giorgio Pretto, di capi importati dalla Francia. I suoi guai iniziano il 17 novembre dello scorso anno, all'indomani della emanazione del decreto che, oltre a bloccare le importazioni di bovini dalla Francia, ha imposto che la commercializzazione dei capi con oltre 24 mesi di età potesse avvenire solo dopo l'esecuzione di un apposito test per verificare l'assenza della Bse.
"Come allevatore e come cittadino - ci dice Daina - sono più che d'accordo sulle motivazioni che hanno ispirato questo decreto. Mi garantiscono come consumatore e danno maggiori garanzie al mio lavoro di allevatore. Ho però la presunzione di credere che un Ministro, prima di apporre la sua firma ad un decreto, abbia l'obbligo di verificare, attraverso i suoi uffici, l'applicabilità delle sue decisioni. Questa informazione non è stata chiesta oppure (e bisognerà accertare le responsabilità) è stata fornita in modo errato. All'indomani della pubblicazione dell'ordinanza sulla Gazzetta Ufficiale, infatti, i test non erano disponibili e la conseguenza inevitabile è stata il blocco di tutte le attività di macellazione dei capi di origine francese con oltre 24 mesi di età. E io mi sono ritrovato con centinaia di animali che non potendo uscire dall'azienda hanno continuato (e continuano) a consumare alimenti, a deprezzarsi e a bloccare l'ingresso di nuovi animali per un altro ciclo di allevamento. Ogni giorno - continua Daina accalorandosi - sfamare questi animali mi costa seimila lire a capo. Per di più il mercato è crollato e ancora peggio sarà nei prossimi giorni, dopo la comparsa della Bse anche in Italia. Sono danni per centinaia di milioni e la responsabilità non è certo la mia. Ancora oggi (siamo al 15 gennaio, NdR) i test vengono centellinati ai macelli, che si rifiutano di ritirarmi gli animali, alcuni dei quali adesso hanno anche superato la fatidica soglia dei 30 mesi. Citerò come testimoni proprio i responsabili dei macelli ai quali conferisco gli animali. Saranno loro a confermare al giudice le mie affermazioni".
Cosa ci facciano animali così avanti in età in un allevamento da carne (di solito i vitelloni escono dal finissaggio intorno ai 20-22 mesi) è presto spiegato. Giacomo Daina ama (come tutti gli imprenditori che si rispettino) far di conto con precisione e valutare con attenzione i dati del mercato. Da questo esame nasce la sua strategia per l'ingrasso, che si basa sull'acquisto di animali adulti, ma poco in carne, con un peso oscillante fra i 350 e i 450 kg, che poi ingrassa portandoli a sei quintali e oltre. In questo modo riesce a comprimere di molto il prezzo di acquisto per chilo di carne (si passa dalle 7-8 mila lire al chilo per il classico vitello di razza pregiata, a poco più di tremila lire per questi animali già adulti). La differenza di prezzo della carne fra il momento dell'acquisto e quello della vendita, questa è la tesi sostenuta da Daina, non deve essere troppo elevata o si rischia di avere il bilancio in rosso. Un problema risolto con l'acquisto di animali più avanti in età. Una strategia che ha funzionato sino a quando non esistevano vincoli alla macellazione di animali oltre i 24 mesi...
Nelle sue stalle ci sono oggi 600 capi, oramai sovrappeso e fuori ciclo (hanno più di 30 mesi di età) e i danni si fanno di giorno in giorno più pesanti. Ma l'aspetto economico non è il solo cruccio di Giacomo Daina.
"La mia iniziativa - ci dice con pacatezza - è ovviamente una provocazione. Non mi aspetto certo di risolvere i problemi economici della mia azienda con il rimborso dei danni, se mai mi saranno accordati, chiesto ai rappresentanti delle istituzioni pubbliche. Senza poi considerare i tempi della giustizia italiana... Credo semplicemente di esercitare un mio sacrosanto diritto, un diritto che più e meglio di me erano in dovere di esercitare le associazioni di categoria, i sindacati degli agricoltori. Da tempo e soprattutto all'indomani dell'ordinanza del 17 novembre, avevo sollecitato i vertici della mia organizzazione professionale, la Coldiretti di Mantova, affinché prendessero coscienza del problema e della sua gravità. Non mi hanno ascoltato.
Sono stato costretto a fare da solo e lanciarmi in questa iniziativa che perlomeno ha avuto il risultato di porre al centro dell'attenzione i problemi degli allevatori di bovini da carne e non solo quello personale e della mia azienda. Adesso, ma solo adesso, le organizzazioni professionali stanno prendendo a cuore il problema, ma le soluzioni che si stanno prospettando sono inadeguate e calate sugli allevatori senza averli coinvolti.
In Lombardia, ad esempio, la Regione ha in animo lo stanziamento dei fondi necessari ad erogare mille lire al chilogrammo per quei capi che sostano nei macelli in attesa del responso del test. Nella maggior parte dei casi si tratta di vacche a fine carriera le cui carni comunque finirebbero nel circuito del prodotto congelato da destinare all'industria e non al consumo fresco. È bene chiarire, allora, che questi sostegni finiranno nelle tasche degli industriali e non certo in quelle degli allevatori".
Che fare allora per restituire un po' di ossigeno agli allevatori? L'idea sostenuta da Daina è semplice e a prova di speculazione. In attesa di un provvedimento comunitario, comunque indispensabile, le Regioni (che hanno competenze in tema di credito agrario) potrebbero intervenire in conto interessi, limitatamente alle esposizioni bancarie contratte dagli allevatori entro il 31 dicembre dello scorso anno. Il tutto con una percentuale da definire e con un limite massimo per numero di capi in azienda.
"È solo un intervento tampone - tiene a precisare il nostro interlocutore - un intervento d'urgenza per una situazione drammatica e eccezionale quale si può verificare in occasione di disastri ambientali e per i quali è indispensabile l'intervento pubblico. E non si tratta di un paragone forzato. In ballo c'è il futuro di migliaia di aziende e di migliaia 


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La Bse è arrivata Adesso chi paga?

di Angelo Gamberini 


È arrivato il primo caso di Bse. Ha fatto molto rumore, ma non ha colto di sorpresa né gli allevatori, né gli addetti ai lavori. Lo stesso ministro delle Politiche agricole, Alfonso Pecoraro Scanio, lo aveva detto sul finire dello scorso anno, in occasione della assemblea dell'Aia. Con i test a tappeto su tutti gli animali, la comparsa di qualche caso di vacca pazza era un evento altamente probabile.
E siamo solo agli inizi. Quando sarà entrato a regime il test anti-Bse coinvolgerà tutti i 600 mila capi di oltre trenta mesi che annualmente vengono macellati in Italia. E non si può escludere che altri allevamenti debbano prima o poi fronteggiare questa catastrofe. A Mario Greci, titolare dell'allevamento Malpensata di Pontevico, nei pressi di Brescia, è toccato per cattiva sorte di essere il primo della lista. Al danno economico si aggiunge quello emotivo e psicologico, causato dall'assedio dei giornali e delle televisioni, dalla curiosità dei tanti, troppi, che vogliono vedere e vivere da vicino questo ennesimo episodio di follia collettiva. Più che la vacca, infatti, sembrano impazziti gli uomini, in questa corsa all'allarmismo sfrenato per una malattia della quale nemmeno vi è la certezza che possa trasmettersi all'uomo. D'accordo la precauzione, ci mancherebbe altro. Ma qui stiamo assistendo al linciaggio di una intera categoria professionale che non ha la minima colpa (se colpa mai ci fosse) di quanto sta accadendo.
Il settore è descritto come un coacervo di malfattori dediti ad ogni sorta di nefandezza pur di arricchirsi. E tutti, autoproclamatisi esperti, a puntare il dito su pratiche di allevamento definite barbare e mostruose.
Sono in molti, purtroppo, a credere a queste fandonie, ma la colpa è anche degli allevatori e delle loro associazioni che non hanno fatto nulla per farsi conoscere e mai hanno preteso che il Palazzo si impegnasse in una corretta e doverosa opera di educazione alimentare.
Difficile rimediare ora. Se ne parlerà, se si vuole, per il futuro. Adesso bisogna fare i conti con questa crisi e con i danni che si porta appresso.
Agli allevatori colpiti sarà distrutto l'allevamento. Non un capo dell'allevamento Malpensata e dei prossimi che conosceranno vacca pazza si salverà dall'inceneritore. Dal Ministero arriva l'assicurazione che agli allevatori saranno rimborsati i danni subiti. Non lo mettiamo in dubbio. Ciò che preoccupa è con quali criteri e con quali tempi. Non basta pagare il valore delle vacche abbattute (i parametri terranno poi conto del reale valore genetico?). Ricostruire un capitale animale selezionato è cosa che richiede tempo e competenze. Questi danni indiretti chi li valuta e, soprattutto, chi li paga? Perché non si può certo chiedere agli allevatori di fare sacrifici per la Bse. Gli allevatori, di colpe, non ne hanno alcuna e questo guaio gli arriva direttamente dalla inefficienza della macchina pubblica, da quella europea a quella nazionale. E mentre passano gli anni per restituire all'azienda zootecnica l'efficienza produttiva di un tempo, chi rimborsa le mancate produzioni? E gli interessi sui capitali? E gli ammortamenti? E il danno biologico? Anche senza arrivare alla "tortura" mediatica cui è stato sottoposto Mario Greci, il solo vedersi incenerire anni di lavoro e di passione è cosa che può portare direttamente al lettino dello psicoanalista.
C'è poi un altro danno, quello che deriva dalla caduta dei consumi e dal crollo dei prezzi della carne (ma solo all'origine, perché al dettaglio non ci si accorge di nulla). Un problema che coinvolge tutti, allevatori da latte e da carne. Non li può lasciare senza rete di protezione. L'emergenza vacca pazza non finirà presto. Questa malattia è il primo esempio, concreto, di globalizzazione dei mercati. Non importa dove compaia, perché il danno si ripercuote anche a distanza. Il caso francese ne è testimonianza.
Serve un programma articolato, che tenga conto di tutte le variabili in campo. In gioco c'è il futuro dei nostri allevamenti, già compromesso dall'insensata gestione del problema quote latte. Occorre predisporre aiuti sul fronte degli interessi per le esposizioni bancarie, ripristinare i sostegni messi in atto con la prima crisi di vacca pazza, realizzare un programma di rimborsi serio ed efficace. 
Ma subito, prima che l'emergenza sia ingestibile.
Predisporre e proporre questi programmi è compito delle organizzazioni degli allevatori. All'amministrazione pubblica tocca la responsabilità di valutarne la fattibilità e di darne, se opportuno, attuazione. Forse siamo stati disattenti, ma non abbiamo visto nulla di tutto ciò, specie da parte delle rappresentanze degli allevatori.

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Sul sito www.edagricole.it potrete trovare il sommario del fascicolo numero 03/2001 e richiedere copie della Rivista

22 dicembre 2000


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