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Brescia,
proseguono le indagini sul primo caso italiano di Bse
Mucca pazza, sospetti su ditta di mangimi
il
governo britannico ha disposto nuovi test per stabilire se i consumatori
corrano il rischio di essere contagiati dalla malattia della mucca pazza
bevendo del latte
Sotto sequestro l’allevamento da dove proviene l’animale colpito dal
morbo. Primo caso anche in Austria
BRESCIA - Ancora non è stata formulata una ipotesi di reato
da parte della Procura di Brescia nell'inchiesta aperta sul presunto caso
di mucca pazza. L'ipotesi di reato verrà stabilita, forse lunedì,
dal procuratore della Repubblica Giancarlo Tarquini. L'allevamento
di Pontevico (Brescia) dal quale proviene l'animale che, se
confermato da accertamenti eseguiti nei prossimi giorni, potrebbe
rappresentare il primo caso di mucca pazza in Italia, è stato
posto sotto sequestro probatorio.
ANIMALE ITALIANO - È un «monitoraggio a 360 gradi» quello
che gli inquirenti - magistratura bresciana e carabinieri dei Nas e
del comando di Brescia - stanno facendo sul primo, possibile caso di mucca
pazza in Italia. Il lavoro dei carabinieri (una quarantina di uomini) è proseguito
per quasi tutta la notte ed è ripreso stamani a Pontevico e a
Montichiari, sempre nel bresciano, per verificare, in un’azienda
di mangimi bloccata cautelativamente, «le fonti di
alimentazione». «Si sta procedendo a monitoraggio e campionatura per verificare
la situazione e dare sicurezza ai consumatori» ha detto
il comandante provinciale dei carabinieri, colonnello Carmine Adinolfi,
che è tornato nelle due aziende insieme con il sostituto procuratore Paolo
Savio.
ACQUA SUL FUOCO - Il pm Paolo Savio, dopo aver coordinato le
operazioni di sequestro della cascina Malpensata di Pontevico (Brescia),
appartenente alla famiglia Greci, dove sono allevati 190 capi - e
da dove proviene la mucca colpita da sospetta Bse - getta acqua sul
fuoco e spiega che ancora «bisogna capire che cosa è successo».
Il magistrato spiega che l'animale sospetto «è italiano, nato e
allevato nell'azienda» ma insiste nel dire che non vi sono
problemi per i consumatori.
IN AUSTRIA - Un primo caso di morbo della mucca pazza
è stato riscontrato in un bovino allevato in Austria.
Vienna ha dato immediatamente il via a un piano di crisi per
impedire la diffusione della malattia. Il caso è stato scoperto
dopo che il bovino ammalato è stato venduto nel Baden-Wurtenberg
in Germania e lì sottoposto a esami; trovato positivo al test, è
stato abbattuto. L'animale, dell'età di sette anni, era stato allevato
in Tirolo. Un portavoce tedesco ha detto che esso è risultato apparentemente
affetto da Encefalopatia spongiforme bovina (Bse) a un primo esame e che altri
esami verranno fatti per verificare il primo risultato.
IN INGHILTERRA - Intanto il governo britannico
ha disposto nuovi test per stabilire se i consumatori corrano il
rischio di essere contagiati dalla malattia della mucca pazza bevendo
del latte. Lo ha annunciato l'agenzia dei controlli alimentari.
15 gennaio
2001
I
tecnici inglesi: nuovi esami anche sul latte Gli esperti italiani:
niente pericolo. I consumatori: controllate le etichette sulla carne
rossa
-
MILANO - E adesso si indaga anche sul latte. Ad
aprire il fronte di una nuova, ipotetica, via di trasmissione del
morbo della «mucca pazza» dai bovini all’uomo ci ha pensato
l’Inghilterra, dove l’epidemia era partita nell’86 e dove
fino ad oggi sono stati registrati oltre 180 mila casi di animali
infetti. La proposta di accertamenti «cautelativi» ha raccolto,
nella sostanza, consensi anche da noi. Il ministro delle Politiche
agricole, Alfonso Pecoraro Scanio, valuta «positivamente i nuovi
test che la Gran Bretagna ha disposto per verificare la possibile
trasmissione della Bse attraverso il latte». Ma su chi debba
condurre le ricerche le posizioni divergono. «La comunità
europea, non i singoli Paesi», sostiene il ministro. Intanto il
mercato della carne rossa si prepara ad un’altra batosta. Ieri
nei pochi supermercati aperti le vendite sono rimaste inchiodate a
quel -40% ormai stabile da quando l’epidemia ci è arrivata
vicina, travolgendo la Francia. Ma oggi entrano in gioco anche i
macellai.
LE ETICHETTE - «Controllate le etichette della carne rossa»,
raccomandano le associazioni dei consumatori. Ce ne sono di due
tipi: la prima, con numeri e codici che illustrano età
dell’animale, qualità della carne e percentuale di grasso,
serve ai macellai per scegliere quali mezzene acquistare dai
grossisti e solitamente viene esposta all’interno dei negozi
tradizionali. La seconda, con l’indicazione del luogo di
macellazione e quello di sezionamento, si trova sulle confezioni
dei supermercati. Meglio evitare, sostengono i consumatori, la
carne che in macelleria è contrassegnata con le lettere D (vacca)
ed E (giovenca): appartiene a bestie non più giovani, quindi
maggiormente esposte al rischio Bse.
IL LATTE - L’iniziativa dell’Agenzia per gli standard
alimentari britannica si scontra con le rassicurazioni ripetute
anche ieri da esperti come il presidente della Società italiana
di Igiene, Gaetano Maria Fara: «Non c'è nessuna documentazione
di casi di contagio avvenuti tramite il latte». Eppure in
Inghilterra c’è chi avanza dubbi. Lo studio, datato 1995 ed
effettuato sui topi, che avrebbe mostrato la non trasmissibilità
del virus per questa via «può essere stato falsato», sostiene
Malcolm Ferguson Smith, genetista e membro della commissione
governativa sui rischi di «mucca pazza». Di qui la svolta: il
Laboratorio veterinario esaminerà il latte di mucche ammalate di
Bse. «Il latte è sicuro», replica un altro specialista
britannico, David Taylor, del centro di Neuropatologia di
Edimburgo. Il dibattito è aperto. Dice Maurizio Pocchiari,
laboratorio di virologia dell’Istituto superiore della Sanità:
«Il rischio è infinitesimale, anche se non ci sono certezze
matematiche». «Se vogliono importare gli accertamenti in Italia,
noi siamo pronti», risponde Mario Vigo, presidente della Centrale
del latte di Milano, 72 milioni di litri venduti all’anno. Fino
ad oggi, spiega, per le aziende che lavorano il latte «mucca
pazza» aveva significato controlli stretti sulle stalle perché
venissero utilizzati solo mangimi vegetali e non farine animali.
LA CARNE - Come hanno risposto i consumatori? «Dopo il crollo di
novembre era cominciata la ripresa e a Natale, per alcuni tagli,
avevamo recuperato quasi del tutto», dice Maurizio Arosio,
presidente dei macellai di Milano. Adesso? «Potrebbe essere la
catastrofe. Noi per primi vorremmo avere delle certezze: se non
venderemo più la carne rossa ce lo dicano, così ci orienteremo
su altro». «Caleremo», dice Luigi Scordamaglia, segretario
generale di Assocarni. Ma non sarà la Waterloo di novembre. «Dei
4.500 capi che macelliamo ogni anno - dice - l’85% è al di
sotto dei 24 mesi. I restanti vengono tutti sottoposti al test. La
carne è sicura». Il consumatore lo capirà? «Da novembre siamo
in continuo recupero, certo lo Stato deve darci una mano».
CONSUMATORI - Ciascuna fa la sua proposta. Il Codacons: «Test
anche per bovini con meno di 30 mesi». Federconsumatori: «Blocchiamo
anche da noi la vendita di carne con l’osso, come in Francia».
Mentre l’Associazione consumatori utenti chiede il sequestro di
tutte le carni italiane non certificate.
Daniela Monti
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