DOSSIER - "LATTE FRESCO"


Mercato, imprese, prodotti ( 28 Feb 2004 )

Si riaccende il dibattito sul latte microfiltrato

A seguito della crisi Parmalat alcune sigle sindacali del mondo agricolo chiedono che venga riconsiderata la normativa relativa alla denominazione, alla durata e alla tracciabilità del latte microfiltrato per non compromettere le vendite di latte fresco di origine nazionale 

INel dibattito a livello nazionale all’interno della filiera latte per la determinazione del nuovo prezzo e per individuare adeguate ed efficaci politiche di rilancio rischia di subire una battuta d’arresto se non si affronta il nodo del latte microfiltrato.
Nei giorni scorsi, una parte degli organismi di rappresentanza, con particolare riferimento alla componente più prossima alla fase agricola, alla cooperazione e al sistema delle centrali del latte, ha manifestato l’auspicio che sia riconsiderata la questione, peraltro non ancora archiviata, delle disposizioni sulla denominazione, sulla durata e sulla tracciabilità del latte alimentare ottenuto attraverso la tecnica della microfiltrazione. 
Come noto, l’argomento ha sollevato numerose polemiche nei mesi scorsi, con la netta contrapposizione di quasi tutte le organizzazioni che tutelano il mondo agricolo e zootecnico italiano nei confronti delle nuove norme sancite a livello italiano. 
Unalat ha promosso diversi ricorsi, ogni volta che sono state emanate disposizioni che hanno indebolito la tutela del mercato italiano del segmento del latte fresco pastorizzato e che hanno introdotto elementi di scarsa trasparenza nei confronti del consumatore e di inadeguata attenzione verso la politica della valorizzazione della qualità. 
I ricorsi sono ancora in piedi, si attendono le sentenze definitive. Così come non si è ancora chiuso il processo di autorizzazione dei decreti interministeriali su etichettatura, durata e denominazione predisposti a livello italiano e inviati ai servizi comunitari per le valutazioni di rito. 
Insomma, la partita del latte microfiltrato si sta ancora giocando, sia a livello europeo che nazionale. 
Sulla vicenda si contrappongono due tesi inconciliabili. Da una parte c’è quella sostenuta dal Ministero delle politiche agricole che tende a considerare la materia relativa alla legislazione nazionale ormai chiusa, e tale da non essere più messa in discussione. 
Dall’altra c’è chi, al contrario, intravede il rischio di perdere quote di mercato sul ricco segmento del latte fresco a favore di materia prima e, addirittura, anche prodotto preconfezionato proveniente dall’estero. 
Con la situazione di instabilità che si è aperta a seguito della crisi finanziaria che ha colpito la Parmalat, la materia ha assunto un rilievo ancora maggiore, perché la debolezza del market leader può spingere i concorrenti d’Oltralpe a mettere in atto strategie aggressive sul nostro mercato. 
Ecco perché nelle ultime settimane in molti hanno chiesto di aprire un tavolo di lavoro da dedicare alla valutazione della questione e alla eventuale ricerca delle più opportune modifiche da apportare alla normativa vigente. 
Nessuno più in Italia innalza delle barricate contro il latte microfiltrato, semmai le rimostranze si concentrano su alcuni precisi e circostanziati elementi. 
In primo luogo, i critici delle disposizioni varate dal Governo ritengono che non è opportuno e coerente etichettare come fresco un prodotto ottenuto grazie alla microfiltrazione. A ciò si aggiunge la questione della durata e, in particolare, la contraddizione oggi presente nella legislazione italiana di prevedere durate differenziate per prodotti che utilizzano la stessa qualifica di fresco (6 giorni più 1 per il latte pastorizzato e 10 giorni più 1 per quello microfiltrato). 
Altri aspetti in sospeso sono la tracciabilità e l’obbligo di indicare in etichetta l’origine della materia prima. Entrambi non ancora attuati, nonostante gli ultimi decreti varati prevedessero di andare in tale direzione, con una tempistica ben precisa. 
Quanto alla possibilità di impiegare la tecnica della microfiltrazione per la produzione di latte alimentare per il consumo umano diretto, nessuno ormai si oppone, anche perché pare che l’Unione Europea abbia concesso la sofferta e attesa autorizzazione all’impiego della tecnologia. Viceversa, le disposizioni su denominazione, etichetta e durata sono tuttora in fase di valutazione e sembra ci siano delle resistenze da parte di alcuni Paesi di peso come la Germania. 
Mentre a livello nazionale si è riacceso il tema della microfiltrazione, gira voce che sul mercato stiano per entrare prodotti lavorati e confezionati da una primaria impresa nazionale per conto e con il marchio di importanti catene della distribuzione moderna. Pertanto, avremo presto sugli scaffali dei supermercati il latte microfiltrato commercializzato con le sigle del dettaglio moderno che farà inevitabilmente concorrenza al latte pastorizzato.
Il consumatore, infatti, è possibile dia le proprie preferenze di acquisto a un prodotto denominato fresco, che presenta in più il non trascurabile vantaggio di una durata lunga e tale da sdrammatizzare i problemi della scadenza ravvicinata e degli acquisti a ritmo quasi giornaliero. 
Per inciso va detto che le vendite di latte fresco in Italia ammontano a circa 15 milioni di quintali: una fetta importante che può influire sugli equilibri complessivi del mercato. 
In definitiva, è opportuno e urgente che si sgombri il campo dall’ostacolo rappresentato dalle leggi sul latte fresco, per poi partire con una seria trattativa per il nuovo prezzo del latte crudo alla stalla e per rilanciare lo strumento dell’accordo interprofessionale, non utilizzato in Italia da diversi anni. 
Ora resta da vedere come sarà tolto l’ingombro: se attraverso una manifesta e tenace indisponibilità a riconsiderare l’argomento, oppure tramite un dialogo sereno che consideri la complessità e il grado di rischio della materia.  


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