DOSSIER - " LATTE FRESCO"


"Non è fresco il latte importato"

 

La Confagricoltura Milano-Lodi accusa: "Il latte che scade dopo quattro giorni non può definirsi fresco". Il riferimento è al "Frescoblu" della Parmalat, che va consumato entro 8 giorni. Annunciato un ricorso 

MILANO – Anche gli agricoltori lombardi alzano dubbi sulla freschezza del latte importato da Paesi stranieri. “Il latte prodotto all'estero non può in alcun modo fregiarsi della denominazione di fresco”, dicono quelli dell'Unione Provinciale degli Agricoltori di Milano e Lodi. 

E il riferimento alla Parmalat appare chiaro , visto l’azienda emiliana importa dalla Germania un tipo di latte commercializzato in Italia come “Frescoblu” e con scadenza a otto giorni. 

''La messa in vendita di un prodotto del genere - sostiene un comunicato - aggira la legge 169/89, che non prevede scadenza superiore ai quattro giorni per il latte che voglia definirsi fresco''. 

Per questo la Confagricoltura Milano-Lodi di ritenere ''ingannevole'' il messaggio pubblicitario, minacciando un ricorso. ''Il prodotto confezionato all'estero - spiega Mario Vigo, presidente dell'Unione Agricoltori di Milano e Lodi - è di qualità inferiore rispetto a quello italiano, poiché viene doppiamente lavorato: subisce prima un processo di divisione della componente magra dalla componente grassa e, in seguito, un rimescolamento delle due parti".

" La parte grassa è sottoposta a microfiltrazione, condotta attraverso una membrana che consente la riduzione di germi e residui microbici. Il risultato finale è un latte con caratteristiche simili al fresco prodotto in Italia, ma con qualità organolettiche (odore e sapore) differenti”.

(6 MARZO 2002)



Sezione: Cronache italiane del 1/3/2002
L´accordo su un documento dei principali produttori italiani 

Un timbro contro il falso latte fresco 

«Da inserire nell´etichetta, la legge non deve essere modificata»  

ROMA 

La linea del Piave per la battaglia sul latte fresco in Italia corre sulle coordinate 169/89, cioè il numero della legge votata dal Parlamento ormai 13 anni fa che qualifica come «fresco il latte che dopo 48 ore dalla mungitura viene sottoposto al trattamento termico dolce, 72 gradi per 15 secondi». 
Una legge che «non deve essere assolutamente modificata». 
E per provare ad evitare lo sfondamento si punta sulla tracciabilità: cioè «sull´indicazione all´interno dell´etichetta dell´origine della materia prima, fermo restando l´obbligo di specificare il processo utilizzato». 
Sono questi i contenuti centrali del documento unitario che le principali organizzazioni della filiera lattiero-casearia - Confagricoltura, Cia, Anca-legacoop, Federagroalimentare-confcooperative, Consorzio Produttori Latte Milano, Unalat e Frescolatte, hanno consegnato ieri pomeriggio al ministro delle Risorse Agricole, Giovanni Alemanno. 
Un contributo importante ma, sicuramente, non ancora decisivo visto che sul tavolo del ministero nei prossimi giorni arriveranno le proposte anche di altri soggetti primo fra tutti quelle di chi ha introdotto il latte fresco che si conserva per otto giorni, cioè la Parmalat che si dice convinta di «essere nella norma». 
Il ministro non si sbilancia ma, al termine della riunione con i rappresentanti di filiera, spiega quella che sarà la sua linea guida: «La nostra intenzione è quella di fare chiarezza sul piano normativo al fine di tutelare la qualità delle produzioni italiane e di fornire maggiori certezze e garanzie di tutela dei consumatori». 
Del resto i margini di manovra sono stretti come ha ribadito il ministro per le attività produttive, Antonio Marzano: «Si tratta di un latte che è già commercializzato negli altri paesi europei e non possiamo pensare di imporre barriere alle quali poi si opporrebbe l´Ue». 
In attesa di una decisione definitiva da parte dell´esecutivo la questione approda in Parlamento e più precisamente alla Commissione Agricoltura di Montecitorio. 
L´appuntamento è per il prossimo mercoledì come annuncia il presidente Giacomo De Ghislanzoni. 
Una scelta quasi obbligata visto che praticamente tutti i gruppi politici hanno chiesto chiarimenti sulla vicenda. 
Ma non è finita. 
L´ex ministro dell´Agricoltura ed attuale portavoce dei Verdi, Alfonso Pecoraro Scanio, in «assenza di una decisione chiara contro il finto latte fresco» è pronto a «chiedere alle associazioni di allevatori e consumatori di avviare un presidio di fronte a palazzo Chigi». 

Maurizio Tropeano 

1 marzo 2002


2/3/2002 Sezione: Asti

Ancora un preoccupato monito della Cia  

Il latte fresco sparirà dalle tavole italiane?

Rischia di scomparire dalle tavole degli italiani il latte fresco. 

A denunciarlo è la Confederazione italiana agricoltori, secondo la quale l'immissione in commercio di latte con durata di conservazione superiore ai cinque giorni previsti dalla legge, e impropriamente definito «fresco», può determinare un pesante sconvolgimento delle attuali condizioni di mercato. 

La diffusione di tale latte nel mercato del nostro Paese, per la Cia, sarebbe fatto negativo per i consumatori, che potrebbero essere confusi da un prodotto che evoca, forte di una martellante campagna pubblicitaria, le caratteristiche del «fresco», e per i produttori italiani, che vedrebbero vanificati i loro sforzi in direzione della qualità. 

Il diverso metodo di trattamento di questo nuovo prodotto rispetto a quello del latte «fresco», che è regolato dalle precise disposizioni della legge 169 del 1989, offrirebbe la possibilità, in un prossimo futuro, di utilizzare materia prima proveniente anche da paesi che sono attualmente al di fuori dell'Unione europea. 

L'appello lanciato dalla Confederazione è stato accolto e fatto proprio anche dalle altre organizzazioni agricole e da numerose associazioni. 

La Cia ha così manifestato la propria soddisfazione ribadendo che questo dimostra come il problema denunciato sia reale e coinvolga direttamente produttori, consumatori e istituzioni pubbliche. «Non si può - ha affermato il presidente della Cia Massimo Pacetti - definire latte fresco un prodotto che viene lavorato due volte e sottoposto a processi di micro-filtrazione a differenza di un prodotto che, invece, è realmente fresco. 

Vorrebbe dire prendere in giro i consumatori, alterare il mercato e danneggiare i produttori italiani». In Italia vi è una legge in materia che deve essere rispettata in tutti i suoi aspetti. 


3/3/2002 Sezione: Speciali

«Si vuol allineare la qualità in basso»   

Pacetti (Cia): benvenuta l´innovazione, ma senza ambiguità

VIGNETI Ogm, tassa sul vino, scontro sul latte fresco. L´agricoltura italiana è anocra sotto tiro, ma non sempre è chiaro chi sia dietro al mirino. Si parla di «ragionerismo» della Commissione europea, di lobbismo, di eccessive aperture agli interessi dell´industria. Tutto questo mentre da Budapest, dove si è svolta una conferenza sul tema della sicurezza alimentare, Organizzazione mondiale della sanità e Fao raccomandano all´Europa di vigilare sulla qualità dei prodotti alimentari. Qual è la situazione secondo la Confederazione italiana agricoltori, che ha sollevato il caso del latte «Frescoblù» a cui è stata concessa una durata di conservazione più lunga di quella prevista dalla legge italiana che identifica il latte fresco? «Per partire da questo problema - dice il presidente dell´organizzazione agricola, Massimo Pacetti - crediamo sia necessario avviare una riflessione sul fatto che invece di mirare ai livelli più alti della qualità si tende ad allinearla verso il basso» 


C´è il fatto che questo tipo di latte può circolare nell´Unione Europea, vogliamo metterci contro Bruxelles? 

«Noi diciamo che questo latte non può circolare in Italia o nell´Unione Europea, anzi riteniamo che sia un prodotto interessante sotto il profilo dell´innovazione, quel che contestiamo è il fatto che possa circolare con la dizione "latte fresco". In Italia c´è una legge che regola la materia e non si capisce perchè non debba essere rispettata». 

Quindi anche la deroga è incomprensibile? 

«Non del tutto. Io ho l´impressione che in Europa ci siano normative sull´alimentazione molto più blande che in Italia. La tendenza che sta, mi pare, prendendo corpo e che io ritengo pericolosa è che non si vuol portare l´allineamento a livelli di qualità ottimali, ma si tenda invece ad allinerala sui livelli più bassi. Esempio: c´è uno che ha il latte che dura nove giorni, altri quattro giorni. Ebbene, anziché portare tutti a quattro giorni, si porta a nove. Mi pare che così non si garantiscano i consumatori» 

E i produttori? 

«I produttori rischiano danni gravissimi. Con la legge 169 del 1989 gli allevatori italiani hanno dovuto adeguare sul piano igienico tutte le stalle destinate a mucche da latte, si sono fatti investimenti massicci, perché al produttore il latte viene pagato il latte secondo le caratteristiche di qualità. Adesso sembra quasi che si voglia tornare indietro, che quello che i vecchi facevano negli anni 80 andava bene. A me va benissimo che l´industria abbia trovato nuove tecnologie, anzi, dico di più: credo che queste innovazioni, come altre, siano positive, perchè più c´è capacità di offerta e meglio è. Però il frutto di tutto ciò si deve chiamare in altro modo, non latte fresco». 

Come si può risolvere il problema? 

«Io dico che bisogna cambiare mentalità». Comunque spero che nessuno voglia cambiare la legge 169». 

Altrimenti le proteste salirebbero di tono? 

«Penso proprio di sì. Il fronte della fermezza è ampio e noi su questa questione non abbiamo intenzione di tornare indietro». 

 


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