La ringrazio per la sua
comunicazione dell'11 Marzo, che sono ben lieto di riscontrare con il mio contributo sul problema del latte fresco.
E' bene premettere che le nostre considerazioni recentemente espresse su questo tema sono state riportate dalla stampa in maniera estremamente sintetica e, per ciò stesso, si sono prestate ad interpretazioni contraddittorie. Mi sembra utile anzitutto ricordare la posizione che da tempo il nostro gruppo ha assunto sul problema della durata del latte fresco.
Credo sia noto a tutti che già da alcuni anni Granarolo sostiene che la qualità del latte Italiano degli ultimi tempi abbia un potenziale di durata - senza modifica di trattamenti - di almeno due giorni in più rispetto a quelli previsti dalla legge n° 169/89.
I test di laboratorio effettuati dai nostri tecnici della Ricerca&Sviluppo sul latte di Alta Qualità hanno dimostrato che quest'ultimo è in grado di superare brillantemente la durata di 7-8 giorni, naturalmente in presenza di un rigoroso rispetto della catena del freddo.
Una maggiore durata del latte fresco avrebbe generato le condizioni per evitare quegli sprechi e quelle diseconomie che l'industria e, di conseguenza, i consumatori non possono più permettersi per un prodotto così importante per l'alimentazione.
Pensiamo ai recuperi di efficienza - e ai relativi abbassamenti di costo - che scaturirebbero dall'eliminazione dei turni di lavoro notturno negli stabilimenti di pastorizzazione, dalla riduzione - se non dall'annullamento - del reso invenduto, dalla semplificazione dei processi logistici e, quindi, dall'ottimizzazione dell'attività di vendita effettuata dagli automezzi.
Parlo di costi che oggi gravano pesantemente sul prodotto. Senza dimenticare il vantaggio di poter fornire un maggior servizio al consumatore, il quale potrebbe contare su una durata del prodotto più prossima alla moderna abitudine della spesa settimanale.
Questa nostra posizione non ha però raccolto i consensi che ci attendevamo, sia perché osteggiata dalle piccole e medie aziende del settore (preoccupate dalla possibilità di perdere il vantaggio competitivo della protezione del mercato locale) sia dal nostro principale competitore, che ha esercitato forti pressioni affinchè la stessa organizzazione imprenditoriale (Assolatte) assumesse una posizione di chiusura.
Un comportamento che probabilmente già allora preludeva alla volontà di Parmalat di stravolgere - a proprio vantaggio - gli equilibri competitivi del mercato del latte fresco calpestandone le regole.
Ci siamo quindi ritrovati in questi giorni a dover fronteggiare una situazione a dir poco anomala. Una situazione che è comunque esplosa all'interno di uno scenario nel quale, occorre precisarlo, il problema della durata del latte fresco era già sotto i riflettori degli addetti ai lavori, a causa del fenomeno dell'importazione dall'estero di latte pastorizzato con il tradizionale processo di pastorizzazione che assicura una durata fino a dieci giorni.
Lo scarso impatto sul mercato di questo prodotto non aveva comunque mai creato una situazione di particolare allarme.
Anche i tentativi di coloro che hanno contestato la legittimità dell'importazione sono caduti nel vuoto a causa del principio comunitario del mutuo riconoscimento. Ci si può chiedere allora per quale motivo l'uscita sul mercato di Frescoblu abbia generato tutta la confusione cui stiamo assistendo in questi giorni. I motivi sono ben precisi. Il nuovo prodotto di Parmalat viene realizzato in Germania. Questo non è in discussione.
E' un prodotto che viene illegittimamente definito fresco sebbene abbia una durabilità dichiarata sulle confezioni di 14 giorni (in Italia viene furbescamente commercializzato con una scadenza di soli 8 giorni, per evitare di indurre diffidenze nel consumatore in merito alla sua reale freschezza).
Questa estensione della durata è ottenuta grazie al ricorso ad un particolare processo di lavorazione, la microfiltrazione. Ed è proprio questa la pietra dello scandalo che ha scatenato le polemiche e le proteste di questi giorni. In Italia la parola fresco associata al latte non e' un semplice aggettivo, ma indica una denominazione che identifica un prodotto di qualità superiore, con precise caratteristiche e un processo di lavorazione esclusivamente individuato nella pastorizzazione "gentile", ovvero a bassa temperatura.
Questo patrimonio della nostra tradizione alimentare è espressamente tutelato da una legge, la n°169 del 1989, mai contestata dall'Unione Europea e rispettata da tutti i produttori italiani. O meglio: da tutti fino a qualche mese fa. Poi è arrivato Frescoblu. Spacciato per fresco prodotto ottenuto con la microfiltrazione non può essere definito un semplice tentativo di aggirare la legge o di sfruttarne le debolezze. E' un reato ben preciso.
Lo affermo senza remore, perchè la microfiltrazione, per quanto applicata in modo particolare (come affermano i dirigenti di Parmalat) - anche se non è dato saperne di più visto che ci si richiama al segreto industriale - non è un processo di lavorazione autorizzato per il latte alimentare, sia Italia che in Europa.
Ci sono paesi che hanno addirittura vietato la microfiltrazione per il latte alimentare. Nella stessa Germania la microfiltrazione non è ammessa. C'è quindi da supporre che Frescoblu non sia in possesso delle necessarie autorizzazioni del Land dove viene prodotto e che ne sia permessa la produzione solo perchè - sebbene prodotto in Germania - è destinato esclusivamente al mercato italiano.
Se così fosse, verrebbe a cadere il principio del mutuo riconoscimento e il latte in questione sarebbe fuorilegge. Mi rendo conto che una lettura della situazione di questo tipo rischia di essere interpretata come una guerra tra imprese, ciascuna alla ricerca dei propri vantaggi competitivi.
E' invece importante che l'opinione pubblica eviti di restare intrappolata in questa visione parziale del problema, che ha contorni molto più significativi di quelli riferibili ad una mera guerra commerciale. Il vero problema sul tavolo è quello di individuare una strategia del latte fresco che sia in grado di difendere gli interessi sia dei produttori Italiani che dei consumatori.
Deve essere chiaro che legittimare il processo di microfiltrazione significherebbe spingere il comparto verso la deriva dell'industrializzazione della qualità del latte.
Con questo processo è infatti possibile costruire la qualità del latte in fabbrica. Il latte prodotto nelle stalle tornerebbe ad avere - come massimo parametro di apprezzamento - il colore bianco.
La politica della qualità del latte alla stalla, che è quella che ha sancito il primato della naturalità al prodotto, che ha ottenuto l'apprezzamento dei consumatori, che ha garantito una maggiore remunerazione dei produttori, che rappresenta un pilastro della nostra tradizione alimentare, corre oggi seriamente il rischio di essere vanificata.
E questo rischio è forte e reale a prescindere dalle effettive intenzioni di chi ha messo in commercio il latte microfiltrato. Il meccanismo perverso si metterebbe in moto - e sarrebbe inarrestabile - per il solo fatto di aver abbandonato a sè stesso il mercato del latte fresco e di non averlo dotato degli opportuni meccanismi di salvaguardia. E' questa la deriva che occorre evitare.
La principale argomentazione difensiva di Parmalat è che se non si interviene sulla durata del latte fresco si rischia di deprimere ulteriormente i consumi di questo prodotto, che effettivamente sono in calo. Ma il fatto di aver posto un giusto problema non autorizza Parmalat a pretendere che venga considerata corretta anche la sua soluzione, ovvero il latte microfiltrato.
Non è certo snaturando le caratteristiche del prodotto che riusciremo a sostenere i consumi di latte fresco. Così come un maggior prezzo al consumo non aiuta ad incrementarne la diffusione (da notare che Frescoblu è venduto mediamente a 8-10 centesimi di euro in più al litro rispetto al latte di Alta Qualità Italiano). Quindi tanto di cappello all'operazione di marketing "Frescoblu", peraltro sostenuta da ingenti investimenti in comunicazione.
Non possiamo però dire altrettanto entrando nel merito di come viene realizzato questo prodotto. Per questo ci opponiamo con forza a qualsiasi modifica legislativa che legittimi la microfiltrazione come procedimento atto a produrre latte fresco.
Lo facciamo perché per primi in Italia abbiamo lanciato l'Alta Qualità, per primi abbiamo remunerato i produttori sulla base della qualità del latte prodotto, per primi abbiamo comunicato al consumatore l'Alta Qualità e tutto questo oggi ci consente di essere i primi ad avviare un grande progetto sulla tracciabilità e sul controllo della filiera in grado di garantire ulteriore valore e sicurezza al latte fresco italiano.
L'accreditamento della microfiltrazione va in direzione completamente opposta, togliendo strategicità al valore creato attraverso la filiera e assegnando centralità ai processi industriali.
Come uscire allora da questa situazione? Il rischio di doversi piegare a compromessi è elevatissimo. Un principio deve però essere chiaro: la microfiltrazione abbisogna di una validazione a livello legislativo per potersi considerare un trattamento legittimamente applicabile al latte.
Questa validazione ad oggi non c'è. Ne è prova che a livello comunitario il problema è tuttora aperto e non esistono indicazioni o decisioni di alcun genere. L'adozione di questo sistema di trattamento potrebbe avere anche una sua legittimazione, ma certamente questa oggi non ha valore rispetto al latte fresco.
La nostra azienda per prima in Italia ha commercializzato il latte superpastorizzato, che ha una durata superiore a quella del latte fresco tradizionale. Ma non lo abbiamo certo chiamato fresco, nè abbiamo fatto riferimento a tale aggettivo.
Il nostro obiettivo era quello di fornire al consumatore un prodotto prossimo al fresco, in alternativa al prodotto a lunga conservazione. Il punto critico pertanto è: la microfiltrazione, se validata come sistema di trattamento, può anche avere una sua collocazione nel mercato, purchè sia espressamente dichiarata nei prodotti da essa ottenuti e non venga abbinata alla denominazione di fresco.
Non credo che nel sostenere questa posizione possa esserci oggettivamente rimproverato di essere preoccupati esclusivamente dei nostri interessi aziendali o di assumere pregiudizialmente un atteggiamento critico nei confronti del nostro concorrente.
Granarolo è per la riconferma del valore della legge 169/89, per un latte fresco italiano che mantenga le caratteristiche di qualità e trattamento che gli conferiscano una specificità di prodotto inconfondibile e non assimilabile ad imitazioni fuorvianti. A ciò però aggiungiamo che la necessità di assicurare al consumatore un latte fresco che duri qualche giorno di più degli attuali quattro più uno è oggettiva. Si corre il rischio altrimenti che il consumatore trovi risposta ai propri bisogni solo nel latte a lunga conservazione.
Per questo ribadiamo che la qualità del latte oggi permette di avere una durata di almeno due giorni in più rispetto a quella attuale ed è quindi auspicabile che questo trovi riscontro a livello legislativo, lasciando però inalterati i vincoli della legge 169.
A chi sostiene che ritoccando la scadenza si corre il rischio di far saltare l'intero impianto della legge 169 noi facciamo presente che c'è la possibilità di trattare questo problema a livello comunitario, in quanto l'Ue non pone vincoli di ingresso in Italia al latte prodotto da altri paesi a parità di sistemi di trattamento.
Quel che è certo è che restare ancorati al vincolo di durata della legge 169 rappresenta un forte rischio per tutti.
L'importante è non legittimare durate superiori ottenute con sistemi che prescindono totalmente dai vincoli della legge 169/89. E' per questo che ci auguriamo che le autorità competenti possano affrontare il problema del latte fresco con lungimiranza, avendo presenti gli interessi dei consumatori e della zootecnia del nostro paese.
Prendiamo spunto da una frase riportata dal Presidente della GRANAROLO Dr. Luciano Sita su "LA STAMPA" del 10 c.m.
---------- Ma il presidente della Granarolo, Luciano Sita, pur convinto che il latte fresco ottenuto in conformità con le leggi attuali potrebbe già durare qualche giorno in più, aggiunge: «Il tema della durata non può essere affrontato fino a quando ci sono produttori che, per ottenere l'allungamento della scadenza, ricorrono a procedimenti industriali invasivi che non corrispondono alle normative italiane, nè a quelle europee»...(vedi articolo riportato sulle news di Milkonline:
http://www.milkonline.com/fiera/settegiorni/lastampa100302.htm
)...così come da una, secondo noi, "falsa" speranza espressa da non meglio citate "Industrie leader del settore" a Verona secondo le quali sarebbero favorevoli a rivedere la soglia di durata del latte per fronteggiare il calo dei consumi:------..Mentre il presidente della Confederazione italiana degli agricoltori, Massimo Pacetti, sottolinea: «La qualità del latte si fa nella stalla e non attraverso i processi di trasformazione». Le industrie leader del settore hanno affrontato la questione, sempre in occasione di Fieragricola, e si sono trovate d´accordo sull'ipotesi di rivedere la soglia di durata
del latte per fronteggiare il calo dei consumi di latte.-----------
E nostra opinione che allungare la durata del latte fresco italiano non può che portare ulteriore danno sia ai produttori che ai trasformatori di latte i quali si vedrebbero ancor più alla merce
della concorrenza interna ed esterna. E questo sia fra "latti freschi" sia nei confronti di tutti quelli a lunga conservazione che si vorrebbero emulare.
Ulteriore danno lo si avrebbe nel vanificare uno dei maggior pilastri che ancora sorregge il controllo dei servizi
distributivi sui punti vendita nei confronti della Distribuzione Organizzata, ormai leader in Italia nei sistemi logistici.
L'allungamento della durata del latte fresco in molti paesi d'Europa non ha concorso che a ridurre i consumi procapite di latte fresco ed aumentare ancor più il divario della sua quota di consumo nei confronti di quello UHT.
Siamo altresì convinti che i veri incentivi al maggior consumo siano da ritrovarsi nella massima diversificazione fra tipi di latte e loro qualità e non nella loro omologazione.