DOSSIER MUCCA PAZZA


Nuovo caso sospetto di mucca pazza a Brescia

L’animale allevato nel Bresciano: la sua carne era destinata ad hamburger o scatolette

ROMA - Stesso copione, stessa zona, stessa età. Si assomigliano tutte le storie delle mucche pazze italiane. Finora sono due i casi accertati, cui potrebbe aggiungersi un terzo se verranno confermati, fra tre giorni, con le controanalisi, i sospetti su un’altra vacca in odore di Bse di cui si è avuta notizia ieri. Cinque anni, utilizzata per produrre latte, appartiene ad un allevamento di Verolanuova, nel Bresciano, ed è stata macellata in un impianto di Piacenza. Potremmo parlare di un triangolo «pazzo», con i vertici che lambiscono Padova, Mantova, Brescia e si allungano sulle pianure di Lombardia ed Emilia Romagna. Zone ad alta produzione di latte, stalle abitate da migliaia di capi anziani (dai 5 anni in su) e quindi più suscettibili a sviluppare la Bse, malattia dalla lunga incubazione, che per questo risparmia i giovani vitelloni e ancor più i vitellini da latte. La mucca bresciana quando è stata avviata al macello non mostrava sintomi della malattia, informa il ministero della Sanità. Ma Mario Valpreda, responsabile dei servizi veterinari del Piemonte, fa notare: «La carriera di una bovina da latte arriva fino a 8-9 anni. Se il contadino decide di sbarazzarsene a 5, e in un periodo in cui per la crisi una mucca viene venduta a prezzi ridicoli, c’è ragione di sospettare che non fosse in salute. Perciò ritengo necessario prevedere l’obbligatorietà dei test rapidi sulle mucche eliminate prima del tempo». L’esemplare bresciano doveva essere utilizzato a livello industriale, che cosa significa? «Scatolette o hamburger - risponde Valpreda -. Costano poco».

I MANGIMI - Se confermato, il terzo caso sarà un’altra prova della presenza in Italia, ancora nel ’96, di farine di origine animale, vietate dal ’94. Questi prodotti circolano ancora oggi e figuriamoci 5 anni fa quando i controlli erano rari e venivano fatti previa telefonata all’allevatore. Solo ieri il gip di Latina Mario Gentile ha imposto il sequestro sull’intero territorio nazionale dei mangimi prodotti da un paio di stabilimenti umbri e venduti ovunque. Le analisi hanno evidenziato la presenza di proteine animali. La frode è stata scoperta dai carabinieri del Nas.


I SUINI - Suini indiziati. Dalle colonne del quotidiano tedesco Bild lancia l’allarme Udo Pollmer, direttore dell’Istituto europeo per la scienza dell’alimentazione, chiedendo il ritiro dal commercio di cervello e midollo dei maialini: «È un fatto scandaloso che i politici non abbiano ancora preso provvedimenti. Alcuni studi dimostrano in modo evidente che anche i maiali sono a rischio Bse». Da noi la Federconsumatori chiede chiarimenti. Che arrivano dal ministero della Sanità: «In condizioni di normale alimentazione e allevamento, mai riscontrato nel suino nessun caso di encefalopatia spongiforme trasmissibile».
mdebac@rcs.it

Margherita De Bac e Mottola

20 febbraio 2001


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